(Redazione) - "La parola esposta all’altro Dialogismo e interlocuzione poetica in Michail Bachtin e Paul Celan" - saggio critico di Sergio Daniele Donati
Dopo avere esplorato le relazioni con Jaques Lacan - ma anche con Derrida, Blanchot, Lacoue-Labarthe - (potete leggerlo qui), vi proponiamo un secondo intervento di analisi celaniana, questa volta in relazione alle preminenti figure di Michail Bachtin e Osip Mandel’štam.
Con
questo saggio, infatti, ci
si propone un confronto
teorico fra il pensiero
dialogico di Michail
Bachtin e la concezione della poesia elaborata da Paul Celan.
Un’influenza
diretta di Bachtin su Celan richiederebbe riscontri documentari
specifici, e il saggio ne prescinde: l’accostamento assume, quindi,
la forma di una convergenza critica, ancorata a un termine intermedio
documentato, Osip Mandel’štam, che Celan tradusse e di cui
riprende l’immagine del messaggio
in bottiglia.
Le
questioni condivise sono l’alterità costitutiva della parola,
l’indirizzo al destinatario, la responsabilità dell’ascolto e la
persistenza della memoria nella lingua.
Due
questioni costituiscono i centri dell’indagine.
La
prima riguarda la riserva con cui Bachtin, nel saggio sul discorso
romanzesco, attribuisce alla poesia un’unità monologica: la poesia
di Celan, dialogica per dichiarazione e plurivoca nella materia
verbale, ne verifica la tenuta.
La
seconda riguarda il destinatario: il superdestinatario bachtiniano,
terzo presupposto di ogni enunciato, trova nel destinatario ignoto e
venturo del Flaschenpost
celaniano una prova storica estrema.
Il
confronto permette di riconoscere una prossimità teorica e una
differenza fondamentale: il dialogismo di Bachtin descrive una
condizione generale della parola sociale, mentre Celan sottopone la
relazione linguistica alla prova singolare della catastrofe storica e
della lingua tedesca.
I
termini di un confronto
Accostare
Michail Bachtin e Paul Celan esige un enunciato
preliminare e
una cautela metodologica.
In
assenza di prove documentarie circostanziate, un rapporto d’influenza
diretta resta indimostrabile, e la poesia di Celan si sottrae alla
lettura come attuazione letteraria di categorie bachtiniane.
Il
confronto si rivela tuttavia fecondo se condotto sul piano teorico:
entrambi interrogano la parola in quanto evento relazionale, esposto
all’alterità e irriducibile alla piena padronanza del soggetto che
la pronuncia.
Per
Bachtin, parlare significa inserirsi in una trama di enunciati
anteriori e rivolgersi a una risposta possibile. Il linguaggio
costituisce un campo storico e sociale abitato da voci, accenti e
intenzioni eterogenee, e il codice neutrale a disposizione di un
soggetto sovrano ne rappresenta soltanto l’astrazione. Anche in
Celan la parola poetica si configura come indirizzo: è orientata
verso un tu, lo cerca e lo convoca. Tale movimento, tuttavia, si
inscrive nell’orizzonte della catastrofe e reca le tracce della
persecuzione e dello sterminio. La comparazione prende dunque le
mosse da una domanda comune — che cosa significa parlare davanti
all’altro e rivolgersi a lui? — senza eludere la diversa densità
storica con cui essa si manifesta nei due autori.
Il
confronto dispone di un termine intermedio documentato.
Celan
tradusse in tedesco una serie di poesie di Osip Mandel’štam e gli
dedicò Die
Niemandsrose (1963);1
nel discorso di Brema del 1958 riprende l’immagine del messaggio in
bottiglia che Mandel’štam aveva affidato al saggio
Sull’interlocutore
(1913).2
Quel
saggio formula, circa quarant’anni prima delle pagine bachtiniane
sull’indirizzo dell’enunciato, una teoria dell’interlocutore
poetico. Mandel’štam offre così il ponte che la comparazione
richiede: un pensiero dell’indirizzo maturato nella cultura russa e
raccolto da Celan.
L’indagine
muove da due questioni, che ne costituiscono i centri, e le sviluppa
attraverso tre nuclei: la parola altrui e la pluralità delle voci;
l’indirizzo poetico, l’ascolto e la risposta; la memoria storica
quale condizione della parola.
La
prima questione riguarda la riserva con cui Bachtin attribuisce al
discorso poetico un’unità monologica, e chiede che cosa ne resti
davanti alla poesia di Celan.
La
seconda riguarda il destinatario: la nozione bachtiniana di
superdestinatario e il destinatario ignoto del Flaschenpost
si illuminano a vicenda.
La
tesi che le tiene insieme si formula così: Celan mette in crisi il
monologismo che Bachtin assegna alla poesia e, insieme, eredita il
superdestinatario bachtiniano per sottoporlo alla prova della
catastrofe. L’intento è mostrare come la poesia di Celan
radicalizzi, in una situazione storica determinata, la questione
etica implicita nel dialogismo.
Cenni
biobibliografici
Michail
Bachtin (1895–1975), filosofo e teorico della letteratura russo,
elaborò una riflessione sul linguaggio, sul romanzo e sulla natura
dialogica dell’enunciato. Tra le opere più rilevanti per questo
saggio figurano Problemi
dell’opera di Dostoevskij
(1929), rielaborato nel 1963, i saggi raccolti in Estetica
e romanzo, tra cui Il
discorso nel romanzo
(scritto nel 1934-35), e i saggi tardi di L’autore
e l’eroe, tra cui Il
problema del testo
(1959-61).3
Paul
Celan (1920–1970), poeta di lingua tedesca nato a Czernowitz, fu
segnato dalla persecuzione nazista e dalla morte dei genitori nei
campi di internamento (1942). La sua opera poetica comprende Papavero
e memoria (Mohn
und Gedächtnis,
1952), Von Schwelle zu
Schwelle (1955),
Sprachgitter
(1959) e Die
Niemandsrose (1963);
alla riflessione su poesia, lingua e storia sono dedicati il discorso
di Brema (1958) e il discorso Il
meridiano (1960),
pronunciato in occasione del premio Georg Büchner. Osip Mandel’štam
(1891–1938), poeta russo, cadde vittima del terrore staliniano;
Celan ne tradusse le poesie.
Michail
Bachtin: la parola come evento dialogico
Nella
riflessione di Bachtin l’enunciato è un atto situato, pronunciato
da un soggetto e rivolto, in modo esplicito o implicito, a un
destinatario; la frase astratta, separata dalle condizioni concrete
della sua produzione, ne costituisce soltanto il residuo
grammaticale. Ogni enunciato si colloca entro una catena discorsiva:
riprende parole già pronunciate, risponde a posizioni precedenti e
anticipa reazioni possibili. Il significato si costituisce pertanto
nella relazione.
Bachtin
formula con particolare efficacia questa concezione nel saggio sulla
parola romanzesca: «Слово
в языке – наполовину чужое».4
(la parola nella lingua
è per metà altrui.)
La parola è «altrui» perché è già stata impiegata, accentuata e
inscritta in contesti sociali che precedono il parlante.
Questi
può riaccentuarla, orientarla verso nuovi fini e farla propria; la
storia di quella parola, tuttavia, resta in essa, con le tracce degli
usi precedenti e delle voci che l’hanno attraversata.
Il
dialogismo, in questa prospettiva, designa una condizione del
linguaggio assai più ampia dell’alternanza di battute o della
tecnica del dialogo rappresentato: anche il discorso apparentemente
monologico si confronta con altri discorsi, li presuppone, li
contesta o ne anticipa la replica.
Ne
consegue che il significato appartiene all’intero scambio e
all’autore soltanto in parte; prende forma nello spazio intermedio
fra le voci e rimane esposto a ulteriori interpretazioni.
Questa
apertura lascia aperta anche la possibilità del conflitto. Le voci
possono contraddirsi, confliggere o restare reciprocamente
inassimilabili.
La
pluralità linguistica associata al romanzo comprende registri,
linguaggi professionali, varietà sociali e orientamenti ideologici
differenti. La loro coesistenza impedisce a una singola voce di
imporsi come misura assoluta di ogni altra. In tal senso, il
dialogismo implica una critica della parola che pretende di esaurire
il senso e sottrarsi alla risposta.
Tre
nozioni, spesso confuse, richiedono una distinzione. Il dialogismo
designa il carattere responsivo di ogni enunciato; la polifonia,
elaborata nel libro su Dostoevskij, descrive la compresenza di
coscienze autonome, sottratte alla subordinazione alla voce
dell’autore; l’eteroglossia, nel saggio sul discorso romanzesco,
indica la stratificazione sociale e ideologica dei linguaggi che il
romanzo orchestra.
Lo
stesso saggio sul discorso romanzesco contiene tuttavia una riserva
che investe l’oggetto di questa indagine.
Bachtin
attribuisce al discorso poetico un’unità monologica: il poeta
abita un linguaggio concepito come unitario e come medium
trasparente, tutto rivolto al proprio oggetto, mentre al romanzo
spetta l’orchestrazione dei linguaggi sociali.5
Applicare
il dialogismo a una poesia significa dunque, in rigore, trasferire
una categoria fuori dal suo campo dichiarato. L’operazione è
legittima a una condizione, che il confronto con Celan consente di
verificare: occorre mostrare che la poesia, o almeno questa poesia,
ospita nella propria materia verbale l’alterità che Bachtin
riservava al romanzo.
Da
qui emerge un primo punto di contatto con Celan. Anche nella sua
poesia la parola si offre come materiale opaco, mai interamente
governato dall’intenzione individuale: porta con sé una storia e
si espone all’ascolto altrui. La differenza di prospettiva va
tuttavia preservata. In Bachtin, la storicità della parola è
analizzata soprattutto in rapporto alla pluralità sociale e
ideologica; in Celan, essa si lega in modo irriducibile alla memoria
di una violenza storica determinata.
Osip
Mandel’štam: l’interlocutore e il messaggio in bottiglia
Nel
saggio Sull’interlocutore
(1913) Mandel’štam pone una domanda che i simbolisti avevano
eluso: a chi parla il poeta? La risposta indica un destinatario a
venire, indeterminato e sconosciuto, distante dall’autore nello
spazio e nel tempo. Mandel’štam la affida a un’immagine: un
navigante, in un momento critico, getta in mare una bottiglia
sigillata, con il proprio nome e il racconto del suo destino; molti
anni dopo un viandante la trova sulla sabbia, la legge, annota la
data e riconosce di esserne divenuto il destinatario segreto, poiché
il messaggio era rivolto a chi lo avrebbe trovato. Lo stesso accade,
secondo Mandel’štam, alla poesia di Baratynskij, rivolta a un
«lettore nella
posterità».6
Tre
tratti dell’immagine interessano il confronto. L’indirizzo ha per
termine un destinatario indeterminato, senza volto e senza data; la
risposta dipende da un incontro fortuito, che Mandel’štam avverte
come opera della provvidenza; il messaggio reca una data, la quale
fissa il momento della partenza e consegna al lettore un tempo
trascorso.
Celan
raccoglie questi tratti nel discorso di Brema e li radicalizza: la
bottiglia viene gettata dopo la catastrofe, e l’approdo, an
Herzland vielleicht,
resta una speranza dichiarata incerta. Quanto a Bachtin, il saggio di
Mandel’štam fornisce un termine di paragone per la nozione di
superdestinatario, di cui si dirà nella sezione 6: propongo di
leggere il lettore a venire di Mandel’štam e il terzo presupposto
da Bachtin come figure che occupano, nell’economia dell’enunciato,
una posizione analoga.
Paul
Celan: la poesia come indirizzo
Nel
discorso pronunciato a Brema il 26 gennaio 1958, in occasione del
conferimento del premio letterario della città, Celan concepisce la
poesia come un movimento verso l’interlocutore. La formula decisiva
recita: «Ein Gedicht,
als eine Erscheinungsform von Sprache und damit seinem Wesen nach
dialogisch, kann eine Flaschenpost sein».7
(una poesia, in quanto
forma di manifestazione del linguaggio e dunque dialogica per sua
essenza, può essere un messaggio in bottiglia.)
L’immagine della bottiglia affidata al mare dà forma a una
comunicazione priva di garanzie: il messaggio viene consegnato a un
possibile destinatario, senza certezza che venga ritrovato o
compreso.
Il discorso precisa il verso del movimento: le poesie
«halten auf etwas zu»,
tendono a qualcosa, a «ein
ansprechbares Du», un
tu al quale ci si possa rivolgere.8
Il
motivo consente un confronto con Bachtin, purché se ne salvaguardi
la specificità. La dialogicità della poesia di Celan eccede
l’orientamento generale del linguaggio verso un destinatario. Il tu
può essere assente, perduto o ancora ignoto; l’incontro resta
possibile, ma privo di garanzie. L’indirizzo celaniano è dunque un
gesto che mantiene aperta la relazione e, simultaneamente, ne espone
la precarietà.
Nel
Meridiano,
discorso pronunciato nel 1960 in occasione del conferimento del
premio Georg Büchner, Celan pensa l’incontro come un evento che
può accadere nella poesia: «Das
Gedicht will zu einem Anderen, es braucht dieses Andere, ein
Gegenüber».9
(la poesia vuole
giungere a un Altro, ha bisogno di questo Altro, di un
interlocutore.) Il
soggetto grammaticale è la poesia stessa, e il poeta si ritira in
posizione di tramite. L’evento dell’incontro lascia intatta la
distanza fra chi parla e chi ascolta; la rende sensibile e, forse,
attraversabile. Il componimento istituisce un movimento verso
l’altro, e il suo contenuto resta inseparabile dalla forma. La sua
difficoltà — le cesure, le parole composte, le immagini
enigmatiche, le discontinuità sintattiche — mantiene viva
l’interlocuzione e indica che la relazione richiede una lingua mai
pacificata e mai immediatamente disponibile.
Questa
difficoltà ha una conseguenza per la riserva bachtiniana.
La
lingua di Celan si forma di parole composte, neologismi, citazioni,
richiami a tradizioni culturali diverse e a lingue altre: la poesia
incorpora l’orchestrazione di voci eterogenee che Bachtin collocava
fuori dal discorso poetico. Il caso Celan sposta il limite del
discorso poetico, perché una poesia dialogica ospita nella propria
materia verbale l’alterità che Bachtin riservava al romanzo. Il
confronto verifica così la condizione posta nella sezione 3 e
consente di leggere la riserva bachtiniana come un’ipotesi
storicamente delimitata, valida per il lirismo di cui Bachtin aveva
memoria e superata dalla poesia che Celan scrive dopo la catastrofe.
Bachtin
consente di comprendere perché la poesia non possa essere
considerata una voce autosufficiente; Celan mostra quanto sia
problematico individuare il destinatario e istituire con lui una
relazione dopo la catastrofe. Nel primo, l’orientamento verso
l’altro è una struttura costitutiva dell’enunciato; nel secondo,
esso assume la forma di una ricerca che reca i segni della perdita.
Il
superdestinatario e il destinatario ignoto
Nei
saggi tardi, e in particolare in Il
problema del testo
(1959-61), Bachtin integra la teoria dell’indirizzo con una nozione
ulteriore. Ogni enunciato, oltre al destinatario immediato,
presuppone un terzo, il superdestinatario (nadadresat),
la cui comprensione responsiva ideale garantisce la possibilità
stessa del dialogo.10
Il superdestinatario riceve nomi diversi nelle diverse epoche e
ideologie, e occupa una posizione di lontananza, nello spazio
metafisico o nel tempo storico remoto.
La
somiglianza con il lettore a venire di Mandel’štam e con il
Flaschenpost
celaniano è evidente: in tutti e tre i casi il parlante affida
l’enunciato a un destinatario che il presente non offre. La
differenza risiede nel grado di garanzia. Bachtin presuppone che la
risposta del superdestinatario sia, in linea di principio, giusta: il
terzo sorregge il dialogo anche quando i destinatari concreti
tacciono. Celan sottopone tale presupposto alla prova storica. Dopo
la catastrofe, la fiducia in un terzo che accolga e comprenda
diviene, nel discorso di Brema, una fede «gewiß
nicht immer hoffnungsstarken»,11
certo non sempre ricca di speranza.
Il
destinatario celaniano ha un nome, Herzland,
una «terra del cuore», che condensa il desiderio di un approdo e il
suo carattere ipotetico, come segnala l’avverbio vielleicht.
Nel Meridiano
l’Altro diviene ciò che la poesia cerca e a cui si rivolge; in
nessun luogo il testo promette che la risposta giunga. Celan eredita
dunque dal superdestinatario bachtiniano la struttura, cioè il terzo
al quale l’enunciato si affida, e ne sospende la garanzia.
Il
superdestinatario permette inoltre di precisare la funzione del
lettore.
In
Celan il lettore può sperare di divenire il destinatario del
messaggio, nel senso in cui il viandante di Mandel’štam si
riconosce destinatario segreto della bottiglia: la lettura trasforma
il testo in un indirizzo effettivo, e il destinatario viene prodotto
dall’atto di ricezione.
Lingua,
storia e ferita
Un
nodo imprescindibile del confronto è il rapporto di Celan con la
lingua tedesca. È la lingua della sua formazione e della tradizione
letteraria alla quale egli appartiene; è anche quella dei
responsabili dello sterminio della sua famiglia e del popolo ebraico.
Questa tensione si mantiene senza l’abbandono della lingua: la
poesia vi permane, sottoponendola a trasformazioni che ne contestano
ogni presunta innocenza.
Nel
discorso di Brema Celan formula la tensione con precisione: dopo le
perdite una cosa restava raggiungibile, vicina e non perduta, la
lingua («Erreichbar,
nah und unverloren blieb inmitten der Verluste dies eine: die
Sprache»).12
Essa dovette tuttavia attraversare le proprie Antwortlosigkeiten,
le proprie assenze di risposta, un terribile ammutolire, le mille
tenebre di un parlare portatore di morte. Per una teoria della parola
come risposta, l’espressione ha un peso decisivo: la lingua che
sopravvive ha attraversato la condizione in cui la risposta mancava,
e la reca nella propria materia.
Nel
Meridiano
il medesimo pensiero si precisa in una formula sulla data:
«Vielleicht darf man
sagen, daß jedem Gedicht sein „20. Jänner“ eingeschrieben
bleibt?»13
(forse si può dire che
a ogni poesia resta iscritto il suo «20 gennaio».)
Il
«20 gennaio» rinvia al giorno in cui il Lenz
di Büchner, nella redazione che Celan aveva sotto gli occhi,
attraversa i monti, e al 20 gennaio 1942, data della conferenza di
Wannsee. La storia agisce così nella materia verbale stessa: nelle
date, nei vuoti, nelle interruzioni, nelle parole frante e nei
richiami a tradizioni culturali che la violenza ha ferito o
compromesso. Il rilievo si lega alla data del messaggio di
Mandel’štam: il messaggio in bottiglia reca una data, e la poesia
celaniana reca la propria.
La
concezione di Bachtin della parola come parola già attraversata da
altre voci aiuta a riconoscerne la densità storica. In Celan,
l’alterità della parola assume una gravità peculiare. Le parole
sono altrui perché provengono da una lingua condivisa e da una
storia comune; possono recare, al tempo stesso, le tracce di discorsi
che hanno escluso, perseguitato e ucciso. La responsabilità poetica
consiste nel rifiutare il ripristino simulato di una lingua neutrale.
Scrivere significa lavorare entro una lingua compromessa, senza
occultare le condizioni storiche di tale compromissione.
Questa
specificità impedisce di intendere il dialogismo come promessa di
conciliazione. L’apertura alla risposta lascia irrisolto il
problema che le voci si incontrino in condizioni paritarie e che la
comunicazione possa risarcire la perdita. La poesia di Celan mantiene
aperto l’indirizzo e rifiuta di convertire l’ascolto in una
compensazione della catastrofe. La sua forma può essere intesa come
esercizio di attenzione a ciò che, nella lingua, resta ferito, opaco
o irriducibile all’assimilazione.
Il
«tu» e la possibilità della risposta
Nella
poesia di Celan il tu affiora con frequenza, ma la sua identità
varia: può essere un interlocutore concreto, una presenza evocata,
il lettore o una figura ancora indeterminata. Questa mobilità
appartiene alla struttura dell’indirizzo poetico e alla
distribuzione, nel testo, della possibilità d’ascolto, e rinuncia
a ogni decifrazione definitiva.
In
Corona,
componimento di Mohn
und Gedächtnis, l’io
e il tu compongono un noi
che si dà in atti di parola: «Wir
sagen uns Dunkles»,14
ci diciamo cose oscure. Il verbo reciproco istituisce la scena
dialogica, e il contenuto di quel dire, il buio, dichiara l’opacità
della comunicazione. Nel finale il testo si rivolge a un tempo che
deve ancora venire: «Es
ist Zeit, daß es Zeit wird».
La forma lirica riattiva l’esperienza come atto di parola rivolto a
qualcuno, e il lettore vi è implicato perché il componimento gli
dischiude uno spazio d’ascolto e di risposta.
La
consonanza con Bachtin si manifesta qui con particolare evidenza. Se
l’enunciato è orientato verso qualcuno, il destinatario concorre
alla configurazione del senso, e rimane estraneo all’immagine di un
elemento aggiunto a posteriori. La poesia di Celan rende percepibile
questa partecipazione senza semplificarla. Il tu può restare
distante; l’incontro può permanere allo stato di ricerca; la
risposta può consistere nel riconoscere che il testo non offre una
soluzione conclusiva.
La
dimensione dell’ascolto emerge con forza anche in Sprachgitter,
titolo che rinvia all’immagine di una grata e, insieme, di una
barriera linguistica.15
La parola si configura come luogo ambivalente: rende possibile il
rivolgersi all’altro, e lascia sussistere la distanza fra le voci.
Tale ambivalenza illumina anche il rapporto fra Bachtin e Celan. Il
dialogo è necessario perché nessuna parola esaurisce il senso;
rimane arduo perché la relazione lascia sussistere le differenze e,
nella vicenda storica di Celan, la distanza è segnata da una
violenza che eccede la figura del semplice fraintendimento.
Pluralità
dialogica e testimonianza
Il
confronto richiede, in conclusione, di preservare la differenza di
scala e di oggetto fra i due autori. Bachtin elabora una teoria della
parola sociale e del romanzo, soffermandosi sulla pluralità dei
linguaggi e delle voci. La sua nozione di dialogismo consente di
leggere la letteratura come luogo di confronto, conflitto e
trasformazione delle parole. Celan, dal canto suo, svolge una
riflessione poetica che prende forma nei testi, nei discorsi e nelle
scelte formali, in risposta a una condizione storica specifica, senza
costruire una teoria sistematica del linguaggio.
Tradurre
la poesia di Celan nei termini della pluralità delle voci
rischierebbe di assorbire la singolarità della memoria della Shoah
in una categoria generale di eteroglossia. Se la pluralità
linguistica è condizione del dialogismo bachtiniano, in Celan la
memoria storica impone interrogativi ulteriori: quali voci sono state
cancellate? Chi può parlare? A chi può rivolgersi la parola dopo la
violenza?
Bachtin,
d’altra parte, aiuta a sottrarre la poesia di Celan all’immagine
di un monologo assoluto del trauma. Anche quando il testo è
frammentario e segnato dalla perdita, esso rimane orientato verso un
destinatario: si apre all’esterno e sollecita l’ascolto senza
poterlo garantire. La poesia mantiene così una tensione fra
testimonianza e comunicazione. Testimoniare significa affidare parole
a un altro, esponendole alla possibilità — e al limite — della
sua risposta, con la rinuncia a possedere integralmente l’esperienza
o a renderla trasparente.
____
Concludendo,
il confronto fra Bachtin e Celan consente di pensare la parola come
relazione, senza identificare la relazione con una comunicazione
pacificata. Bachtin mostra che ogni enunciato è attraversato da
parole anteriori e orientato verso una risposta, e che la risposta
presuppone un terzo; Celan sottopone tale dinamica a una verifica
storica determinata, facendo sì che la parola poetica si rivolga
all’altro senza separarsi dalla memoria della catastrofe. I due
centri dell’indagine si ricongiungono qui. La poesia di Celan,
dialogica e plurivoca, estende alla lirica il dialogismo che Bachtin
riservava al romanzo; il suo destinatario ignoto eredita dal
superdestinatario la struttura e ne sospende la garanzia.
Mandel’štam, fra i due, mostra che il pensiero del destinatario a
venire matura nel campo stesso della poesia.
La
poesia di Celan costituisce una verifica storica e rifiuta la
funzione di dimostrazione letteraria di una teoria di Bachtin; il
dialogismo, da solo, lascia fuori la specificità di Celan.
L’accostamento si rivela produttivo quando conserva insieme
prossimità e distanza. Da Bachtin proviene una grammatica della
parola come relazione; da Celan, una meditazione radicale sulle
condizioni in cui tale relazione può essere ancora cercata. Ne
risulta un’esigenza, estranea a ogni promessa di riconciliazione:
assumere la responsabilità dell’indirizzo e prestare ascolto a una
parola che si lascia possedere solo in parte.
Per la Redazione de Le parole di Fedro
il caporedattore - Sergio Daniele Donati
Bibliografia
essenziale
Bachtin
M., Estetica e romanzo,
trad. di C. Strada Janovič, Einaudi, Torino 1979.
Bachtin
M., L’autore e
l’eroe. Teoria letteraria e scienze umane,
trad. di C. Strada Janovič, Einaudi, Torino 1988.
Bachtin
M., Problemi dell’opera
di Dostoevskij (1929),
trad. di M. De Michiel, Edizioni dal Sud, Bari 1997.
Celan
P., Gesammelte Werke in
fünf Bänden, hrsg.
B. Allemann – S. Reichert unter Mitwirkung von R. Bücher,
Suhrkamp, Frankfurt a.M. 1983.
Celan
P., La verità della
poesia. «Il meridiano» e altre prose,
a cura di G. Bevilacqua,Einaudi, Torino 1993 (nuova ed. 2008).
Celan
P., Poesie,
a cura e trad. di G. Bevilacqua, Mondadori («I Meridiani»), Milano
1998.
Derrida
J., Schibboleth. Per
Paul Celan, a cura di
G. Scibilia, Gallio, Ferrara 1991.
Mandel’štam
O., O sobesednike
[Sull’interlocutore],
«Apollon», 1913.
NOTE
1P.
Celan, Die
Niemandsrose,
S. Fischer, Frankfurt a.M. 1963, dedicata a Mandel'štam; ed. it. in
Poesie,
a cura di G. Bevilacqua, Mondadori («I Meridiani»), Milano 1998.
Le versioni celaniane da Mandel'štam si leggono nei volumi IV e V
di Gesammelte
Werke in fünf Bänden,
hrsg. B. Allemann – S. Reichert unter Mitwirkung von R. Bücher,
Suhrkamp, Frankfurt a.M. 1983.
2O.
Mandel'štam, O
sobesednike
[Sull'interlocutore],
«Apollon», 1913. Sulla dipendenza del passo celaniano di Brema da
questo saggio si vedano gli studi di Christoph Parry sul rapporto
fra Celan e Mandel'štam.
3M.
Bachtin, Problemi
dell'opera di Dostoevskij
(1929), trad. di M. De Michiel, Edizioni dal Sud, Bari 1997;
Estetica
e romanzo,
trad. di C. Strada Janovič, Einaudi, Torino 1979; L'autore
e l'eroe. Teoria letteraria e scienze umane,
trad. di C. Strada Janovič, Einaudi, Torino 1988.
4М.
М. Бахтин, «Слово в романе» (1934-35); ed. it.
Il
discorso nel romanzo,
in Estetica
e romanzo,
cit.
5M.
Bachtin, Il
discorso nel romanzo,
cit., nella sezione che confronta il discorso poetico e il discorso
romanzesco.
6O.
Mandel'štam, O
sobesednike,
cit. Il saggio muove da un componimento di Baratynskij rivolto a un
lettore nella posterità.
7P.
Celan, Ansprache
anlässlich der Entgegennahme des Literaturpreises der Freien
Hansestadt Bremen
(26 gennaio 1958), in Gesammelte
Werke in fünf Bänden,
cit., vol. III; ed. it. in La
verità della poesia. «Il meridiano» e altre prose,
a cura di G. Bevilacqua, Einaudi, Torino 1993 (nuova ed. 2008).
8P.
Celan, discorso di Brema, cit.
9P.
Celan, Der
Meridian
(discorso del 22 ottobre 1960), in Gesammelte
Werke,
cit., vol. III; ed. it. Il
meridiano,
in La
verità della poesia,
cit.
10M.
Bachtin, Il
problema del testo nella linguistica, nella filologia e nelle altre
scienze umane
(1959-61), in L'autore
e l'eroe,
cit. Il superdestinatario (nadadresat)
appartiene ai saggi tardi di Bachtin.
11P.
Celan, discorso di Brema, cit.
12P.
Celan, Der
Meridian,
cit. Sul «20 gennaio» e sulla data come indirizzo temporale si
veda J. Derrida, Schibboleth.
Per Paul Celan,
a cura di G. Scibilia, Gallio, Ferrara 1991 (ed. orig. Schibboleth.
Pour Paul Celan,
Galilée, Paris 1986).
13P.
Celan, Corona,
in Mohn
und Gedächtnis,
Deutsche Verlags-Anstalt, Stuttgart 1952; ed. it. in Poesie,
cit. Traduzioni dei passi mie.
14P.
Celan, Sprachgitter,
S. Fischer, Frankfurt a.M. 1959; ed. it. in Poesie,
cit. Il titolo si presta a rese diverse («grata di lingua», «grata
della lingua»); nel testo si mantiene l'originale.
15P.
Celan, discorso di Brema, cit.


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