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In evidenza

Mem (in tre versi)

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  Foto di Sergio Daniele Donati Sovrano di rame, ti prego, distilla gocce materne e carezze per la nuca di mio figlio dalle melme acide dell'abisso.
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Dialoghi poetici coi Maestri 4. - Jorge Luis Borges

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  Jorge Luis Borges -  Foto di repertorio DIMENTICANDO UN SOGNO Tratto da La cifra (Mondadori, 1982) trad. it. D. Porzio Nell’alba dubitante ho avuto un sogno. So che nel sogno c’erano più porte. Il resto l’ho perduto. Il mio risveglio ha lasciato svanire stamattina quella favola intima che adesso è più inafferrabile dell’ombra di Tiresia o di Ur dei Caldei o dei corollari di Spinoza. Ho passato la vita decifrando i dogmi che avventurarono i filosofi. È noto che in Irlanda un uomo disse che l’attenzione di Dio, che mai dorme, raccoglie eternamente ogni sogno ogni vuoto giardino ed ogni lacrima. Continua il dubbio e la penombra cresce. Se sapessi che è stato di quel sogno che sognai, o che sogno aver sognato, saprei tutte le cose. ________________________________ SCORIE DI DESIDERIO (Sergio Daniele Donati - 2021 - Inedito) Sulla linea di fuoco del sogno siamo ermeneuti affannati dal segno che scolora; ne decifriamo in fretta i tratti sbiaditi prima che inchiostri simpatici lascino scart
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Felicia Buonomo - Quattro poesie tratte da "Cara Catastrofe" (Miraggi Edizioni, 2020)

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Foto di Felicia Buonomo Mi parli del tempo che distrugge, della ribellione che non c'è, della dignità frantumata sotto il peso di parole rabbiose. Fai l'elenco delle mie colpe con la stessa voce di chi urlava “Barabba!”. Mi ricordi che anche il figlio di Dio è fatto di carne che sanguina e muore. E che nessuno aspetterà, per me, il terzo giorno. Mi siedo al banco degli imputati. La mia parola contro la tua. Mancanza di prove di felicità – dichiaro. La verità, nient'altro che la verità: il dolore è l'unico sentimento che mi lega a te. È tutto quello che ho da dire, Vostro onore. Quando ti abbraccio non sento l'amore che non ricevo ma il disprezzo che non ti dono. Ti sento precipitare nel pozzo delle infinite possibilità per cui mi implori. Implorare è sempre stata la tua costante. Nel bene e nel male. Finché morte – mia, per mano tua – non ci separi. Esatta come il dolore dei pezzi che perdo, sicura come le lacrime che non comprendi. Non ho paura di morire, lasciare
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Lamed (in tre versi)

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Tra il trono e l'abisso il cuore del Maestro insegna passi di ritorno. 
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Notturna 2

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  Foto di Sergio Daniele Donati poesia esile/poesia esule Leggi questo verso e accogli, ti prego,  la dissonanza delle mie parole testarde (tace la notte, a volte, il canto delle stelle). Sorridi, ti prego,  al raglio d'un uomo inetto, incapace di dire del soffio del Silenzio su un volto rigato dai fili di ferro della Memoria. 
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Kaf (in tre versi)

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  Foto di Sergio Daniele Donati Prende, trattiene e assimila altrui parole e silenzi la corona della saggezza.
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Dialoghi poetici coi Maestri - 3. Konstantinos Kavafis

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Konstantinos Kavafis  - Immagine di repertorio   MURA Senza riguardo, pudore, compassione mi han costruito alte mura tutt'intorno. E ora sto qui seduto a disperarmi. Non penso ad altro: mi rode questa sorte; perché avevo da fare molte cose fuori. Mentre la costruivano, come non mi accorsi? Non udii mai strepiti e voci di muratori. Inavvertitamente mi hanno escluso dal mondo. (Konstantinos Kavafis - tratto da "Poesie scelte" 2025 Crocetti Editore trad. dal greco Nicola Crocetti) LE DIMORE Ogni ritiro è foglia e linfa, e sudore su palmi, meticci. Non mi appartengono quei palmi, né le mani. E dimorano nei miei polmoni ossigeni altrui. Trovo riposo in cucine, tra odori di spezie inusuali. E suoni di lingue sconosciute cullano il ricordo di me bambino. Il luogo del mio ritiro è dove il mio nome non varca soglia. Perché fu nella lingua dei miei avi che il palato di mio padre pronunciò quel nome, luce rifiutata d'un seme di coscienza. (Sergio Daniele Donati - 2021  Inedito)
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Iod (in tre versi)

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  Foto di Sergio Daniele Donati Sono piccole e sottili e strette. Fiamme d'ambra nei sogni dei nostri figli. Foto di Sergio Daniele Donati
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Tet (in tre versi)

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Tet (disegno e foto di Sergio Daniele Donati) Di nove argille si compone il creato. L'ultima sigla il patto e dona i ritmi  alle danze delle donne, d'estate.
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HISM (how I saved myself)

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  Fire dance (foto ricavata dal web) Ispirato al brano di Joy Grifoni HISM Inizia sempre con un mugugno. Un borbottio lento, per farsi intuire, celando le proprie perle dietro suoni gutturali e sgraziati. Arrivano poi dall'alto messaggeri e messi; annunciano raccolti e guerre, urlando a orchestrali svogliati cadenze e percussioni, ritmi e accenti. E prende ritmo un dire per non dire, il suono che tutto crea, la parola in movimento. Senza senso, né fil di lino, è in ogni parola la sola impellenza di parlare e nominare e emettere suono. È così che si salva il nocciolo senza tempo d'ogni scrittura; celandosi ritrosi - vergini sotto lo sguardo di desiderio di uomini vissuti - a ogni significato, soffiando su fili d'erba primaverile venti lontani, aedi dell'antico (nel presente). Fui testimone distratto, poi scudo e corazza, infine sciamano. Là, nella terra dove tutto si forgia tra colline di silenzio; dove il falco taglia il cielo che lo sostiene e l'ossimoro spezza la
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Il buio acceso di Flavia Tomassini

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  Foto di Flavia Tomassini   Foto e inedito si pubblicano su gentile concessione dell'autrice Parla con me o non parlare affatto, stendi le lenzuola pulite nella stanza a fianco lascia per me un cuscino e chiudi la porta. Spegni il lume se ne tieni uno, che la notte consumi il buio e si accenda come la bocca che non hai baciato. Conoscersi fa paura. _________ BREVE NOTA BIOBIBLIOGRAFICA :Flavia Tomassini (Roma, 1985) ha pubblicato nel 2008 la sua prima silloge poetica “Muschio e Selva” edita da Il Filo. Suoi inediti sono presenti in rete su riviste e blog letterari fra cui “Critica Impura”, “Poesia Ultracontemporanea”, “Poetarum Silva”, “Larosainpiu”, “Poeti del parco” e “Transiti poetici”. Un suo testo è apparso nella rubrica “La Bottega della Poesia”, curata da Gilda Policastro, su La Repubblica.
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Rinascita

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Foto di Sergio Daniele Donati   Tu non sai perché esisti, né sai da dove vieni; ma il bambù nelle sere d'estate ti parla, e in ogni istante respiri. Lumi lontani, non potevi che scorgere fuochi fatui del Vero. Eppure, nelle notti d'inverno il vento (messaggero) ti sembrava intonare lodi alla fertile assenza; e il bambù (suo scudiero) danzava danze guerriere su ritmi tribali. Luci sperse e buio interno, hai dovuto aerare radici profonde e fare di te stesso talea in nuovi suoli. Il tuo canto è ora Silenzio, il tuo sguardo abbraccia il grande e non trascura l'atomo. Canna di bambù ti sei piegato allora alla brezza del dolore, là, dove radici cieche e profonde hanno tratto nutrimento da ferite purulente. Perché tua è la facoltà di trasformazione. Là, d'improvviso, un solo suono è emerso dal suo sterno. E nel tuo sguardo bambino hai colto il senso crudele e profondo d'ogni separazione. Alla sensazione che ieri  chiamavi vera, oggi dai un nome diverso. E il tuo sgua
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Nella Fucina della Parola

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Che poi si cerchi anche il plauso dalla Fucina della Parola è cosa certa e antica. Un dire diretto per colpire in chi legge la vertebra dell'assenso. O, al contrario, un parlare sommesso lasciando intendere vi sia ben altro di non detto; solletico, questo, all'articolazione malsana della curiosità. La parola è costituita di materiale neutro, prezioso e grezzo nella Fucina della Parola; e là parlare (o scrivere) senza porsi il problema del limite (del detto o del taciuto), così rispondendo solo ad una legge antica e piccola che ci vuole schiavi di ciò che pretendiamo di dominare, è permearsi di una piccolezza che non giova a chi scrive, né a chi legge, né alla parola. L'Artigiano, pur miope, nella fucina raccoglie la gemma grezza e la pulisce da detriti millenari; bisbigliando formule sacre e antiche che ne risveglino il potenziale di stella o il ritmo costante della risacca del mare o profumi mediorientali d'eucalipto o mirto. Si dimentica l'Artigiano d'avere
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Het (in tre versi)

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  Disegno e  foto di Sergio Daniele Donati Lo chiederà a te il cambiamento,  e tu sorridi, chi non ha coraggio,  né un passo bambino verso la Porta di Fuoco
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Ti benedica - יְבָרֶכְךָ

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  Paul Klee - All'inizio A mio figlio Gabriel e a chi ne sorregge i passi Lo chiedo a te che scivoli tra le pieghe di lemmi stentati, balsamo e olio sacro sulle ferite  d'un uomo piccolo, benedici quell'ossidiana pura e non ricada sul figlio l'inciampo del padre, e traggano giovamento dal soffio che crea gli accenni di peluria sulle sue labbra. Accolgano  i tuoi volti una voce che cambia e assume timbri di muschio e sgretola in briciole  sacre ricordi d'assenza. M'hai donato facoltà di procreare, ora incidi un solco profondo tra padre e figlio e siano d'ambra e oro antico i ponti stretti tra passato e futuro. Si rivolga alla terra del ritorno, solo dopo lungo viaggio verso lo straniero, il suo passo. E fa che dimentichi, e poi ricordi, un padre che inciampa e balbetta a ogni respiro, e dedica ogni sforzo a tornare eretto in tempo per vedere la tua pace e i tuoi volti volgersi al figlio, e dimenticarsi infine del mio nome. Sia perfetta ai tuoi occhi la trasmi
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Che poi, se manca

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Davìd di Gian Lorenzo Bernini (particolare)   Che poi, se manca l'apnea al sorriso, il balzo all'incontro, il silenzio alla parola, la vita stinge e scolora e acari invisibili ne corrodono la tessitura. Se manca un “eppure” alle nostre certezze, un “altrove” alla nostra dimora, una “sincope” ai nostri ritmi piani, la vita sbiadisce e infeltrisce e strappi d'usura ne lacerano il ricamo. Se manca lo sguardo ritroso al bello, la timidezza al gesto, la titubanza alla prima nota, la vita collassa e implode sotto il peso d'un sogno mal posto e immemore della balbuzie creativa del neonato. Si piega su se stessa la vita se manca la memoria, se vive di ricordo, se manca di slancio, se incapace di stasi; si piega come si piega un foglio di carta perché diventi aeroplanino da lanciare lontano.
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Sparring partner

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  Dicono che sia nata prima la seconda gobba sul mio naso che i miei denti da latte. Parloai, scribacchini, gente capace solo di vedere un volto (alla volta). Io, certo, paro, colpisco e schivo e ogni tanto aggiungo nuove gobbe al mio nasone. E rido, rido rido, che ormai il mondo non ha più strumenti per farmi triste. Oh, sì, c'è stato un tempo (io lo ricordo) in cui il mio naso era dritto che sembrava la giusta ipotenusa sui cateti che congiungono labbro superiore e sopracciglia. Si è rotto per una disattenzione, forse. Avrei dovuto colpire prima io. Ma nel pubblico c'era lei, e non potevo vincere, che non è nelle mie corde ignoranti la stoffa del campione. Io per gli altri non vinco. Le prendo, resisto, mi rialzo e rido; per gli altri. E poco importa se in pochi capiscono il messaggio. Dicono, ridendo delle gobbe sul mio naso, che in fondo era scritto che non avrei mai vinto niente; che in fondo ero solo buono a raccogliere gli sputi dei campioni nel secchio. Già, ma come cad
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Due poesie di Flavio Malaspina

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  Ritratto dell'Autore - foto di AC (si pubblica su sua gentile concessione) LISCHE Ci sono cose che non si possono dire si posano dentro la bocca scivolano in fondo alla gola e pesano come macigni. È geologia dell’ansia tettonica dell’angoscia, tolgono il fiato e nel loro movimento tellurico annientano la parola e fanno della voce tremore. Perché ci sono cose che non si possono dire. Restano laggiù come enormi e candide lische di estinti cetacei. RESPIRARE La vita a venire sarà a levare finalmente sarà esistenza respirare. ____________________ BREVI NOTE BIOGRAFICHE : Flavio Malaspina nasce a Milano nell’ottobre del 1959.Cresce nei quartieri popolari della “Cagnola” - “Villapizzone” e Bovisa. Scrive da sempre e da sempre ama la poesia. Ha pubblicato due silloge : “Il dopo è solo per gli dei” edizioni Controluna 2019 e “la dispensa del ragno” edizioni DivinaFollia 2016. Vive a Trezzano sul Naviglio MI.
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Arretra e si ferma la parola

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Foto di Sergio Daniele Donati Arretra e si ferma la parola davanti all'essere di silenzio che ne tiene i fili.  La spina dorsale di ogni dire  è una Vav che congiunge l'impronta all'altrove.  Destava stupore ai vostri occhi il mio incedere cauto tra interpunzioni e segni, eppure fu allora per me incanto  la danza dei vostri piedi di roccia in roccia nel fiume.  Che la parola dia vita non lo credo più.  La parola è tradimento e finzione; ogni impulso vitale è, prima del dire, nell'acqua e nel sasso e nel piede vostro che lo sfiora. Praticano dunque ora il disincanto piedi e parole, balzi entrambi per evitare l'umido e stupisce sempre in piedi e scrittura il loro accompagnarsi all'impulso d'avanzare e tacere.
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Zain (in tre versi)

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Disegno e foto di Sergio Daniele Donati E tacere del bello che dimora sulla lama del coltello.
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Dialoghi poetici coi Maestri - 2. Ronny Someck

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  Ronny Someck - Foto di repertorio GRANO Un campo di grano fluttua sul capo della mia donna e su quello della mia bimba. Quanto appare banale descrivere così  il biondo, eppure, là cresce il pane  della mia vita. Ronny Someck  - tratto da "Il bambino balbuziente" 2008 Mesogea Edizioni trad. dall'ebraico Sarah Kaminsky e Maria Teresa Milano MANGROVIE Siamo mangrovie, Ronny. Le nostre radici si nutrono di cieli umidi e simboli eterni giocano a Monopoli con gli sguardi dei nostri figli, senza passare mai dal via. Sergio Daniele Donati  - 2021 Inedito
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Nome

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  Inizia con un sibilo, si apre nella vocale che congiunge e termina in un cerchio, il nome mio. Altro non saprei dire.
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Dialoghi poetici coi Maestri - 1. Osip Mandel'štam

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  Osip Mandel'štam -  foto di repertorio Dimmi, disegnatore del deserto, geometra delle sabbie arabiche, la furia sfrenata delle linee ha davvero ragione del vento? -Non tocca la trepidazione dei suoi giudaici affanni; dal balbettio lui modella l'esperienza, dall'esperienza beve il balbettio. (Osip Mandel'štam – novembre 1933 comparso in Quasi leggera morte - Ottave Adelphi Ed. - Nona ottava a cura di Serena Vitale) Perché mai dovrei gettarle lontano? Sono chine secche, assetate di pioggia, speranze di diluizione e assorbimento su fogli porosi. Che cantino loro la roca brama d'esistenza; nostra è la danza e, forse, la preghiera se inciampa nei passi del silenzio. (Sergio Daniele Donati – marzo 2021 inedito)
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Notturna

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  Foto di Sergio Daniele Donati Verrà il giorno del canto dell'assiolo e ci immergeremo in nevi,  sciolte dal ricordo; e rivoli d'oblio ci solleticheranno il collo. Sarà il giorno  del sospiro del mughetto e dell'ironia del ginepro e dimenticheremo i nomi delle cose del mondo. Ci basteranno - eccome se basteranno - profumi senza tempo  e non trarremo più nevrotiche liste e combinazioni di lettere da memorie mendaci. Sì, rideremo, liberati dalla parola, despota seducente. E ci abbandoneremo a giochi d'infanzia con sassi sporchi di terra nelle mani, e bocche colorate da cioccolati fondenti o dal blu notte del mirtillo. Allora, in quel giorno, ci libereremo dal giogo, dell'imitazione e entreremo nel gioco dell'amore, là, nel bosco  ove ogni narrazione ha termine felice  e inizia - così, senza sforzo - un passo senza meta, il battito senza etica d'un cuore che vive.
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Ventidue semi (pomeridiana)

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  Foto di Sergio Daniele Donati Coltivo lento, con gesto meticoloso, piante esotiche i cui semi mi furono donati  a un mercato da un bizzarro signore.  Sul banco delle sue spezie e polveri rosse, bluastre  e arancioni si perdeva l'olfatto, tra pimenti e paprike e saponi d'Argan. C'erano pepi di Cayenna e chiodi di garofano e bacche rosse e ginepri seducenti. Ma il mio sguardo è avvezzo all'osservazione del celato e, tra colori e odori che proiettavano le mie fantasie e speranze a Zanzibar, vidi un sacco polveroso. Dentro ventidue semi inodori e dai colori  scialbi e stanchi.  Mi disse allora il vecchio: "Attento giovane, se li guardi troppo non potrai più disfarti di loro".  E un tremolio - non so bene se divertito o prudente - si manifestava tra le sue ciglia.  "Dammeli tutti, haver", dissi.  Il vecchio abbassò lo sguardo.  "Sono semi ancora vivi", disse.  "Vengono da lontano e dovrai piantarli in terre aride e ostili e attendere eoni
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