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Visualizzazione dei post da Luglio, 2019

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Io non imiterò mai i tuoi lemmi

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Io non imiterò mai i tuoi lemmi. Li lascerò scendere su un prato di silenzio, ciglia sottili verdi, tenui foglie, filtri di timidi barlumi di coscienza. Io non imiterò mai i tuoi lemmi, né svelerò al mondo avaro le loro fragili radici Piccoli passi di infante in un bosco antico, io non imiterò mai i tuoi lemmi. Mi accuccerò per terra, legato a nodo doppio al loro suono. E sarà un tiro alla corda sublime tra il desiderio di dirsi liberi e quello di dirsi vinti.
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Possa il tuo sogno

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E sia la parte più ritrosa e celata di te protetta dal mio sguardo Ed il tuo sogno ritmato da un incedere costante E la fatica del cammino e i suoi inciampi, gioia del tuo Ascolto E il tuo Sguardo alto, fisso sull'orizzonte attento e severo. Poiché severo è il giudice e arduo l'incedere, ma vitale è il sogno di stella che lanci nel firmamento a custodia dell'Uomo
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Il foglietto azzurro

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"E se il vento, repentino, carezza i miei ricordi, dove giace, immobile ed eterna, la mia speranza? Apro gli occhi ed assaporo l'esistenza in me di ciò che altri, pavidi navigatori del razionale, hanno definito con scherno "sogno". Poi, con un gesto antico, mi alzo e, lo sguardo sulla linea dell'orizzonte, grido al Cielo: Io sono l'Uomo". Il foglietto fu posato dalla donna, con gesto lento, meditato e rispettoso sul sedile del treno. Prima di scendere, la donna diede al foglietto azzurro un ultimo sguardo. Sorrise e se ne andò. L'uomo, qualche ora dopo, lo trovò sul sedile accanto al suo sul treno. Lo sguardo stanco, forse troppo rivolto al suo dolore, si posò quasi per caso su quel pezzo di carta. E fu la sua indolente mano che, senza nemmeno pensarci troppo, decise di raccogliere quel foglio. Leggerlo fu un gesto spontaneo e poco meditato. Ci volle qualche minuto prima che il significato di quelle parole raggiungesse la sua coscienza.
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Abissi ebbri

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Alla quarta birra tutto appare chiaro. E si mollano gli ormeggi, l'etica vola alta. L'emozionale, pur non negato, si assoggetta alla legge dello spirito. E dello strazio e delle ossa polverizzate e del respiro che si blocca in gola e di quei pensierini che negano l'esistenza, quasi non esiste più traccia. Ci si sente centrati. Infusi di una saggezza antica. E si ha il coraggio di dire: "che sia, io lascio andare". La vocina che, fino ad un secondo prima, ti frantumava i polmoni, tace, e tu, vecchio saggio dalla barba bianca, dispensi le tue vette a te stesso e a chi, malauguratamente, ti sta ad ascoltare. Tripudi, grida di eccitazione: "Bene, bravo, bis". Alla quinta birra, però, sordida, la vocina si fa risentire. "Sei certo di farcela a lasciar andare?". "Come farai senza la tua essenza?" Alla sesta birra ti addormenti. Si addormentano i tuoi sensi ed anche la tua etica. E tu, figlio bastardo di un D.o minore, se non
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Il rapporto olfattivo col diritto

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Conoscevo un giudice del Tribunale di Milano al quale quando passavi il fascicolo d'ufficio, perché ne analizzasse gli atti, essendo mezzo orbo, se lo portava ad una distanza quasi millimetrica dagli occhi, il naso in contatto col cartone, e lo scorreva tutto quasi fosse un moderno scanner. La cosa, esilarante per la maggior parte dei colleghi e me, provocava battute sarcastiche nei corridoi che per pudore non ripeto. Un giorno diedi un'interpretazione diversa alla cosa che lasciò molti inizialmente interdetti. Dissi " Ma non avete capito un cavolo! Il giudice X ha un rapporto olfattivo col diritto. Lui non fa scanning, lui il fascicolo lo annusa, lo odora e dagli odori (profumi mi parrebbe troppo) dei fascicoli, moderno segugio di commi ed articoli, determina torti e ragioni". Ovviamente tutti risero e mi diedero del matto e la cosa a me, giovane neo avvocato, fece piacere perché nell'ambiente passare per mattacchioni non guasta, ed io penso di riuscirci
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Il solito poeta

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Nottata di sogni densi di significato e sonno finalmente profondo e ristoratore. Al mattino molto presto il terrazzo è un luogo fatato, silenzioso e calmo. Il cielo commuovente. Sembra invitare a guardare lontano, sia nel presente che nel passato, con morbidezza e soprattutto con speranza.  E poi lui, il seme, il primo seme ti guarda, timido, coperto dalle foglie delle belle di notte che, dopo aver diffuso colori e profumo sotto alle stelle, si cominciano a chiudere stanche. La bellezza stanca, va protetta. Il primo seme di quest'anno da me colto. E forse il primo cielo di quest'anno da me guardato in questo modo. Accogliere le primizie come un dono è uno dei più ricchi insegnamenti dell'ebraismo. Ad ogni primizia, ad ogni frutto assaggiato, ogni cosa colta per la prima volta nell'anno si dedica una particolare preghiera: Benedetto sia tu nostro signore che ci hai mantenuto, conservato, portato fino a questo tempo. E anche se recitata singolarmente que
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Strange fruit

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Scrivere racconti accompagnandosi a degli standard jazz è un'impresa titanica. Uno sforzo disumano che ti strappa gli occhi dalle orbite. Bisogna saper armonizzare le parole con la musica, diminuire di mezzo tono, almeno, il suono dello scritto, perché non si sovrapponga al testo del brano, aggiungere i contenuti del racconto poco alla volta perché seguano vie sottili e non rompano l'armonia musicale ma la rafforzino. Tessiture da alchimisti, da chi si diletta a immaginare che battere sulla tastiera del computer sia come suonare il pianoforte. Viola questo lo sapeva bene. Ne aveva già scritti più di trenta. Si accese una sigaretta. Fumare affacciati alla finestra, nell'afa notturna di un luglio milanese ti porta veloce verso atmosfere jazz. “Forse ho sbagliato”, pensò, “dovrei chiamarlo”. Chiuse immediatamente gli occhi. Lo faceva sempre quando voleva scacciare una sensazione sgradevole. Spense la sigaretta mentre la Simone lasciava cadere lenta come un foglia mo
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L'avvocato è stanco (nature boy)

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Il colloquio col giudice era stato stimolante e proficuo. Avevo usato ogni arma a mia disposizione per far passare come sostenibile quell'assurda mia linea difensiva. E, dallo sguardo che la dottoressa aveva posato nei miei occhi, avevo intuito che un qualche barlume di dubbio ero riuscito a seminarlo. Ma lei continuava a guardarmi, anche quando avevo smesso di parlare. Uno sguardo enigmatico, di chi ne ha viste tante, forse troppe. Solo i giudici, anzi solo i migliori tra loro, sanno tenere quello sguardo. E io, nonostante i miei trent'anni di arti marziali, i miei discorsi sullo sguardo del samurai e sulla capacità di chiudere gli occhi quando necessita, mi ero sentito nudo e inerme di fronte ai suoi occhi. Mi ero limitato a tacere, guardandola come un bimbo guarda una mamma arrabbiata dopo aver commesso qualche marachella. "Avvocato, ho capito", aveva detto, "e le prometto di valutare con attenzione le sue parole. Non tema. Ci sono ancora dei punti
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Il sogno

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Non parlano più. Non pensano più. Chiudono gli occhi, le loro palpebre come serrande sulle ansie della vita, sulla povertà delle loro esistenze. Un vetro rotto sullo sfondo diviene finestra sul creato. Lo senti anche tu il lento passo del Sogno, del nostro Sogno, avanzare, ignaro, o forse indifferente ai cocci di vetro che calpesta per terra? Sorridono, sapendo che un attimo di sospensione può spostare intere galassie. Lo sanno nonostante la povertà dei loro strumenti, forse a causa di quella stessa povertà. E a me, che osservo quella docile mano su una robusta spalla, corre un brivido lungo la colonna vertebrale. Taccio e faccio il tifo per loro, che hanno mantenuto viva la loro fede, nonostante tutto, nonostante i calli sulle mani e le ferite nel cuore. E guardandoli so perché scrivo. Lo faccio per chiudere gli occhi anch'io e rinnovare ancora una volta lo stesso loro patto, nonostante tutto. Si scrive per chiudere gli occhi e vedere meglio o, forse, per cominciare a
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La quercia

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Ferma.  Roccia del deserto,  opaca.  Immobile presenza  millenaria, solitaria.  Indifferente al dubbio,  solletico per la corteccia,  attenta ai messaggi del vento,  Ascolti.  Ponte tra l'indicibile e il firmamento,  eretta avanti la mia scelta.  Silente, in un mondo senza Verbo.  Torre d'ossidiana, memore della lava.  Io, canna al vento,  stanca guardia senza sguardo  sulla mia scelta afona.
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Io ricordo

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Le memorie son come farfalle notturne. Falene sgraziate che si posano ansiose dove trovano piccole luci. Io ricordo, maestro, quell'istante in cui le nostre spade di legno si sono incrociate, gli sguardi posati sugli orizzonti alle nostre reciproche spalle. "Ancora non va", mi dicesti. "Non sei uscito abbastanza dalla linea d'attacco e hai il peso sul piede sbagliato". Ti amavo, come un vero allievo ama un maestro, vero. Tu sorridevi, percependo in me il desiderio di dare il massimo. Poi mi dicesti: “chiudi gli occhi”. Io li chiusi e piansi; poi li riaprii. Al tentativo successivo la tecnica, come un tuono, esplose perfetta. La punta della mia spada di legno seguì una linea orizzontale diretta all'altezza dei tuoi profondi occhi. Taglio orizzontale che tanto risuona nel simbolo. Creare la cecità nell'altro per permettergli di vedere. " Questo è il segno etico della tecnica e anche della tua richiesta. Tra sei mesi passerai l'
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Faresti meglio ad arrenderti, figlio

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Come spiegarti i mille movimenti a spirale che l'artista marziale deve saper compiere per sperare di governare il proprio mondo interiore, figlio mio? Ci sono insegnamenti che io ho ricevuto troppo presto. Altri li ho lasciati sedimentare troppo a lungo. Altri, infine, li ho coperti di un silenzio senza fine, perché potessero parlare da soli, per sé e di sé. E non so più nemmeno di cosa parlarti se non di ciò che sono stato e sono. Lo faccio ora, sapendo che, forse, mi leggerai tra anni. Faresti meglio a arrenderti, figlio mio, alla Vita che avanza dentro di te. Anche quando sentirai che ti strappa via le viscere e modifica i tuoi sorrisi interiori. Resistere alla Vita è come combattere l'oceano in piena, armati solo di un fuscello ancora verde. Se invece imparerai a seguirne i ritmi, i silenzi come gli urli improvvisi, la Vita come uno tsunami in piena ti innalzerà come ancora non pensi sia possibile. Faresti meglio a arrenderti, figlio mio, al giusto timore che l
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I motivi di cui sopra

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Pubblico ministero : ...per i motivi "di cui sopra" chiedo la conferma dell'arresto e la misura cautelare della detenzione presso il carcere minorile. Avv. Donati : per i motivi di cui sopra parrebbe quella del PM una richiesta quasi scontata. Ma siamo davanti al Tribunale dei Minori e i "motivi di cui sotto" pesano altrettanto, se non di più. E non si può dimenticare la funzione che, anche al PM, il diritto minorile assegna nella formazione e anche nella rieducazione di un ragazzo. Resto sempre più perplesso, dottoressa, di fronte a questo uso del diritto incapace di considerare le motivazioni ad agire, anche in maniera criminosa. Mi inorridisce la completa assenza di valutazione dell'humus famigliare e ambientale da cui un comportamento criminoso minorile scaturisce. E ancor più resto attonito di fronte all'uso della carcerazione preventiva come strumento punitivo, soprattutto di fronte a rei confessi di sedici anni. Per questi motivi, di cui so
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I dubbi, mi dicevi

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"I dubbi", mi dicevi, "e le incertezze e gli inciampi, ci sostengono". Io tacevo e mi chiedevo cosa fondasse la capacità di appoggiarci alle nostre insicurezze. Poi, chiudendo gli occhi, vidi in un'immagine lo specchio, ciò che velava la nostra capacità di vedere e arrenderci al flusso della vita. I dubbi e le incertezze e gli inciampi e quel bianco battito d'ali, che taglia il nostro sguardo. Alcuni la chiamano speranza. "Non è il dubbio il fondamento del nostro respiro, ma il nostro credere nella possibilità di poterlo vivere appieno", risposi.
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Dialogo

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Maestro Immaginario Prima di parlare con loro guardali negli occhi in silenzio per un istante. Allievo L'ho fatto, Maestro, l'ho fatto. Lo faccio sempre. Maestro Immaginario E... Allievo Avevano sguardi persi, sfidanti, strafottenti, violenti, bui, cupi, impauriti, respingenti. Avevano sguardi aggressivi, fissi, vuoti, inossidabili. Maestro Immaginario E poi cosa hai fatto? Allievo Per un solo battito di ciglia ho chiuso gli occhi. Era troppo, anche per me. Maestro immaginario E poi? Allievo Poi ho riaperto gli occhi. Maestro immaginario E... Allievo (con le lacrime agli occhi) Avevano lo sguardo da bambini impauriti. Poi è iniziata l'udienza di convalida dell'arresto al Tribunale dei minori
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Corda di violino

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Ho danzato sul filo di lino i miei canti, i più antichi. Eri là, più lontana, più lontana, mai assente. Corda di violino, il primo passo, le mani incerte, lo sguardo venato di stanchezza. Eri là, più lontana, più lontana, celata, ferita. Fragile linea, screziatura di tramonto, tra l'abisso, indicibile, e il firmamento, troppo detto. Eri là, più lontana, più lontana, più vicina, anima mia.
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L'incipit dei miei incipit

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Quando avevo circa vent'anni andai da solo in una birreria vicino a casa, armato di penna e taccuino.  Era tanto figo a quell'epoca concentrarsi su una traccia, su un'idea. Solitario, ma nel brusio del locale affollato, provavo a scrivere. Di colpo sentii una mano sulla mia spalla.  Era un vecchio dai capelli bianchi, camicia azzurra, baffi anni 70, lievemente all'ingiù.  Mi guardava dritto negli occhi, con un bicchiere in mano. Ricordo che non ebbi paura. Anzi era come se lo conoscessi da sempre. I miei occhi giovani e inesperti nei suoi, blu come il mare, vissuti e sornioni. "Anche tu scrivi per sopravvivenza, vero ragazzo?", mi chiese.  Non seppi cosa rispondere, ma sorrisi. Lui si fece più serio.  "Conosci Blackbird dei Beatles?", mi chiese. "Si". Risposi. "Ascoltala bene prima di scrivere di nuovo, sopravvivrai meglio", mi disse e se ne andò. Oggi, mentre scrivo, siedo in una birreria da sol; osservo la gente in
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