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Dialoghi poetici coi Maestri 9. - Pablo Neruda

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Pablo Neruda  - Foto di repertorio CHIEDO SILENZIO Ora, lasciatemi tranquillo. Ora, abituatevi senza di me. Io chiuderò gli occhi E voglio solo cinque cose, cinque radici preferite. Una è l’amore senza fine. La seconda è vedere l’autunno. Non posso vivere senza che le foglie volino e tornino alla terra. La terza è il grave inverno, la pioggia che ho amato, la carezza del fuoco nel freddo silvestre. La quarta cosa è l’estate rotonda come un’anguria. La quinta cosa sono i tuoi occhi. Matilde mia, beneamata, non voglio dormire senza i tuoi occhi, non voglio esistere senza che tu mi guardi: io muto la primavera perché tu continui a guardarmi. Amici, questo è ciò che voglio. E’ quasi nulla e quasi tutto. Ora se volete andatevene. Ho vissuto tanto che un giorno dovrete per forza dimenticarmi, cancellandomi dalla lavagna: il mio cuore è stato interminabile. Ma perché chiedo silenzio non crediate che io muoia: mi accade tutto il contrario: accade che sto per vivere. Accade che sono e che conti
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Se il libro è casa

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Foto di Sergio Daniele Donati Se il libro è casa, liberi, anche da chiuso, a pagine intonse, la stanza del ritiro dalle scorie del pensiero. E apra le finestre, alle parole non dette perché si affaccino sul mondo, e non planino nel silenzio sulla superficie del sogno. Se la casa è libro, riveli le storie, incagliate tra denti e lingua, e srotoli papiri e pergamene. Perché il racconto abbia inizio, e il Canto canti il canto. Tacciano i sorrisi, si stemperino i ricordi, e inizi la danza della narrazione antica. Dalla macchia bianca, su bianco, la prima lettera osserva, la bacchetta in mano. Sola - ancora per poco - rumina sul foglio il suo progetto di creazione. E borbotta per sé i nomi delle moltitudini, dei figli della mitosi. Ascolta i passi ancora lontani dell'universo della separazione. È l'attimo in cui tutto si ferma, per non morire, prima d'esser nato. Immersi in liquidi confusi ci si nutre del pensiero d'una madre che immagina ogni nostro volto e sceglie ogni n
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Dialoghi poetici coi Maestri 8. - Guido Guinizzelli

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  Foto di Sergio Daniele Donati IO VOGLIO DEL VER LA MIA DONNA LAUDARE Io voglio del ver la mia donna laudare ed asembrarli la rosa e lo giglio: più che stella dïana splende e pare, e ciò ch’è lassù bello a lei somiglio. Verde river’ a lei rasembro e l’âre, tutti color di fior’, giano e vermiglio, oro ed azzurro e ricche gioi per dare: medesmo Amor per lei rafina meglio. Passa per via adorna, e sì gentile ch’abassa orgoglio a cui dona salute, e fa ’l de nostra fé se non la crede; e no lle pò apressare om che sia vile; ancor ve dirò c’ha maggior vertute: null’om pò mal pensar fin che la vede. (Da Sonetti di Guido Guinizzelli) ______________ SORGE SUL PALMO Sorge sul palmo della mano ogni lode, quando s'apre il pugno e s'arrende al bello, come petalo a brina. Sorge sul palmo della mano ogni passo e ricordo e melanconia; svapora verso il cielo ogni canto del Sublime. Resta, sul palmo della mano, un amore senza nome, una casa senza porta ed entrano spifferi di resa lenta, e
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Ayin (in tre versi)

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  Foto di Sergio Daniele Donati Quell'occhio non l'ho più visto. Restano tracce di memoria sotto le unghie; quell'occhio non m'ha più visto. 
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L'attesa (Oblivion 4)

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"L'attesa" di Francesca Rocco - primavera 2021 Non dirlo e lascia che sia pizzicato su fili d'argento da una parola muta; non dirlo e lascia che cresca - sibilo antico - come raggio di stella su legni di cedro. Posa lo sguardo altrove e lascia che coli dal palmo delle mie mani la goccia d'olio sacro d'un desiderio non detto.
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Samek (in tre versi)

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Fa' ben attenzione. Il diadema nella città d'oro sostiene chi vacilla.
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Dialoghi poetici coi Maestri 7. - Leonard Cohen

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  Leonard Cohen - Foto di repertorio YOU WANT IT DARKER If you are the dealer I’m out of the game If you are the healer Means I’m broken and lame If thine is the glory Then mine must be the shame You want it darker We kill the flame Magnified and sanctified Be Thy Holy Name Vilified and crucified In the human frame A million candles burning For the help that never came You want it darker Hineni Hineni I’m ready, my Lord There’s a lover in the story But the story’s still the same There’s a lullaby for suffering And a paradox to blame But it’s written in the scriptures And it’s not some idle claim You want it darker We kill the flame They’re lining up the prisoners And the guards are taking aim I struggled with some demons They were middle-class and tame I didn’t know I had permission To murder and to maim You want it darker Hineni Hineni I’m ready, my Lord Magnified and sanctified Be Thy Holy Name Vilified and crucified In the human frame A million candles burning For the love tha
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Eco e Narciso

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  Echo and Narcissus  -  John William Waterhouse (particolare) Rifiutare il bisbiglio, delle labbra d'oreade, questo uccide ogni amore, Narciso. Non fu un'immagine nel gorgo, a trascinarti nell'abisso. Amare significa saper ascoltare parole diafane, pronunciate da bocche di sogno, capire che nulla ci appartiene e tutto - il delicato dono d'un cuore di ninfa - è sacro, anche se rifiutato. Dicono tu sia morto assorbito dal tuo stesso volto. Io non lo credo. T'ha ucciso il suono del tuo nome ripetuto tre volte nel vento; voce eterna di chi non c'è più. Ripetere tre volte il nome che ti rifiuta; questo uccide ogni amore, Eco. La prima è tremula speranza, la seconda è speranza cieca, la terza è thanatos nel cuore. Non fu la maledizione di Era a ucciderti, né i giochi bambini di Zeus. Ti tolse il soffio la tua incapacità di non dire più, l'ossessione del cambiamento. Due volte si chiama l'amore, Eco. Solo due. La terza chiamata è
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Dialoghi poetici coi Maestri 6. - Salvatore Quasimodo

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  Salvatore Quasimodo - Foto di repertorio ALLE FRONDE DEI SALICI E come potevamo noi cantare con il piede straniero sopra il cuore, fra i morti abbandonati nelle piazze sull’erba dura di ghiaccio, al lamento d’agnello dei fanciulli, all’urlo nero della madre che andava incontro al figlio crocifisso sul palo del telegrafo? Alle fronde dei salici, per voto, anche le nostre cetre erano appese, oscillavano lievi al triste vento. (Salvatore Quasimodo: dalla raccolta Giorno dopo giorno, 1947) _______________________________ PROLE ACCECATA È sottoterra che, seppellita, la parola germina, tra bave cieche di lombrichi e maceri infedeli di rami secchi; la parola tradita, come prole accecata nel sogno. E non basta dirsi vinti né cedere il passo a un silenzio nazista. Occorre avere la folle pazienza di chi illumina di fuochi fatui le macerie d'un dire senza segno. Speranza è parola sporca; odora di fango e muschi decomposti e si cela nell'attesa d'una pioggia che ne liberi i fa
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Primavere

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  Maturano improvvisi ricordi di ciliegie da cogliere dall'albero dell'infanzia. Il bimbo salta - non ci arriva -, papà ride e lo prende sulle spalle.  Maturano improvvisi ricordi d'una alleanza che sporca di rosso mani e labbra.
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Nun (in tre versi)

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  Non costringerò in tre versi l'odore di mirto  dei tuoi lenimenti e il suono d'argento  delle tue nenie di consolazione
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La confessione

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  Foto di Sergio Daniele Donati Su Musica di Dmitri Shostakovich Suite from Lady Macbeth “ M'ha costretto un coltello, una lama sottile, avvocato, a diventar barocca. Là, nelle stanze in cui pesavano più le parole che un cuore che batte, ho imparato, a trovar rifugio.  Mie compagne sono state le metriche strette, le cadenze fisse e senza scampo. Là nelle camere ove soffocavano la bambina, ho appreso l'arte della sopravvivenza. E mi sono nutrita di larve di sentimenti, catturati dalle ragnatele; della parola. Tutto era buio e prevedibile, là. Ora lei mi guarda, e forse non capisce. Ma il suo silenzio urta e incalza. Vuole che continui, desidera cenni di significato cui applicare la sua logica stretta. Il suo pensiero alto cerca di armonizzare il mio racconto con categorie astratte: norme, fattispecie, esimenti e aggravanti. Ma il mio è reato non previsto da alcun codice. Un assassinio, se vuole, cui manca l'elemento soggettivo della vittima. Allora confesso, perché lei
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Dialoghi poetici coi Maestri 5. - Rainer Maria Rilke

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  Rainer Maria Rilke -  Foto di repertorio PRIMA ELEGIA Chi mai, s’io grido, m’udrà dalle schiere celesti? E d’improvviso un angelo contro il suo cuore m’afferri, − io svanirei di quel soffio più forte. Ché il bello è solo l’inizio del tremendo, che noi sopportiamo ancora ammirati perché sicuro disdegna di sgretolarci. Sono gli angeli tutti tremendi. Così mi trattengo e soffoco in gola il richiamo d’un oscuro singhiozzo. Chi mai ci aiuterà? Né gli angeli ahimè né gli umani – e gli animali sagaci ormai sanno che non molto tranquilli noi stiamo di casa in una foresta di segni. Un albero forse ci resta lungo il pendio, da rivedere ogni giorno; ci resta il cammino di ieri e la fedeltà viziata di un’abitudine, che presso di noi si compiacque e non se n’è andata e rimase. E la notte, oh la notte, quando il vento del mondo il viso ci scava, − a chi mai non rimane, l’agognata, che soavemente delude, e grave attende il cuore del solitario? È forse più lieve la notte agli am
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Mem (in tre versi)

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  Foto di Sergio Daniele Donati Sovrano di rame, ti prego, distilla gocce materne e carezze per la nuca di mio figlio dalle melme acide dell'abisso.
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Dialoghi poetici coi Maestri 4. - Jorge Luis Borges

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  Jorge Luis Borges -  Foto di repertorio DIMENTICANDO UN SOGNO Tratto da La cifra (Mondadori, 1982) trad. it. D. Porzio Nell’alba dubitante ho avuto un sogno. So che nel sogno c’erano più porte. Il resto l’ho perduto. Il mio risveglio ha lasciato svanire stamattina quella favola intima che adesso è più inafferrabile dell’ombra di Tiresia o di Ur dei Caldei o dei corollari di Spinoza. Ho passato la vita decifrando i dogmi che avventurarono i filosofi. È noto che in Irlanda un uomo disse che l’attenzione di Dio, che mai dorme, raccoglie eternamente ogni sogno ogni vuoto giardino ed ogni lacrima. Continua il dubbio e la penombra cresce. Se sapessi che è stato di quel sogno che sognai, o che sogno aver sognato, saprei tutte le cose. ________________________________ SCORIE DI DESIDERIO (Sergio Daniele Donati - 2021 - Inedito) Sulla linea di fuoco del sogno siamo ermeneuti affannati dal segno che scolora; ne decifriamo in fretta i tratti sbiaditi prima che inchiostri simpatici lascino scart
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Felicia Buonomo - Quattro poesie tratte da "Cara Catastrofe" (Miraggi Edizioni, 2020)

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Foto di Felicia Buonomo Mi parli del tempo che distrugge, della ribellione che non c'è, della dignità frantumata sotto il peso di parole rabbiose. Fai l'elenco delle mie colpe con la stessa voce di chi urlava “Barabba!”. Mi ricordi che anche il figlio di Dio è fatto di carne che sanguina e muore. E che nessuno aspetterà, per me, il terzo giorno. Mi siedo al banco degli imputati. La mia parola contro la tua. Mancanza di prove di felicità – dichiaro. La verità, nient'altro che la verità: il dolore è l'unico sentimento che mi lega a te. È tutto quello che ho da dire, Vostro onore. Quando ti abbraccio non sento l'amore che non ricevo ma il disprezzo che non ti dono. Ti sento precipitare nel pozzo delle infinite possibilità per cui mi implori. Implorare è sempre stata la tua costante. Nel bene e nel male. Finché morte – mia, per mano tua – non ci separi. Esatta come il dolore dei pezzi che perdo, sicura come le lacrime che non comprendi. Non ho paura di morire, lasciare
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Lamed (in tre versi)

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Tra il trono e l'abisso il cuore del Maestro insegna passi di ritorno. 
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Notturna 2

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  Foto di Sergio Daniele Donati poesia esile/poesia esule Leggi questo verso e accogli, ti prego,  la dissonanza delle mie parole testarde (tace la notte, a volte, il canto delle stelle). Sorridi, ti prego,  al raglio d'un uomo inetto, incapace di dire del soffio del Silenzio su un volto rigato dai fili di ferro della Memoria. 
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Kaf (in tre versi)

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  Foto di Sergio Daniele Donati Prende, trattiene e assimila altrui parole e silenzi la corona della saggezza.
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Dialoghi poetici coi Maestri - 3. Konstantinos Kavafis

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Konstantinos Kavafis  - Immagine di repertorio   MURA Senza riguardo, pudore, compassione mi han costruito alte mura tutt'intorno. E ora sto qui seduto a disperarmi. Non penso ad altro: mi rode questa sorte; perché avevo da fare molte cose fuori. Mentre la costruivano, come non mi accorsi? Non udii mai strepiti e voci di muratori. Inavvertitamente mi hanno escluso dal mondo. (Konstantinos Kavafis - tratto da "Poesie scelte" 2025 Crocetti Editore trad. dal greco Nicola Crocetti) LE DIMORE Ogni ritiro è foglia e linfa, e sudore su palmi, meticci. Non mi appartengono quei palmi, né le mani. E dimorano nei miei polmoni ossigeni altrui. Trovo riposo in cucine, tra odori di spezie inusuali. E suoni di lingue sconosciute cullano il ricordo di me bambino. Il luogo del mio ritiro è dove il mio nome non varca soglia. Perché fu nella lingua dei miei avi che il palato di mio padre pronunciò quel nome, luce rifiutata d'un seme di coscienza. (Sergio Daniele Donati - 2021  Inedito)
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Iod (in tre versi)

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  Foto di Sergio Daniele Donati Sono piccole e sottili e strette. Fiamme d'ambra nei sogni dei nostri figli. Foto di Sergio Daniele Donati
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Tet (in tre versi)

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Tet (disegno e foto di Sergio Daniele Donati) Di nove argille si compone il creato. L'ultima sigla il patto e dona i ritmi  alle danze delle donne, d'estate.
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Sbagli

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  "Sali o scendi?" foto di Sergio Daniele Donati Ciò che nasce storto non si raddrizza certo solo perché un raggio di sole lo illumina . Questo pensava mentre aspettava l'autobus alla fermata. E di tutte le sensazioni di rinascita della sera prima non rimanevano che tracce mendaci. Del vuoto che si colma, del vaso - da sempre crepato - che trattiene finalmente liquidi d'oro, e si colora di nuova vita non restavano che cocci e teste; a terra. Ciò che nasce storto non si raddrizza certo perché un raggio di sole lo illumina. E i suoni ovattati della città, le risate dei bambini per strada, i colori e i profumi di una Milano dalla bellezza crudele, che in altri momenti gli avevano riempito di senso la vita, diventavano opachi e grigi. Nulla – ma nulla davvero – lo distoglieva da quel pensiero. La pelle, maledetta pelle, trattiene odori estranei e li mescola ai propri desideri. La sua pelle era ormai l'unica testimone di una notte di oblio, in cui tutto sembrava poter
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HISM (how I saved myself)

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  Fire dance (foto ricavata dal web) Ispirato al brano di Joy Grifoni HISM Inizia sempre con un mugugno. Un borbottio lento, per farsi intuire, celando le proprie perle dietro suoni gutturali e sgraziati. Arrivano poi dall'alto messaggeri e messi; annunciano raccolti e guerre, urlando a orchestrali svogliati cadenze e percussioni, ritmi e accenti. E prende ritmo un dire per non dire, il suono che tutto crea, la parola in movimento. Senza senso, né fil di lino, è in ogni parola la sola impellenza di parlare e nominare e emettere suono. È così che si salva il nocciolo senza tempo d'ogni scrittura; celandosi ritrosi - vergini sotto lo sguardo di desiderio di uomini vissuti - a ogni significato, soffiando su fili d'erba primaverile venti lontani, aedi dell'antico (nel presente). Fui testimone distratto, poi scudo e corazza, infine sciamano. Là, nella terra dove tutto si forgia tra colline di silenzio; dove il falco taglia il cielo che lo sostiene e l'ossimoro spezza la
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Il buio acceso di Flavia Tomassini

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  Foto di Flavia Tomassini   Foto e inedito si pubblicano su gentile concessione dell'autrice Parla con me o non parlare affatto, stendi le lenzuola pulite nella stanza a fianco lascia per me un cuscino e chiudi la porta. Spegni il lume se ne tieni uno, che la notte consumi il buio e si accenda come la bocca che non hai baciato. Conoscersi fa paura. _________ BREVE NOTA BIOBIBLIOGRAFICA :Flavia Tomassini (Roma, 1985) ha pubblicato nel 2008 la sua prima silloge poetica “Muschio e Selva” edita da Il Filo. Suoi inediti sono presenti in rete su riviste e blog letterari fra cui “Critica Impura”, “Poesia Ultracontemporanea”, “Poetarum Silva”, “Larosainpiu”, “Poeti del parco” e “Transiti poetici”. Un suo testo è apparso nella rubrica “La Bottega della Poesia”, curata da Gilda Policastro, su La Repubblica.
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