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(Redazione) - Lo spazio vuoto tra le lettere - 57 - Il deserto che parla: genealogia della parola nel deserto. Neher, Jabès e la radice che li precede (Midbar / Davar / Dever — ד־ב־ר)

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  di Sergio Daniele Donati La radice ebraica ד־ב־ר ( dalet–bet–resh ) – se ne è già parlato su queste pagine – costituisce uno dei nuclei semantici più complessi e stratificati dell’intero lessico biblico. Non solo, questo discorso, che ha radici millenarie, non interessa solo l’ermeneutica e l’esegesi biblica, ma è in grado di illuminare ogni discorso attorno alla parola, specie se poetica, in relazione al silenzio. Essa genera, con una coerenza che non è quindi mai puramente fonetica o meramente inerente i radicali. Tre termini che sembrano divergere e invece si richiamano, se seguiamo una particolare linea interpretativa, derivano da quella radice: davar (דבר), parola, cosa, costrutto evento; midbar (מדבר), deserto; dever (דבר), peste, flagello, piaga. La filologia qui non ci consegna, badate bene, una semplice famiglia di vocaboli, ma una vera e propria costellazione ontologica, in cui il dire/fare/costruire, il luogo (del silenzio, un non-spazio desertico) e la ferita, o la...

(Redazione) - Dissolvenze - 56 - People mover

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  di Arianna Bonino Fotografia di Antoine D’Agata (da Virus, 2020) People mover Immobile sulla scala mobile in ascesa, sospesa in attesa le dita assuefatte sul nastro il tuo tatto tutt’a un tratto tu, intatto, intruppato nel gruppo in discesa, presa inattesa ettometrica resa, riarmata all’attacco dal tacco che tocca ed attracca sul solido approdo, richiusa in difesa.

(Redazione) - Anfratti - 18 - Il cane fedele

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  A cura di Alessandra Brisotto Di Francoforte fanno parte case anzianotte, ristrutturate, risalenti all’inizio del ‘900, grattacieli slanciati, giovanotti spavaldi, con l’aria di voler sopraffare il mondo sottostante, che tutto sommato li sorregge, condomini datati, costruiti negli anni ’90, integratisi armoniosamente con avi e discendenti. Alcune case esotiche, erette forse per ritrovare un pezzo di patria e di identidiversità nel paese straniero, guizzano ora qui ora lì con non poca esuberanza.  Infine, pullulano le case invisibili, quelle bassissime, talmente modeste e sommesse da non poter essere scorte se non dai propri abitanti. Sono le dimore dei cosiddetti “senza tetto”, che semmai dovrebbero venir chiamati “lo spettacolo continua”, costituite da una logora coperta e un mucchietto di stoffe, cianfrusaglie personali, stelle implose, pesantissime nane bianche, simboli di case e palazzi da conservare in una mano. Ci si accorge di esse dall’o...

(Redazione) - Voci dall'Umanesimo-Rinascimento - 12 - De Sanctis, Poliziano e la Fabula di Orfeo (seconda parte)

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  Di Gianni Antonio Palumbo Siamo partiti, nella prima puntata di questo dittico della nostra rubrica, dal giudizio riduttivo in merito alla Fabula di Orfeo espresso nella Storia della letteratura italiana di Francesco De Sanctis. Il critico irpino parlava di un “un mondo mobile e superficiale, a celeri apparizioni”, un “bel mondo dell’arte” che sfociava nella più sfrenata ebbrezza dei sensi, ma finiva col restare indecifrabile al pari del suo protagonista. Pari a una “lieve apparizione, ondeggiante tra’ più delicati profumi”, Orfeo gli parve più sfuggente della stessa Euridice, fugitive par excellence della letteratura occidentale . Nello stroncare in modo reciso tale opera, De Sanctis consegnava alla storia letteraria forse le pagine più belle che sulla fabula polizianesca siano state scritte. Nell’atto di negarlo, finiva col rivelarne il fascino profondo: “le passioni sono emozioni, gli avvenimenti sono apparizioni, i personaggi sono ombre; la vita danza e canta, e non si ferm...

(Redazione) - Metricamente (Prontuario di sopravvivenza metrica) - 07 - Liberamente, poesia

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  Di Ester Guglielmino Fin dal primo contributo di Metricamente abbiamo avuto modo di spiegare quanto saldo e imprescindibile sia il rapporto tra musica e poesia. Sia che si voglia partire dal ditirambo antico sia che si faccia riferimento all’arcaica lirica monodica, la storia del genere ci insegna che la sua essenza più specifica risiede nell’interdipendenza strettissima tra il ritmo, il senso e la parola. Memori di ciò, abbiamo ab origine chiarito che la metrica non può rappresentare altro se non il tentativo, fatto a posteriori, di cogliere e classificare come regolari le spinte entropiche insite nell’atto stesso dello scrivere; operazione, questa, che, da un lato, ha permesso uno studio tecnico più consapevole della forma poetica ma, dall’altro, ha finito per imporre un controllo sempre più pesante e strutturato alla spontaneità della composizione. E quindi, approssimandoci - a un anno esatto di distanza - ad un inevitabile commiato, potevamo forse esimerci da una trattazio...