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Visualizzazione dei post con l'etichetta Fedro e le parole degli altri

Poesie inedite di Maria Allo

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    Siamo lieti di potervi proporre alcuni inediti della poeta Maria Allo la cui scrittura è già comparsa ed è stata commentata più volte in questa pagina. Parole quelle di Maria Allo dall'evidente richiamo naturalistico capaci di ridare al naturale, per l'appunto, tutta la sua dignità allo stesso tempo di soggetto diretto e di simbolo di un'altruità direttamente dialogante sia con la poeta/autrice che con il lettore.   Parole che spingono con delicatezza, e senza mai cadere in un effetto scontato, sul pedale pianistico di un mito delicatamente posto dalla poeta a tramite e mezzo di compre suo e del contemporaneo. Metafore sempre potenti di vita e mutamento che si intrecciano, leggendo le composizioni, con sensazioni sonore di una incredibile finezza.   Testi da leggere sottovoce, bisbigliati, senza forzature ritmiche od espressive, per permettere loro di aprire orecchie ed occhi del lettore ad un universo classico ma mai  classicheggiante.   Insomma, leggetele con la cura

Poesie di Giorgia Mastropasqua - con nota di Sergio Daniele Donati

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  «Quando il verbo e l'aggettivo si diluiscono e divengono sostegno nascosto dei sostantivi, si rafforza nel lettore la potenza dell'immagine evocata e la mente è diretta verso la ricerca di un solco più profondo di interpretazione». Questo mi è venuto in mente leggendo le poesie  di Giorgia Mastropasqua   che oggi vi proponiamo.  Versi brevi, al limite del saltello, che delineano un ritmo che, come nella prima poesia, torna sempre a riveder sé stesso  e in questo percorso di rivisitazione costringe (mai verbo fu più opportuno) ad una tenuta molto potente. Questo perchè, paradossalmente, è sempre molto più facile per chi legge ritrovarsi nel verso lungo, che permette più vie di rientro nel flusso, che in un dire breve, ove la concentrazione è la corda che permette una certa ascesa che solo sul finale permette una sosta di riposo. Poesie queste da leggere a voce alta, per sentire le cadute (positive) degli accapo stretti, quasi ossessivi, per rendersi conto del gioco della poeta

Sulla raccolta di Antonio Merola "Allora ho acceso la luce" (Taut ed., 2023) - nota di lettura di Sergio Daniele Donati

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  Quando una giovane scrittura è capace di mostrare tutta la complessità e la potenzialità del gesto di scrivere diviene cosa di basso livello parlare solo dell'abusato talento poetico . In realtà facciamo nostro quel sostantivo quando ci rifiutiamo di soffermarci sui motivi della qualità di una scrittura . In altre parole si parla di «talento poetico» quando si vuole passare ad altro lasciando però all'autore uno svogliato complimento, come labile traccia.  Non è questa l'etica de  Le parole di Fedro , non è questo l'approccio che questa pagina ha nel marcare il rispetto che porta per gli autori di cui si occupa.  Per questo motivo solo non dirò  - lo sapete la "litote" è la mia figura retorica preferita - che Antonio Merola è poeta di talento, pur essendolo senza dubbio. Cercherò invece, e spero di riuscirci, di delineare per voi i motivi per i quali questa sua scrittura -  mi riferisco alla raccolta  "Allora ho acceso la luce" (Taut ed., 2023) - m

Estratto da due raccolte edite di Alberto Barina con nota di lettura di Sergio Daniele Donati

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  Che sia cosciente o voluto, ogni scrittura porta con sé sempre tracce della percezione del mondo che l'autore ha. Per questo l'antico e veritiero adagio,  per il quale la poesia è sostanzialmente fenomeno  di attraversamento nel quale saper ascoltare le voci è almeno altrettanto importante della capacità di trascriverne i timbri, deve sempre tener conto della qualità di tale ascolto. Trattasi, evidentemente di un ascolto attivo il cui esito  - la parola del poeta - non può non tener traccia del terreno attraversato - il poeta stesso - , quasi ne assumesse i sali minerali , da rilasciare poi lentamente al lettore.  Le poesie di Alberto Barina che vi proponiamo oggi -  in estratto da due raccolte i cui riferimenti troverete sotto ogni composizione - di questo movimento che dall'ascolto parte, e, attraverso l'irrorazione di un campo, arrivano poi al lettore, sicuramente di tale andamento sono coscienti. Ed è esercizio molto interessante, scorrendo le due raccolte, poter

Lettera aperta di Sergio Daniele Donati a Danila di Croce (a proposito della raccolta "Ciò che vedo è luce" - pequod ed., 2023)

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  Mette rami più degli alti alberi  quel seme. E la forza  di quel seme ora è nel volo degli uccelli che lassù fanno il loro nido. dici tu, e io, abituato a sporcarmi le mani con l'humus nero della parola, non posso non pensare che la forza del seme — di ogni seme — è nella sua morte, nel suo sapersi annullare, perdere essenza per divenire altro da sé: germoglio, pianta, luogo di nidificazione e riposo per gli uccelli dell'interpretazione.  Ogni nostra parola dice — banale a dirsi — e, dicendo, si annulla, abbandona sé stessa e la culla del non detto da cui giunge, per permettere un volo sacro: quello dell'interpretazione, di un ermeneutica che è sempre altro da ciò che è stato detto.  Ecco la luce della tua raccolta, Danila, e — permettimi di dirtelo — anche la sua fertile penombra.  Perchè tu scrivi senza contorni, eppure in questo tuo approccio ai sacri pennini sembri non dimenticare mai il limite creativo del foglio.  Che occhi ha quell'ombra che mi gira attorno e

(Redazione) - Lettera aperta di Sergio Daniele Donati a Raffaela Fazio: su «Parlerò io - Il canto di Giobbe» di Raffaela Fazio Tratto da Midbar (Raffaelli ed., 2019)

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  E quel tuo imperativo iniziale , quel tuo ricordati, quel tuo ebraico  זכור (traslitt. " zahor"), richiamo alla memoria, è canto antico , sai? Ché l'uomo nasce nell'oblio e all'oblio aspira e la memoria è, appunto, monito, impegno e fatica: nulla di meno naturale: Nous sommes nés pour effacer les traces  de la mémoire sous la neige de l'oubli. Juste une voix lointaine, c'est ça le passé; juste une lueur dans la nuit; c'est ça le parfum âcre de notre avenir. Io non so dirti il perchè di queste mia parole in francese, né la ragione delle lacrime che la lettura del tuo testo mi ha dato, ma so che tu ricordi e, senza saperlo,  fai tue le memorie del deserto che mi ha formato.  In quel מִדבָּר (traslitt. "midbar), fucina di ogni parola, di ogni elevazione e di ogni trasformazione, io mi spezzai le ossa per poter rinascere, servo felice della stessa parola.  Fu in quel deserto di sogno che sentii il  canto della Moabita farsi strada nei miei midolli

A proposito della raccolta di Daniele Ricci "Lezione di meraviglia" (peQuod ed., 2022) - nota di lettura di Sergio Daniele Donati

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Un vero piacere per la Redazione de Le Parole di Fedro potersi soffermare sulla raccolta " Lezione di meraviglia " (peQuod ed., 2022), del poeta Daniele Ricci . Una scrittura la sua che traccia sempre linee chiare e malinconiche tra un vissuto personale e il riflesso e richiamo che questo può avere su un universale battente . Il poeta, in altre parole, si pone nella terra di confine tra osservazione/percezione e rielaborazione e il suo tingere questo percorso di nostalgiche sfumature pastello non può che rendere compartecipe il lettore del  dato di abbandono che ogni osservazione - e anche ogni scrittura - porta con sé. Nella lettura delle sue composizioni il senso di una perdita che, tuttavia, innaffia il terreno della consapevolezza, è dunque sempre presente. L'elemento poi di poetico abbandono è confermato dalla struttura dell'intera raccolta in cui il tema guida del viaggio   è molto presente.  Viaggio, quello del poeta, che, come dovrebbe essere ogni viaggio,

(Redazione) - Non alla poesia, non al poeta...alla «parola» - lettera aperta a Mirea Borgia a proposito della raccolta "Ismi" (Il Convivio ed., 2024) - una "non-nota di lettura" di Sergio Daniele Donati

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  Non alla poesia, non al poeta...alla «Parola». Questo volevo dirti, Mirea, dopo aver letto la tua raccolta " Ismi " (Il Convivio ed., 2024).  Ché forse siamo tutti presi da un imperativo tiranno che ci porta a cercare di definire il piccolo di fronte all'eterno  —  o all'abisso  —  che si dipana davanti ai nostri occhi. Umano, teneramente troppo umano, ridurre il reale ai limiti della nostra retina, Mirea.  Ma, leggendoti e soffermandomi sulle nenie senza tempo che proponi al lettore, io l'ho sentito quel richiamo. Ed era sottile e tenue, celato nelle tue ripetizioni, nell'ossessione di un avvilupparsi di lemmi alla ricerca di significanti: la Parola, prima della poesia, infinitamente prima del poeta. Hai ridato valore e spiegazione allo stento di una parola che sorge da lande melmose per divenire scia celeste, come sempre avviene; non senza fatica, non senza affanno. «La parola così poco umana da divenire Umanità» — questo pensavo leggendoti, ché in questa

A proposito della raccolta di Enzo Cannizzo "Il cielo pende dai lampioni" (Algra Editore ,2020) - "non nota di lettura" di Sergio Daniele Donati

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  Dice il poeta  Enzo Cannizzo  (1) 2 ottobre ci prende per mano tra i bagliori dei parabrezza e lo schianto dolcissimo di un altro mattino piove in piazza roma una ragazza si stringe al dizionario e a me pare che in quest'assenza d'interpunzione prenda vita l'eterno gioco, quel nostro vivere il reale come una sequenza senza fine di immagini a cui, alle volte, non siamo in grado di dare che una descrizione minima, fugace. Perchè nel dire senz'altro aggiungere brilla sempre un significato ulteriore e, se volete, un gesto che ridona libertà - quindi è gesto di liberazione - il lettore dalle sue stesse catene.  C'è, in altre parole, nel dire senza attribuire che scarsi e incisivi aggettivi alle proprie parole, un'elevazione etica che lascia all'interprete il commento.  E questo ci fa stringere, come la ragazza sotto la pioggia, alle parole, alla loro potenza liberatoria, soprattutto se le stesse ci vengono donate come una essenza in sé.  E aggiunge il poeta: 13