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"La bella Otero" - una poesia inedita di Raffaele Floris - nota critica di Sergio Daniele Donati

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  Raffaele Floris La bella Otero Tutto ebbe inizio tra i sentieri brulli di Valga. Lei — soltanto una bambina costretta a fare i conti con la fame, la povertà, senza neppure un padre — era Augustina, violentata quando aveva dieci anni. Non si perse per strada, anzi, accese la sua rabbia. Fuggì con un compagno e nei locali fumosi dell’ Alfama cominciava la sua seconda vita. Leggendaria, come Parigi, come l’ossessione per lei, per le sue curve: Carolina ballava in décolleté , con l’eleganza gitana e una cascata gioielli, le sete da regina e la bellezza fatale, appassionata. Schiava mai. L’abbiamo conosciuta in cartolina sulle specchiere di Villa Amarena, la Bella Otero: aveva quarant’anni. Guidogozzano, lui non muore mai. Poi fu il declino. Al tavolo da gioco gettò via tutto, uomini, fortune, tesori sconfinati: non rimase più niente. In un modesto bilocale che profumava forse di lisciva si spense il mito. Lei, con le sue mani nodose e quello sguardo che sfioriva, aveva il sangue del...

(Redazione) - Dissolvenze - 53 - «DRINK ME, EAT ME»

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  di Arianna Bonino I sent for the doctor, and said: "Give me some medicine, for I'm tired." He said, "Nonsense and stuff! You don't want medicine: go to bed!" I said, "No; it isn't the sort of tiredness that wants bed. I'm tired in the face." Lewis Carroll, lettera a Gertrude Chataway, Christ Church, Oxford, 28 Ottobre 1876 Affetta da incontrollabili picchi di febbre crepuscolare e in tali condizioni costretta a letto per alcuni giorni, ho riassaporato il nauseante piacere del tempo indistinto, filtrato da tapparelle a mezz’asta, e quello dei rumori opachi, dei suoni che non si capisce se siano davvero là, in fondo al corridoio, dietro porte chiuse, oppure se si producano qui, tra incudine e martello, in un microscopico e personale labirinto. A tale stato di estasi gratuita partecipano in genere una vaga vertigine e la distorta o monca percezione dei sapori, che collabora al digiuno spontaneo, con ciò via via dilatandosi i tratti mart...

(Redazione) - "Il nero alchemico" - a proposito di "Maniere nere" di Isabella Leardini (Mondadori ed., collana Lo Specchio, 2025) - Nota critica di Sergio Daniele Donati

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Maniere nere (Mondadori ed., collana Lo Specchio, 2025) di Isabella Leardini si configura come uno dei libri più intensi e coesi dell'attuale creazione poetica contemporanea: un organismo compatto, quasi un lungo poema in sezioni, che ruota intorno a un unico nucleo ossessivo – la presenza spettrale, eppure pienamente vitale, di ciò che non ha potuto realizzarsi nella vita. Il titolo stesso è un ossimoro perfetto: “maniere” come gesti rituali, educati, quasi cortesi del lutto; “nere” come sostanza alchemica, abisso marino, materia oscura in cui si dissolve e si conserva ogni forma perduta. L’epigrafe di Margherita Guidacci – «I l mio cuore appartiene / a coloro che lo divoreranno, / e so che stanno venendo » – funziona da vera e propria soglia iniziatica: il soggetto lirico si consegna consapevolmente a una devorazione che è al tempo stesso atto d’amore e riconoscimento dell’alterità assoluta dei morti. La prima sequenza, imperniata sull’ albero dei morti bambini , costituisce il...

(Redazione) - La precisione chirurgica del dettaglio e la ripetizione come forma: Hannah Sullivan tra modernismo, contemporaneità e traduzione in Tre poesie (Crocetti ed. , 2026) - nota critica di Sergio Daniele Editore

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  Hannah Sullivan esordisce nel 2018 con Three Poems , un volume che le vale il T.S. Eliot Prize nel 2019 e che si impone come uno degli esiti più significativi della poesia anglosassone contemporanea per la capacità di trasformare l’esperienza ordinaria in un’indagine spietata eppure compassionevole sul corpo, sul tempo e sulla ripetizione. Il libro si articola in tre lunghi poemetti che funzionano come un verse memoir ibrido, a metà tra confessione lirica e saggio poetico, in cui la giovinezza newyorkese di You, very young in New York (p. 18 originale inglese / p. 19 traduzione italiana), la meditazione filosofica sulla ripetizione di Repeat until time. The Eraclitus poem (p. 54 / p. 55) e l’elegia sulla morte del padre e sulla nascita del figlio di The sandpit after rain (p. 110 / p. 111) tracciano un arco coerente che rinnova la tradizione modernista – da Eliot a Whitman, da Larkin a Shelley, da Pound a Auden – senza mai rinunciare alla fisicità del corpo femminile osserva...