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Visualizzazione dei post da Ottobre, 2019

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Panim (volti)

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Temo di averli visti tutti, Fedro, i volti di cera rossa che celano al mondo, che pur ti brama, il ghigno che ti muove. Né mi spaura più il tuono del tuo nascondimento tra le foreste fitte del mio pensiero. Non sei più là e io sono altrove, dove dolce dondola l'assenza mia di speranza, infine raggiunta.
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Glenn

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J. S. Bach Variazioni Goldberg BWV 988 Variatio 15 Canone Alla Quinta ( esec. Glenn Gould ) Li lasciamo cadere di tasca, Glenn, i soffi, come note sperse, come lettere sfuse. E più il ritmo si fa lento, più diviene lieve l'appoggio sospeso. Come fiocco di neve, cade calando su un pensiero antico, senza far rumore, il Silenzio che crea. Ci chiniamo ancora e ancora per il peso di una piuma, Glenn. Perché sappiamo quanta intenzione sia necessaria per sostenere una leggerezza arcana. E increato è ancora il velo che possa coprire i miei volti quando il mio sguardo si sperde dietro le nenie antiche che mi diedero vita. E irroro territori inesplorati di lacrime di speranza. E il canto tuo è sottile, come il lino che danza al passo di donna che fu. La lama che ricomposi nelle notti stellate del mio desiderio irriso riposa in un fodero di fili d'argento. E il respiro, Glenn, il respiro che allora persi, agita ora le foglie della quercia sotto la quale ricevetti la mia stessa
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Il piumone a puntini di Massimo Manduchi

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Pubblicato su concessione di Massimo Manduchi Era una sera di dicembre.  Una di quelle che precedono il Natale, ma già piene di quell'atmosfera che qualcuno ama tanto e che, invece, qualcun altro detesta più di ogni altra cosa. Suonò il campanello di casa.  Era sua moglie con il pacco più grande che lui avesse mai visto. Non era un regalo di Natale, però. Per lei era molto di più di qualsiasi regalo di Natale avesse mai ricevuto. Addirittura più del centrotavola raffigurante due cervi innamorati che sul tavolo del suo salone è in bella mostra da ormai quasi trent'anni. Era il piumone per il letto matrimoniale che era riuscita a ricevere in regalo grazie alla raccolta punti della Conad, grazie al fatto che per più di un anno la sua famiglia si fosse nutrita esclusivamente di prodotti acquistati in quella catena di supermercati e grazie ad un piccolo contributo spese di circa duecento euro. Duecento euro? Lui strabuzzò gli occhi tanto che una pupilla gli cadde i
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Tramonto

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Sottili come il filo di lino le mie intuizioni attendono sospese l'éclat du monde per trovare un segno che le possa contenere.
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Surreale 2

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Foto di Brassaï Io la vidi una volta, l'anima di donna in rivolta, il volto che si volta, verso un'ipotesi di futuro, e poi tornare alla calma  ormai da quell'intuizione stravolta. E nel sonno di piombo, ogni notte,  invoco le mie più nascoste alleate, lettere antiche e pianti di daino, perché la mia anima dall'oblio di quel ricordo  venga avvolta
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Io so che tu sai

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Immagine di Mariana Kalavacheva Io so che tu sai. Per questo abbasso lo sguardo verso una terra che  possa accogliere il mio segreto. E, anche se fingi  indifferenza,  io so  che quel segreto  è per te un dolce tesoro. E il gioco tra i nostri silenzi è forse il più antico,  dolce e divinamente umano che si possa concepire.
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Sull'adagio per archi di Samuel Barber (op. 11)

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Foto di George Christakis Io, piccolo uomo,  che da quel nostro sogno comune ho ricavato sopravvivenza e alberi e muschi  e mani carezzevoli immaginate sul tuo viso,  ti dico che so, amore mio.  So che tu vai, lontano,  dove i tuoi passi lenti ti conducono.  E so che non c'è spazio, statua di sale,  per il rimpianto nella tua scelta.  E so che il silenzio che ora mi chiedi è una cerniera sigillata con cera lacca, rossa.  Mi volto allora io, che posso,  verso il mio passato di cherubino, ormai senz'ali.  E invoco, col tono rauco di un flauto spezzato,  un gelo eterno sul mio cuore.  Ma resta accesa in me la fiamma che tutto scioglie.  E io, piccolo uomo, la maledico.  Perché il suo fumo sale lento e storto  perdendosi nelle brume dell'evanescenza.  E non c'è spazio, né tempo, né segno che possa coprire il mare placido della mia nostalgia. 
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Potresti appoggiare di Cristina Simoncini

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Foto di Man Ray Pubblicato su concessione di Cristina Simoncini Potresti appoggiare una mano sulla mia testa, contenere l’idea impazzita, il fiotto di rabbia, e lasciare il tuo tempo un momento con me, nel buio improvviso che avanza?
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Per una vite di uva fragola di Maristella Tagliaferro

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Per una vite di uva fragola di Maristella Tagliaferro E’ il sangue della Terra che succhiamo dai tuoi lombi, profuma di fragola, odora di mela. Turgidi al tatto sono i piccoli capezzoli rossi. Ho voglia di tornare là tra le vigne Corvine e la Rondinella color rubino. Catullo ne canta il gusto di lamponi e d’amarena, a gran voce reclama il Vino più amaro e più buono. E’ fra le fronde bionde di Folle Blanche che distillate ci donano l’oro ambrato di Cognac, odoroso d’antiche querce, che accolsi la coppa dell’Amore e le sue parole segrete. Ma è da Cipro, dall’isola spumeggiante di luce e profonda di mistero che mi giungono aromi accecanti, dolci di miele, aspri e acerbi di limone. Mi parlano dell’Oriente, dei profumi d’incenso, dei tessuti morbidi al tatto, delle spezie dell’Asia lontana. Di un tramonto infuocato lungo il padre Nilo e dei ritmi dell’Africa nera. Mevlana compone un Sema viaggiando t
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Aria che entra

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E l'aria che entra, e quella che esce, e il cielo stellato, e "la luce bianca,  papà, bianca", e star soli, connessi alla sorgente, per un po'.
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Azzurre attese - Il segno nella pratica

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Dedicata a mio figlio,  il cui nome mi accompagna dal mattino, al risveglio, fino all'entrata fatata, la sera, nel mondo del sogno. Dedicata, al "maestro bambino" del mio ultimo seminario, e al suo saggio passo delicato nel mondo più sottile che io conosca. Quello della trasformazione. Dedicato alla "bimba madre" che difendo da se stessa e dal mostro che la minaccia. Che i suoi occhi velati di lacrime possano finalmente sorridere ad un cielo stellato.   Dedicata al bimbo che fui e che ancora respira dentro di me. Che possa per sempre trovare pace, sogno e sorriso nel mio stesso abbraccio.  Quattro infanzie, quattro incontri, che hanno fatto che io non fossi più lo stesso di prima. ______________ Viola, come la striatura del cielo prima della notte, figli del mondo, sono le pergamene dell'odio. Imparerete, leggendone i freddi venti, a rifiutarne il fascino e a trasformarne il segno. Rosse, come melograno aperto, figli del vento, sono le pergamene dell'amo
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Piano Sonata in Re maggiore di Joseph Haydn (Glenn Gould)

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Andante con espressione Ci ho provato, Glenn, ad appoggiare le mie mani sui miei lemmi come fai tu sui tasti del piano che suoni.  Ci ho provato davvero.  Ho persino alzato la mano, in un lungo gesto di sospensione ad ogni pausa prolungata, come se fosse una pausa del pensiero mio, scrivendo poi senza sapere cosa volevo dire.  Ho provato ad inseguire le lettere come fossero fughe barocche, canticchiando, come fai tu, mentre la nera tastiera del mio computer mi osservava come si guarda divertiti un buffo personaggio.  Ho rincorso, ascoltandoti, la scrittura gestuale, istintiva, senza scopo, né significato, in cui i pesi dei polpastrelli sulla tastiera e la postura eretta della schiena hanno più valore di ogni chiasmo, enjambement, metafora, sineddoche.  Cercavo, abbandonando ogni ricerca, una figura retorica diversa.  Una similitudine dell'anima a cui appoggiare i  miei intenti...assenti. Ed ero talmente rapito, Glenn, dal mio scrivere senza senso, che tutti
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La mia vita con Glock - 03 Glock cambia scrittura

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Illustrazione di Patrizia Comino  Finita la fase dell'immersione totale, dello stordimento creativo, mi decisi ad affrontare la scrittura da un altro punto di vista. “E' necessario assumere una diversa postura, Gabriele”, dissi tra me e me. Glock intanto fischiettava in qualche anfratto tra le due ultime vertebre lombari. Immaginavo, mentre già la schiena si tendeva in un nuovo anelito alla verticalità, di poter apprendere un'inedita relazione con la parola. Desideravo dominarla, esserne l'artefice.  Glock fischiettava e ridacchiava allo stesso tempo, non senza provocarmi una certa irritazione. "Devo relazionarmi alle parole come l'aquila fa con le sue prede”, pensavo, “ dall'alto, librandomi in sempre più ampi cerchi, prima di decidermi alla picchiata”. Glock intanto si era spostato tra le vertebre dorsali e le verticali e cantava un'antica nenia che più o meno faceva così: Gabriele, Gabriele,  la parola è come il miele,  se la v
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Controtempo

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Foto di Fabiana Piersanti E verrà il tempo delle foglie morte,col pensiero che scrocchia sul suolo, come per gioco, come piede di bambino felice, e lo sguardo fine sullo scorrere degli attimi. E verrà il tempo antico delle castagne e dei ricordi e delle fiabe ripetute, parola per parola a sguardi stupiti d'infanti. Io ci sarò, ci sono sempre stato, con la gioia di una nota battuta mille volte, sul clavicembalo del mio cuore e mille volte diversa. Perché l'autunno è la stagione del mio ritorno. Ma ora, controtempo, nella primavera della mia rinascita, piccolo rapace al primo balzo incerto nel vuoto, prendo il volo. Ed è una notte estiva, calda e stellata e accogliente, ad abbracciare i miei uuubuuuuuiuuu di gufetto felice.
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Sguardi ritrosi

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Adoro incontrare uno sguardo ritroso,  l'attimo evanescente del suo distacco da uno dei miei volti,  il vuoto che lascia in un etere denso di "eppure",  senza null'altro chiedere,  se non di poter ritornare  al suo mondo fatato di sogno.  Adoro incrociare uno sguardo ritroso,  il permesso volatile che mi concede  d'esser parte di un mondo che fugge,  lasciando però flebili tracce di un'intimità soffusa. Gli sguardi ritrosi hanno la potenza delicata del petalo, del subitaneo struscio di un gatto sulle mie gambe, di un tocco di campane lontane in una notte stellata.  Dello sguardo ritroso non conosci la sorgente, ti si rivela nel suo svanire, come  lume intermittente di lucciola solitaria. Il mio è lo sguardo del gufo,  si posa e penetra fino a cogliere le profondità indicibili di ogni sua visione.  Incapace di svanire repentino, il mio sguardo ha il goffo passo di chi scruta immobile nella notte. Il mio è lo sguardo di un gufo. Uno sguardo che quando osserva si
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Odor di gelsomino

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In ricordo del mio Maestro Poggiasti il suono del tuo sterno all'intenzione più pura. Il Silenzio, granito, abbracciava la docile piovana manifestazione  che irrorava i tuoi ultimi lenti pensieri. Il tuo non detto fu tradotto nella parola dell'Uomo e, ascoltato desiderio, si posò sul petalo da te prescelto Quel petalo ero io. Atto finale, dipartita, creazione e trasmissione il tuo, bisbiglio notturno, evocava la mia Via, odor di gelsomino.  Io, maestro, ero là, testimone della tua angelica trasformazione.  E non piansi ciò che eri stato. Mi girai, e con passo lento,  raccolsi pioggia dalle mie orbite per disperderla su una fertile terra ansiosa di riceverla.
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Alef (la grande trasformazione)

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Non chiederti perché io non prenda in mano la penna. Troppo stretto è il silenzio tra le parole, perché io possa colmarlo dei miei segni. Non chiedermi perché io non prenda in mano la penna. Troppo ventosa e esposta è la linea del balzo tra due lettere, perché io possa creare ponti dorati di significato. Io resto, inerme e teso, riempito solo dei miei propositi. Intenti antichi come il blu del mare, senza nome, senza forma. Non chiederti perché io non prenda più la penna in mano. Ho incontrato scritture, quelle che elevano l'anima, sfogliando uno ad uno tutti i miei volti. Ne ho assorbito il suono profondo col quale la mia penna ancora acerba non si può accordare. Non chiedere perché non prenda in mano la sua penna a chi ha saputo varcare la soglia dell'altrui scrittura nel Silenzio. Non chiedergli di aggiungere tratti inutili a ciò deve restare nel mondo dell'indicibile. No, amata mia, non parlo del “non detto”, ma di ciò che si inscrive in un cuore nel silenzio,
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La mia vita con Glock - 02 Glock va in analisi

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Illustrazione di Patrizia Comino " E' solo l'inizio dell'elaborazione del suo lutto, Gabriele", mi diceva con dolcezza l'analista, "è del tutto normale e naturale che lei abbia delle oscillazioni  altalenanti tra euforia e depressione; fossi in lei non me ne farei un cruccio, perchè in questa fase nulla è definitivo e stabilizzato. Si tratta di rielaborare il trauma che ha vissuto e trovare, anzi ritrovare, un equilibrio che le permetta di mantenere vive la parti profonde di lei che questo stesso trauma ha fatto emergere". Io la guardavo con un'espressione lievemente inebetita e non dicevo una parola.  Glock dentro di me non parlava.  Taceva anche lui celandosi chissà dove, ma io sapevo bene che stava solamente cercando il giusto linguaggio per interagire con la psicoanalista.  Due presenze salvifiche, la presenza fatata  e la persona in carne ed ossa, devono trovare un linguaggio comune se non vogliono rischiare di dare messaggi d
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La mia vita con Glock - 01 Premessa

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Illustrazione di Patrizia Comino  Il dubbio, o forse dovrei parlare di certezza, di avere in me una piccola presenza salvifica, un essere fatato, che si è sempre occupato con estrema leggiadria di sanare le mie ferite e colmare le  mie carenze, accompagnandomi nei miei viaggi interiori, mi venne per la prima volta all'età di sei anni, quando fui colpito da una gravissima influenza che mi aveva portato al ricovero in ospedale.  Sentivo muoversi questa presenza dentro di me per risolvere uno ad uno ogni sintomo ed effetto collaterale del malessere.  Si spostava con così tanta delicatezza da sembrare poco preoccupata delle mie sorti, o forse era solamente sicura dei suoi poteri taumaturgici.  In due giorni soltanto ogni grave sintomo era completamente scomparso.  Persino il medico curante, stupefatto, andava dicendo ai suoi colleghi che era impossibile in così poco tempo la totale scomparsa della malattia.  Nessuno ne capiva i motivi. Ma io avevo una mia certezza.. 
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It will end in tears

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Caspar David Friedrich Luna nascente sul mare "Finirà in lacrime", dicevi. E furono lacrime su lacrime. Ma la mia dedica infranse in parte la tua profezia. E, poiché il luogo del mio dono è in me saldo, finì in morbida mia dolcezza, nel silenzio, di lontano.
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Dimmelo tu 2

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Foto di Daniel Taylor Dimmelo tu papà, dove posare lo sguardo, mentre il giorno scolora, e l'intento si fa cauto, e tutto è silenzio, e tace il canto mio, già afono. Dimmelo tu papà, dove posare lo sguardo nell'ora in cui le ombre scompaiono dietro a timide stelle, e l'unico suono possibile è quello ovattato della mia evanescenza. Dimmelo tu papà, dove posare il mio sguardo, prima che, volto dopo volto, io dimentichi il mio nome, prima che la penna che ci univa mi cada di mano, e il foglio si accartocci, e il ricordo diluisca, prima che io tracci gli ultimi stentati segni sull'arborea memoria della valle che ti accolse.
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