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Dialoghi poetici coi Maestri - 2. Ronny Someck

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  Ronny Someck - Foto di repertorio GRANO Un campo di grano fluttua sul capo della mia donna e su quello della mia bimba. quanto appare banale descrivere così  il biondo, eppure, là cresce il pane  della mia vita. Ronny Someck  - tratto da "Il bambino balbuziente" 2008 Mesogea Edizioni trad. dall'ebraico Sarah Kaminsky e Maria Teresa Milano MANGROVIE Siamo mangrovie, Ronny. Le nostre radici si nutrono di cieli umidi e simboli eterni giocano a Monopoli con gli sguardi dei nostri figli, senza passare mai dal via. Sergio Daniele Donati  - 2021 Inedito
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Dialoghi poetici coi Maestri - 1. Osip Mandel'štam

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  Osip Mandel'štam -  foto di repertorio Dimmi, disegnatore del deserto, geometra delle sabbie arabiche, la furia sfrenata delle linee ha davvero ragione del vento? -Non tocca la trepidazione dei suoi giudaici affanni; dal balbettio lui modella l'esperienza, dall'esperienza beve il balbettio. (Osip Mandel'štam – novembre 1933 comparso in Quasi leggera morte - Ottave Adelphi Ed. - Nona ottava a cura di Serena Vitale) Perché mai dovrei gettarle lontano? Sono chine secche, assetate di pioggia, speranze di diluizione e assorbimento su fogli porosi. Che cantino loro la roca brama d'esistenza; nostra è la danza e, forse, la preghiera se inciampa nei passi del silenzio. (Sergio Daniele Donati – marzo 2021 inedito)
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Notturna

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  Foto di Sergio Daniele Donati Verrà il giorno del canto dell'assiolo e ci immergeremo in nevi,  sciolte dal ricordo; e rivoli d'oblio ci solleticheranno il collo. Sarà il giorno  del sospiro del mughetto e dell'ironia del ginepro e dimenticheremo i nomi delle cose del mondo. Ci basteranno - eccome se basteranno - profumi senza tempo  e non trarremo più nevrotiche liste e combinazioni di lettere da memorie mendaci. Sì, rideremo, liberati dalla parola, despota seducente. E ci abbandoneremo a giochi d'infanzia con sassi sporchi di terra nelle mani, e bocche colorate da cioccolati fondenti o dal blu notte del mirtillo. Allora, in quel giorno, ci libereremo dal giogo, dell'imitazione e entreremo nel gioco dell'amore, là, nel bosco  ove ogni narrazione ha termine felice  e inizia - così, senza sforzo - un passo senza meta, il battito senza etica d'un cuore che vive.
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Ventidue semi (pomeridiana)

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  Foto di Sergio Daniele Donati Coltivo lento, con gesto meticoloso, piante esotiche i cui semi mi furono donati  a un mercato da un bizzarro signore.  Sul banco delle sue spezie e polveri rosse, bluastre  e arancioni si perdeva l'olfatto, tra pimenti e paprike e saponi d'Argan. C'erano pepi di Cayenna e chiodi di garofano e bacche rosse e ginepri seducenti. Ma il mio sguardo è avvezzo all'osservazione del celato e, tra colori e odori che proiettavano le mie fantasie e speranze a Zanzibar, vidi un sacco polveroso. Dentro ventidue semi inodori e dai colori  scialbi e stanchi.  Mi disse allora il vecchio: "Attento giovane, se li guardi troppo non potrai più disfarti di loro".  E un tremolio - non so bene se divertito o prudente - si manifestava tra le sue ciglia.  "Dammeli tutti, haver", dissi.  Il vecchio abbassò lo sguardo.  "Sono semi ancora vivi", disse.  "Vengono da lontano e dovrai piantarli in terre aride e ostili e attendere eoni
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Vav (in tre versi)

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  Disegno di Sergio Daniele Donati Ti prego ascolta ora il canto: "e fu - sarà".
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Oblivion (3) Y Final

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Alla prima spremitura l'olio sacro sembrava pece, ricordi? Aderiva alle nostre mani senza altro appiglio alla vita che i nostri corpi, sudati. Furono i tuoi passi e i miei respiri a render puro un amore colloso; e, mentre colava a terra, s'aprivano varchi di risate senza scopo tra i nostri sterni. Ora io vado e tu cammini su fili d'argento puro, e in quei varchi, benedetti dalla follia dei nostri passi allacciati, affonda le radici un giovane albero, forse un salice, capace di ricordo.
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Lettere ebraiche

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  Foto di Sergio Daniele Donati Ogni tanto è utile porsi la domanda sul proprio planare attorno a un argomento. Che si tratti di studio, racconto o percorso poetico, insegnamento o altro, è evidente che lo Alef-Bet ha plasmato la mia forma mentis e continuo a pormi la domanda del suo valore (anche etico) nello sviluppo del mio pensiero. Ma queste sarebbero valutazioni e riflessioni destinate ai miei soli cassetti (che ne sono pieni) se non percepissi che lo Alef-Bet è portatore di un valore universale trasmissibile. Anzi, solo quando (e in quanto) trasmessi i significati anche simbolici delle lettere ebraiche acquisiscono luce propria. Le lettere ebraiche non sono trattenibili, così come non si può imprigionare il vento. Se ne può (e, a mio avviso, si dovrebbe) ascoltare il suono di lontano e lasciare che questo ci trascini verso paesaggi in parte sconosciuti. Ovvio, io vengo da una famiglia di tradizione ebraica e, quindi, le lettere dello Alef-Bet sono state le mie compagne sin da pi
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Davide di Gabriella Candida Candeloro

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Il vento indugia, solletica le cime appese agli alberi di barche all'ormeggio. Fischiano, come uomini al cantiere come uragano di voci tutte diverse. Larghe, le vele dei cavalieri di onde, screziano il cielo bruno con spirali roteanti; aquiloni leggeri li inseguono. Tutto è immenso, tutto è largo. Ma il mio occhio, la mia mente, il mio passo, Sono attratti dal minuscolo, da un puntino rosso all'orizzonte. Uno svolazzo, un fruscio di vita che approda argentino tra le mie braccia tese. ________ NOTA BIOGRAFICA: Gabriella Candida Candeloro nasce Abruzzese e cresce Emiliana, perciò tra le sue passioni è inevitabile quella per la cucina. La creatività permea la sua vita da sempre e si esprime nel disegno, nella decorazione nella ceramica nel canto e nel teatro. La lettura le ha restituito spesso il senso del vivere e la scrittura più che una passione è una compagna, un centro imprescindibile come un organo vitale. Ha pubblicato recensioni e interviste sulla web-zine Kultural, un cop
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Uno zero

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  Lionello Balestrieri - Beethoven, 1900 Oggi apro un cassetto, e non so perché il ricordo del tuo nome, quello vero, produce balzi nei miei tempi. Li vorrei lenti ma saltellano come fiammelle attorno a quel suono, vuoto. Il tuo farti ombra ha messo a fuoco un nome vacuo (è cosa chiara; inequivocabile). Ti sei resa impronunciabile e, per imitatio dei, lo sai, di te parlano nel bisbiglio. Non io, che resto fedele a una promessa: “nè un più, né un meno”, dicevi, “ma uno zero”. Così è stato e così è; è il saldo del mo debito, lo pago con animo leggero. Ma le regole della matematica non le faccio io, che sono piccola cosa anche di fronte al nulla (soprattutto di fronte al nulla). Gli zeri, lo si voglia o meno, formano le migliaia e i milioni, quando seguono una solitudine. Beethoven Violin Sonata No.9, Op.47 'Kreutzer' (esec. Oistrakh/Oborin )
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Se camminando a stento di Cristina Simoncini

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Foto di Cristina Simoncini Foto e testo di Cristina Simoncini Si pubblica su gentile concessione dell'autrice (in vena di ironia) Temo che camminando a stento, infrenandomi sul margine del tempo, non sia stata per te né luna né stelle ma rèfolo di vento, Mi hai vista, sì? hai sentito lo spavento? Ma se tu mulinando sul mio silenzio avessi sbirciato per capire cosa c’era dentro, sai che risate, quel turbinìo di luci, quel mormorìo di fate, quella mattanza di ragioni sconfessate, io mi sarei affacciata alla finestra e ti avrei lanciato la mia intransigenza, tutta annodata, e tu salendo avresti calcolato ad occhio la gittata, e in un momento di puro intendimento forse avresti detto Guarda come dondolo, sono provvisorio! E io avrei risposto da lontano Lo senti come ride il mio destino? Sarei scesa sul retro e avrei dissotterrato il cuore dal giardino. E se d’improvviso tu avessi capito l’aspetto prodigioso della cosa e avessi aperto le braccia a un controsenso, io a scanso di tempo ci
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Vive la speranza (Lulav)

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Vive la speranza in innesti d'agrumi su cortecce di conifere.  All'ostinata ricerca di profumi mediterranei, ignori i muschi da cui proviene lo straniero. Eppure son quei passi a rendere sapido il mirto. e stucco per il palato il frutto della palma. Sei passi profughi giungono a te mentre al salice concedi uno sguardo distratto, e il cedro inscrive nel tuo cuore profondità sacre. Tieni in mano ora il frutto d'ogni stagione dell'uomo; per l'uomo che, straniero, irrora la tua terra.
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Estendi, ancora

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  Foto di Sergio Daniele Donati Giovanni Benedetto Platti concerto in Sol Min per Oboe e orchestra II - Largo A mio padre Le note, virgole pungenti, poggiano su colli di ricordo e sfiorano guance, bambine. Venticelli antichi seguono scherzosi i ritmi di un cuore, giullare. Di lontano una voce di cristallo canta il canto che fu. Estendo sino al limite della mia foresta ascolti più che umani Tra le erbe, osservi tonalità di colore mutarmi gli occhi. Piangevo la tua perdita allora, tra nevi e cime e querce. Poi la voce, nenia, battito tribale, mi parlò di te profugo. E fu un sorriso d'edera, e un bisbiglio di genziana; zoppichiamo assieme, nel bosco, papà, e lasciamo che si taciti il nostro eterno coro di dissenso.
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Canta il cigno

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Che il canto del cigno sia figlio della notte è scritto nel silenzio delle stelle. Che il bianco della neve copra i passi dell'indicibile è nella fatica del cercatore  di tracce. La vita, come la parola umana,  inciampa su radici celate da prati primaverili. Ciò che chiamiamo bellezza, al contrario, è un lungo, eterno addio.
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Hei (in tre versi)

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  Disegno ed elaborazione fotografica di Sergio Daniele Donati Un intervallo di quinta giusta tra il Silenzio del Creato e il brusio della Vita
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Shofar (so far)

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Sapevo saresti arrivato poi a mettere voce tra lembi aderenti della mia pelle. “Il soffio che strappa riempie d'oro gli spazi vuoti che crea”, dicevi. E sorridevi, e ridevi; i tuoi volti offuscati al mio sguardo da veli salati sui miei occhi. Fu allora che compresi. Io non sarei stato mai maestro. Avrei rivolto per sempre sorrisi ebeti e stolti, a un mondo troppo saggio. Tu facevi “no, no, no” con la testa mentre laceravi a brandelli, vesti per me preziose, e raddrizzavi una schiena piegata dall'assenza. E non c'è peso più grande, lo sai Maestro, che quello delle piume che non hanno carezzato i tuoi volti. Tu questo lo sapevi, alchimista della parola, e lanciavi dal tuo corno ululati che dividevano galassie da galassie, e riempivano i pori della pelle d'un vuoto fertile per il tuo allievo. Fu allora che compresi. Io non avevo nulla da trasmettere al mondo se non i miei inciampi. Ne traesse una lezione o li gettasse a terra, solo quello poteva essere il mio dono.
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Dalet (in tre versi)

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  Foto e disegno di Sergio Daniele Donati Ti si chiede di svanire e sostenere il povero dietro la porta del sogno
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L'impazienza di non saper dimenticare (un inedito di Marina Baldoni)

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  Foto e inedito di Marina Baldoni -  si pubblica su gentile concessione dell'autrice Hanno mani scomposte e commoventi, i ricordi, sguardi e sorrisi spaiati ognuno nella sua propria verità i contorni spettinati dalle scuse e dai fraintendimenti così, a mente, dividere contare duplicare sulla punta delle dita, fragile, l'impazienza di non saper dimenticare ___________________________ NOTA BIOGRAFICA: Marina Baldoni è nata nel 1962 a Loreto, dove vive. Ha pubblicato due raccolte di poesie: In un angolo del Mare (2010) e Fili di sale (2011), entrambi per Controvento Editrice. Nel 2020 è uscito Alogenuri d'argento, per Arcipelago Itaca Edizioni. Da alcuni anni frequenta la Scuola di cultura e scrittura poetica "Sibilla Aleramo" di Civitanova Marche, fondata e diretta da Umberto Piersanti. Nel 2018 ha vinto la prima edizione del concorso "Poesia Immaginata", spin-off del premio letterario nazionale Paolo Volponi.  Le sue passioni sono la lettura, la scrittur
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Mi chiedi di scrivere

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  Foto di Sergio Daniele Donati A mia madre Mi chiedi di scrivere perché mi ricordi bambino e sai che spezzavo punte di matita, calcando troppo sul foglio. Mi chiedi di scrivere e mi ricordi chino sul foglio la notte e chissà se ricordi la tua mano  sulla spalla; "Sergio è tardi". Mi chiedi di scrivere e io guardo il tuo volto e chissà se sai che il tuo sguardo evanescente spezza mine  di carbone nel mio  che si prepara al tuo Silenzio.
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Cum dederit

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Seleno e Dioniso -  Statua Romana II sec D.C. Dedicata al sommo poeta Ronnie Someck “Cum dederit dilectis suis somnum, Ecce haereditas Domini, filii: Merces, fructus ventris, Fructus ventris. Cum dederit dilectis suis somnum, Ecce haereditas Domini, filii: Merces, fructus ventris, Fructus ventris” Inizia sempre con una nota tenuta, una corda tesa tra ventri fecondi e cieli infedeli. In mezzo il figlio, solo, mostra al dio del nascondimento i suoi inciampi come trofei di latta per il festino del creato, o gusci di noce da usare come barchette nel fiume del ricordo. Dona la sua piccolezza a un'infinita assenza. E tiene quell'unica nota nel metatarso, al primo passo; un dono sacro, al Sacro che in lui dimora; a stento. È nulla un passo, eppure si amplifica, nell'appoggio a terra, quella nota che parte dalle iod delle sue intenzioni. “Guardami, dio celato, guarda l'inciampo di un figlio zoppo. E accogli lo strazio d'una parola balbuziente tra le ciglia del tuo creat
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La festa di Francesca G. Marone

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  Foto di Francesca G. Marone Racconto inedito e foto si pubblicano su gentile concessione dell'autrice Era stata invitata a una festa di ragazzini, al tempo aveva nemmeno dodici anni, le sembrava una cosa molto eccitante andare a una festa dove avrebbe trovato la musica, i balletti, le bibite fredde, le amiche e gli amici, alcuni di questi da conoscere meglio in quell’occasione imperdibile.  La festa era quella delle gemelle, le figlie della signora bionda, l’amica di famiglia; erano venute dal Nord loro, sembravano tanto eleganti da farti sentire spesso fuori posto.  L’accento della regione di provenienza non si sentiva quando parlavano, quel modo di parlare sortiva soltanto l’effetto del non-napoletano, questo perché erano state in giro per svariate città del Nord Italia, il marito della signora bionda era un imprenditore molto ricco e con diverse attività nel paese.  Ora però lui l’aveva lasciata da sola con le gemelle, o forse lei era scappata, pare che lui fosse stato violent
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Il Libro

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Il Libro pesa.  Il Libro è caldo. Il Libro parla, parla,  e non tace mai. Io aspiro al silenzio  e ho eletto  mio maestro il Libro; notti insonni di lettura mentre lui parla, parla senza sosta e pronuncia parole a me interdette; parla, parla,  parla a volti senza orecchie  per intenderlo, nel buio senza sogno di una notte senza stelle.
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Wind on my back

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Foto di Sergio Daniele Donati Spina che spiana vie di consapevolezza su terreni acidi. Mi chiedi di danzare; io non conosco i passi. Miei sono i sassi,  e conosco parole strane;  carezze e brezze per le tue guance profane. Ho piedi da montanaro, tu mi chiedi la danza; là, nella mia stanza, compongo canzoni e armonizzo suoni per il tuo gioco corsaro.
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Piani obliqui

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Sono piani obliqui e inclinati memorie e ricordi, sui quali ogni goccia di significato scivola verso l'alto, facendosi beffa d'ogni gravità.
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Il sassolino

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Foto di Sergio Daniele Donati Tengo un sassolino in mano quando scrivo. Ho bisogno di peso tra le dita perché non volino via le parole, fuggiasche. Tengo un sassolino in mano quando leggo. Ho bisogno di memorie nuove tra gli occhi perché si plachi infine la recitazione del mio nome. Tengo un sassolino in mano quando studio. Ho bisogno di canti antichi tra le labbra perché si estenda a mio figlio ogni mio sforzo di comprensione. Tengo un sassolino in mano quando parlo. Ho bisogno d'un filo d'argento tra i denti perché voli alto l'aquilone dei miei intenti. Tengo un sassolino in mano quando amo Ho bisogno di radici salde nella terra perché abbia respiro la mia promessa di cambiamento. Tengo un sassolino in mano quando prego ho bisogno che prenda corpo nello stomaco il pianto dei milioni di preghiere; inascoltate. Tengo un sassolino in mano prima di dormire ho bisogno che resistano al risveglio tra sterno e plesso, tracce di significato pesante; e si quieti infine la parola ch
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Just Jazz

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Foto di Sergio Daniele Donati Mani che masticano note sul piano, come cicche rosa in bocca a un bambino e uniscono sguardi, troppo timidi per staccarsi dal bicchiere. Avrei dovuto dirti il mio amore allora? Forse, ma la linea del basso mi portava via, indietro; e qualche “yeah” del pubblico mi strappava un sorriso. Ti presi allora la mano e la spatola sul rullante segnò una carezza tra i nostri desideri. “Once again” altri avevano parlato per me e potevo cullarmi all'idea che fosse il silenzio a unirci. Furono invece dolci parole non dette; bemolle sottili, resine nei nostri bicchieri.
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