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Dialoghi poetici coi Maestri 19. - Shuntarō Tanikawa

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  Shuntarō Tanikawa,  Foto di repertorio Essere vivi Essere vivi essere vivi ora vuol dire avere sete essere abbagliati dal sole fra gli alberi ricordare all’improvviso una melodia starnutire tenerti per mano essere vivi essere vivi ora vuol dire minigonna un planetario Johann Strauss Picasso le Alpi vuol dire imbattersi in tutte le cose belle e poi essere attenti e opporsi al male che vi si nasconde essere vivi essere vivi ora vuol dire poter piangere poter ridere potersi arrabbiare vuol dire libertà essere vivi essere vivi ora vuol dire un cane che abbaia in lontananza ora la terra che sta girando ora da qualche parte il primo vagito che si alza ora da qualche parte un soldato ferito ora è un’altalena che dondola ora è l’ora che passa ora essere vivi essere vivi ora vuol dire il battito d’ali degli uccelli vuol dire il fragore del mare il lento procedere di una lumaca vuol dire gente che ama il tepore della tua mano vuol dire vita (Shuntarō Tanikawa: Tratto da Poeti giappone
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Vuoi sapere cosa mi innamora?

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Cosa mi innamora? di Sergio Daniele Donati Vuoi sapere cosa mi innamora? Se ti avvicini a me e sei meravigliosa  -o meraviglioso, poco importa- ti ammiro, certo.  Vedo il tuo sguardo, dritto e deciso. Il tuo tatuaggio sulla spalla; la tua voce posata sul futuro. E ammiro.  L'uomo -o la donna- che sa indossare maschere dorate mi fa sospirare. Le vedo aderire ai volti di ciascuno e le ammiro; da sempre. Poi, però, ti vedo camminare e la tua caviglia si torce verso l'interno e una spalla è più alta dell'altra; e, se ti chiedo un caffè, e ti guardo negli occhi, tu abbassi lo sguardo. È là che mi innamoro; quando cade la tua maschera e ti riconosco, e mi riconosco.  In una caviglia incerta, in uno sguardo che si abbassa io sento la forza che chiamano amore e taccio; le mie parole sono soffi di un uomo che fuma; sul Sacro. Io mi innamoro sempre dell'incertezza, del passo zoppo, del centimetro guadagnato a fatica e anche della maschera da samurai su un volto da bam
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L'antica lotta

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  L'antica lotta - Sergio Daniele Donati L'antica lotta è sopra, in cielo, tra bianco e nero.  Io sto sotto, i piedi su una terra fertile.  Ho camminato a lungo e non so quanti cadaveri ho lasciato alle mie spalle. Ma ora la terra su cui poggiano i miei piedi è fertile.  Lo ripeto a me stesso da tempo, come fosse un mantra, come se dirlo lo facesse diventare reale.  Ho bisogno di poter pensare di aver creato qualcosa.  Per questo ho sotterrato in terre lontane la mia spada e ho cominciato a camminare.  Senza meta, lontano, sempre più lontano. Nel cammino ho incontrato anime incomplete.  Volevano una parola, una soluzione, a chissà cosa, poi. Mi chiedevano sostegno. A me che avevo lasciato non so quanti cadaveri sul mio percorso.  Mi chiedevano cosa fare della loro vita. A me che ho seminato morte per metà dei miei giorni. Li ascoltavo, poi guardavo il cielo, poi di nuovo i loro volti.  "C'è una guerra in cielo", gli dicevo. Non capivano. E forse nemmeno io.  Allor
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Due inediti di Mariateresa Bari

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Mariateresa Bari - si pubblica su concessione dell'autrice   Il fiato delle piccole cose Se naufrago in un cielo di latte mi affanno a sfiorare le stelle per ritrovare il mio grido di bimba. Sempre in bilico anch'io non so sapere dell'apnea di un'immersione e se osservo le cose da troppo vicino la vista si appanna. Ne sento il respiro e mi basta. È riva per me delle piccole cose il fiato. Le mani sono volto Guardati le mani sono tazze dense in cui nuotare, abissi in cui calarsi a cercare tra cumuli e nembi neri neri pieni di pece e vuoti di luce abbacinati da una manciata di lampi. Sono volto le tue mani, solcato da comete fedeli al tuo firmamento di solitudine, terra fertile di acrobazie. Guarda, guarda nell'afa un verde profumo di alba spunta. ______________________ BREVE NOTA BIOGRAFICA : Mariateresa Bar i è nata a Monza nel 71. Diplomata in violoncello presso il conservatorio N. Piccinini di Bari , ha al suo attivo un'intensa attività concertistica sia in
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Dialoghi poetici coi Maestri 18. - Wisława Szymborska

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  A una mia poesia Nel migliore dei casi, poesia, sarai letta attentamente, commentata e ricordata. Nel peggiore sarai soltanto letta. Terza eventualità: verrai sì scritta, ma subito buttata nel cestino. Potrai approfittare di una quarta soluzione: scomparirai non scritta, borbottando qualcosa soddisfatta. Wisława Szymborska - Tratto da "Basta così" Adelphi editore - Traduzione di Silvano De Fanti _________ Poesia La poesia mai scritta è l'unica seduzione  di cui val la pena di parlare.  I cestini al contrario  dovrebbero raccogliere sempre i nostri versi; voli di tacchino.  Vola alto il vagito d'un neonato, il seme che spacca l'asfalto, il grido di guerra delle cicale nelle notti d'estate.  L'unica poesia che possiamo far leggere è un foglio bianco con in centro  una macchia d'inchiostro, non più grande d'un punto. Sergio Daniele Donati - Inedito 2021
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Dialoghi poetici coi Maestri 17. - Friedrich Schiller

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  [...] Riprendo con me la vita più pura dal tuo puro altare, riprendo il coraggio esultante della gioventù speranzosa. La volontà cambia sempre regola e scopo, in forma di eterna ripetizione si svolgono le umane azioni. Ma sempre giovane, in sempre mutata bellezza, o Natura devota, tu onori, pudicamente, l’antica Legge! Sempre te stessa, per l’uomo conservi in mani fidate, quel che il pargolo in culla, quel che il giovane ti confida, tu nutri al medesimo petto le cangianti molteplici età; sotto lo stesso azzurro, sopra lo stesso verde passeggiano generazioni, vicine e lontane, unite, e il sole di Omero -vedi!- ci sta sorridendo. (Friederich Schiller : tratto da "La passeggiata" – trad. di Nino Muzzi) ___________ Onorare Che significa, Federico, parlar di stagioni e del Tempo? Quale legge posa le sue mani sui volti senza piega dei nostri veri figli? Quale sacro altare ne raccoglie i vitali vagiti? Si completa ora l'antica legge, cosciente semmai che la neonata pupilla
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La linea d'ombra (su giudizio, corpo, silenzio e perdono)

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Scrivevo sui social, esattamente un anno fa, queste parole: Viviamo su una linea d'ombra sulla quale giocano, come note, le parole altrui. E siamo sempre e solo noi a decidere se siano parole pesate o meno. "Alle parole non pesate altrui non si dovrebbe dar peso". Ne si dovrebbe dare alla sacra foglia l'onere della stabilità del santo tronco. Siamo liberi, sempre liberi, di decidere ciò che è foglia e ciò che è tronco. Così dovrebbe essere sempre. Non resta che il ritiro (la sacra parola che si tace) e la speranza che ciò che non è compreso oggi lo sia domani. Io non sono tagliato per il trivio e nemmeno per gli stigmi e gli epiteti. Ci vogliono abilità oratorie e retoriche che a me mancano. Per questo difficilmente giudico gli altri. Mi pesa farlo. Giudicare bene gli altri è un'arte, non per cialtroni come me. Giudicarli male mi fa sentire un tacchino con pretese di volo d'aquila. Preferisco cercare di spiegarmi, coi miei soliti inciampi, e con gli scarni st
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Dialoghi poetici coi Maestri 16. - Dante Alighieri

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Aguzza qui, lettor, ben li occhi al vero, ché 'l velo è ora ben tanto sottile, certo che 'l trapassar dentro è leggero. Io vidi quello essercito gentile tacito poscia riguardare in sùe, quasi aspettando, palido e umìle; e vidi uscir de l'alto e scender giùe due angeli con due spade affocate, tronche e private de le punte sue. Verdi come fogliette pur mo nate erano in veste, che da verdi penne percosse traean dietro e ventilate. L'un poco sovra noi a star si venne, e l'altro scese in l'opposita sponda, sì che la gente in mezzo si contenne. Ben discernëa in lor la testa bionda; ma ne la faccia l'occhio si smarria, come virtù ch'a troppo si confonda. Dante Alighieri da Commedia – Pugatorio – Canto VIII ___________ Sogni Attendi ti prego, solo un poco, a descriver il sogno. La parola spazza polveri a me sacre, lontano. Vidi anch'io angeli calare lenti sull'onda di desideri piani e udii cori e litanie sorgere da conchiglie. Alghe danzavano
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Vengono da lontano, le ventidue danzatrici

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  Tzade di Sergio Daniele Donati Vengono da lontano e io non ho la forza d'aprire la porta e invitarle a entrare. Di questo loro ridono; non hanno colmato le distanze tra galassia e galassia per entrare nella mia dimora. Sono qui per farmi uscire e mostrarmi quanto possa esser gradevole sostare davanti al fuoco e cantare antiche canzoni. Sono venute di lontano e bussano alla mia porta per mostrare a un uomo schiavo dell'abitudine i ridenti tramonti dell'Altrove. Le sento montare il campo nel cortile e accendere le braci, ridono e scherzano, poi di colpo tacciono; ascoltano il mio mugugno dentro la casa. Poi ridono di nuovo. Non hanno colmato le distanze tra passato e presente senza conoscere i tempi del futuro. Son venute da lontano e la loro regina ha occhi di smeraldo e tace su un trono di foglie. Ora non bussano più alla porta; ne grattano i legni con dita fatate, li sfiorano delicate. Non hanno colmato le distanze tra galassia e galassia senza sapere che il cambiamento
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Alef- Bet (in tre versi)

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Kof  di Sergio Daniele Donati   Al Maestro e all'Allievo, all'infinito e a ciò che principia alla corteccia dell'eucalipto e alla bacca sacra del ginepro. Alef Davanti a me, infinito silenzio; sino alla prima parola. Bet Sia benedetta ogni dimora e le sue parole. Ghimel La forza di quella domanda creò spirali centrifughe dentro casa; un silenzio felice. Dalet Ti si chiede di svanire e sostenere il povero dietro la porta del sogno He Un intervallo di quinta giusta tra il Silenzio del Creato e il brusio della Vita Vav Ti prego ascolta ora il canto: "e fu – sarà". Zain E tacere del bello che dimora sulla lama del coltello. Het Lo chiederà a te il cambiamento, e tu sorridi a chi non ha coraggio, né un passo bambino verso la Porta di Fuoco Tet Di nove argille si compone il creato. L'ultima sigla il patto e dona i ritmi alle danze delle donne, d'estate. Iod Sono piccole e sottili e strette. Fiamme d'ambra nei sogni dei nostri figli. Kaf  Prende, trattiene
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Masticare mestizie

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Foto di Sergio Daniele Donati Masticare mestizie e, malgrado la manna, maledire il miele che mai manca a mescolar memoria d'un antica storia. Masticar mestizie e, malgrado la manna, raccogliere in cielo una voce mite, e mormorare lemme la musica e il nome di quella nenia amica.
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Il Sacro Vento (Ruach – רוּחַ)

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  T'han chiamato spirito, soffio, ispirazione divina. Ma sei vento e plani indifferente sui nostri volti d'acqua. S'increspa allora la nostra espressione; sappiamo che il tuo dire separa e divide e crea ciò che noi - bambini - vorremmo ancora unito. Tu, plani indifferente e poi suturi e ricuci, ma per farlo rendi evidenti le ferite sulle quali noi - bambini - chiudiamo lo sguardo. Chi non s'incanta per la maestria dei tuoi gesti? Chi mai parla della fatica dell'onda per durare quell'eterno suo istante di vita?
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Dialoghi poetici coi Maestri 15. - Gaio Valerio Catullo

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Gaio Valerio Catullo - dipinto romano (particolare) Odi et amo Odi et amo.  Quare id faciam, fortasse requiris. Nescio, sed fieri sentio et excrucior. da "Attis (Carmen LXIII)" di Gaio Valerio Catullo Odio e amo Odio e amo. Forse mi chiedi come lo faccia. Non lo so, ma lo sento accadere e ne resto inchiodato. trad. libera di Sergio Daniele Donati _________ In croce Destra e sinistra,  sacro e profano, son fissati  con chiodi di ferro alla stessa croce ignorante, e non resta che ridere della goccia di sangue che cade a terra. Sergio Daniele Donati - Inedito 2021
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Tav (in tre versi)

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Foto di Sergio Daniele Donati Viene per ultimo il soffio d'un silenzio senza fine; il velo che copre ogni nostro tremore.
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Esseni - un inedito di Paola Deplano

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  Paola Deplano - Ritratto Il Maestro Pitagora ci disse: “Adorate, fratelli nella luce, il Signore, il Numero, il Silenzio.” Kroton lontana non aveva senso gente triste uccideva per danaro mentre il saggio padre, nel silenzio, ci spalancava il senso della vita. “Chi conversa con gli Angeli lo sa: il corpo è solo un’abitudine, scivoleremo presto in altro luogo.” Il Gatto ai nostri piedi strinse gli occhi. (Paola Deplano - Inedito 2021)
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Parole e Vita (Oblivion - Final)

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Oblivion di Sergio Daniele Donati Succede, lo so. Trasformiamo spesso la vita in letteratura,  e in segni grafici le nostre voragini e abissi.  E ci si accontenta; come se a quell'apnea  potesse donare ossigeno  un ammasso di lemmi scomposti. Dichiarando l'esistenza del nostro malessere, ne prendiamo distanza,  e ci illudiamo che la parola,  perché detta,  non sia più viscera. Ma la parola viaggia lenta su binari che dovrebbero essere sacri.  La parola trasforma, lo sai, e impone alla schiena  la verticalità perduta.  È una maestra inesorabile; sale sul dorso del puledro che scalpita per non essere montato, e lo rende mansueto con speroni d'argento. La vita non è materiale per letteratura e la scrittura è decifrazione; non via di fuga. Scrittura però è vita, è vero,  quando rinuncia a ogni impulso e seduzione, se si pone come barriera tra il distacco e il nostro desiderio di non vedere.  Scrittura è disinfettante  che brucia pelli ferite per guarirle dal taglio
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Shin (in tre versi)

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Shin di Sergio Daniele Donati Non chiedermi dei fuochi al tramonto, sul monte. Chiediti perché non canto mentre ascolto i crepitii della vita.
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Con una lingua piana (Oblivion)

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Disegno di Francesca Rocco Le nascondevi veloce le tue intenzioni dietro occhi felini; era il gioco della seduzione per me inutile e vana; 'ché io ero satellite - e tu pianeta fertile - già tempo prima  del nostro incontro. Ti chiedi ora perché sia  così difficile per me  lasciar andare, ma se togli la luna alla terra  - scusami il linguaggio piano - chi mai poserà più il suo sguardo sognante sullo spettacolo delle maree?
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Bisogna lasciarlo parlare (il Sacro)

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Bisogna lasciarlo parlare, come un sussurro, un bisbiglio piano, senza vette, né incagli; come se non fosse lì, per te come se non fosse lì, come se non fosse. Bisogna lasciarlo parlare nel canto d'un ubriaco di notte,  o i passi strascicati d'un uomo stanco all'alba di un giorno indesiderato. Bisogna lasciarlo parlare tra i denti caduchi d'un anziano, sotto le unghie sporche di terra, tra i piatti sporchi di bagordi, dimenticati sul tavolo. Bisogna lasciarlo parlare mentre accendi una sigaretta e ti rifiuti di cantare la filastrocca del domani e volgi l'ascolto al suono del silenzio sovrano. Bisogna lasciarlo parlare e dire dell'impossibile, della veemenza della pausa, dello strappo del corno d'ariete, della voce roca che continua a dire "luce" prima che luce sia al mondo su cui è ormai scesa  la palpebra pesante dell'oblio. Bisogna lasciarlo parlare per dire dell'origine, della sorgente, delle acque sotterranee, e del cielo che ride, mos
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Non rifiutare l'ascolto (Oblivion)

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  Foto di Francesca Woodman Lo sai, fu il ricordo d'un passato crudele  a impedirti d'ascoltare quel suono, e fu il profumo della calla  che ti porgevo a non farti sentir degna  d'un espressione di candore. È stata la tua mancanza  di veli e tessuti, il tuo mostrare ferite nude a far barcollare  il mio passo senza pretese. Era un passo ignorante, hai ragione,  erano inciampi su inciampi ma d'un uomo ancora puro.  «Non può essere per me,»  dicevi, «perché per me non è mai stato prima » .  "Vorrei poterlo dire," pensavo, "perché per me non è mai stato prima". Avevo un fiume nel petto che chiedeva solo di scorrere. Chiedeva solo  il tuo ascolto, non di essere accolto.  E poi, quel tuo sguardo perso, perché ti coprivi il volto? Il fiore che ti fu dato  era molto più delicato  delle tue più grandi fragilità. Chiedeva solo il tuo silenzio e un piccolo sorriso. Vero, non tutti i fiori vanno colti,  né ogni offerta dev'essere accettata. Ma si poteva dire
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Resh (in tre versi)

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  La Quercia - di Sergio Daniele Donati Sono sacre le cortecce del principio del ritorno, del ricordo del futuro.
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Dove sta la ragione? (Oblivion)

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Foto di Sergio Daniele Donati Avevi ragione tu. Io vengo da un mondo piccolo abitato da esseri strani e in quel luogo ho imparato a respirare. Tu sei destinata ad altro, a matite rosse e regole da seguire  fino a scorticarsi la pelle. Tu sei luce e io penombra, io boscaglia e tu mare.  Il nostro incontro, avevi ragione tu, - se solo avessimo solo avuto un buon traduttore, un editor dei nostri cuori - fu cosa, come dicevi,  da  ridimensionare. Ma nel mio mondo piccolo righelli e compassi, squadre e goniometri  sono strumenti sovrani. Ho misurato come un geometra ciò che, almeno a me, accadde; fu ben più grande della cornetta in cui  cercasti di stiparlo.   Lo contiene però un atomo di speranza quando chiudo gli occhi e ringrazio d'aver potuto amare.
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Dialoghi poetici coi Maestri 14. - Natan Zach

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Nathan Zach - foto di repertorio Non scordarti di chiudere la finestra prima di uscire non scordarti di chiudere la porta a chiave non scordarti di baciare tua moglie sulla bocca e sull’orecchio non scordarti di dondolare la piccola culla senza spaventare il bambino. Non scordarti la torcia elettrica e portati dietro le batterie. Tu sai quando parti ma non quando tornerai. Forse tornando la finestra sarà chiusa e la porta di casa chiusa a chiave, tua moglie non distinguerà i tuoi passi e tuo figlio non saprà più chi sei. Attento, o tu che parti per terre lontane, non metterti in cammino se intendi tornare. (Natan Zach, tratto da "Poeti israeliani" - Einaudi, 2007, trad. it. Ariel Rathaus) ___________ Dietro la porta, prima del tuo viaggio sorrisi, racconti e grida di bambini. Sul muro il ragno, immobile proietta ombre di medusa. Mentre indossi i sandali che hai comprato al mercato il ragno si sposta sul muro. Dietro la porta, all'inizio del tuo viaggio volti stretti e
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L'ascolto del Sacro (Kaddish - קדיש)

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  Tra le pieghe dell'onda vibra una voce, un sussurro che il rombo del ricordo non può coprire, una voce che avanza e ripete, a chi la sa intendere e orecchie bambine, nenie di consolazione. È il canto della qualità, la coperta di neve su tracce di felino. Non chiede attenzione e abbraccia il silenzio. Il Sacro canta, in assenza di pubblico, nelle vene d'un corpo giovane e tra le canizie e i calli del saggio. Cancella ogni memoria, ci congiunge per salto al presente e si pone come specchio davanti ai seicentotredici nomi del nocciolo della pesca. Sacro è il filo d'oro, la cucitura e l'increspo delle labbra quando abbandonano le maschere di Narciso e s'aprono al sorriso. È il tempo d'ogni riconciliazione, nelle mani che accolgono i sudori d'un figlio adolescente. È dove lo si chiama; tra le stasi delle pietre e i respiri del pastore. Nelle pieghe delle onde una voce canta un canto e i piedi del sacerdote si coprono di sabbia e acque e sale. Sacro è l&
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