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Visualizzazione dei post da Maggio, 2020

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Canto

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scritto assieme a Silvia Tebaldi nella primavera del 2020  Siamo tradotti dai Salmi  dal verbo degli uccelli  dalla lingua dell'inconscio  nella rete dei giorni riarsi.  E ci attarda la sera  davanti ai fuochi  della narrazione antica  tra sguardi di bambini.  Tehillim di incipiente primavera  dispaccio dall'inconscio che ci desta  prima dell'alba, prima del nulla  quando si posano  i nostri pensieri di elevazione  sul soffio che unisce,  contenti della terra  che crea spazio e tempo.  O Vampa nera. O Grande vuoto.  O indicibile Nome.  Posati sulle nostre tempie.  Le nostre nuche anelano  al soffio della tua Parola.  Trema la vite, trema il gelso,  La terra è secca.  Sia il soffio pioggia, sia la pioggia,  sia.  E i morti nei nostri cuori  e natura che va per la sua strada.  Il ruscello tace, la foglia trema, la terra è secca,  la mano in attesa del passo  del Silenzio. Maestro.  O nostra madre angoscia, 
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Kof

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  Alba.  La scimmia ride sul ramo.  Il braccio nel fango,  là,  dove si incagliano ostinate  parole d'imitazione.  Sole allo Zenit.  Sul palmo della mano  la gemma, dal limo.  Pura, unica  illesa.  La scimmia non ride più  saltella cento volte  sui quattro punti  cardinali.
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Samech

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  Un sogno non interpretato è come una lettera non aperta (Talmud) Sessanta petali, dieci steli,  sei foglie e quaranta semi  sostengono il fiore nel sogno.  Sessanta passi, dieci balzi,  sei canti e quaranta silenzi,  concludono il cammino  di chi vacilla;  segni d'un miracolo  nell'occhio d'ossidiana  di mio figlio  sull'oro e sul ferro  della porta d'Oriente
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Il grande sogno - החלום הגדול

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Ho sognato il grande sogno La Moabita guardava il mio occhio, nero Ho sognato il grande sogno La Moabita guardava nel mio occhio nero io tornavo con una foglia  di cedro in mano Ho sognato il grande sogno  La Moabita guardava il mio occhio nero canto dell'anima nella lingua antica Ho sognato il grande sogno la Moabita guardava il cielo e il cedro metteva radici e i miei volti erano nel vento Senza fine, senza inizio ho sognato il grande sogno e la Moabita e il cedro e il canto e le radici e il mio occhio nero  erano la stessa cosa חלמתי על החלום הגדול  המואביה צפתה  את עיניי ,שחור  חלמתי על החלום הגדול  המואביה צפתה  בעין השחורה שלי  הייתי חוזר עם עלה  ארז ביד  חלמתי על החלום הגדול  המואביה צפתה  את עין השחורה שלי  שיר הנשמה  בשפה העתיקה  חלמתי על החלום הגדול  המואביה הביטה לשמים  והארז לקח שורש  והפנים שלי ה
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Piangi

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J.S. Bach, The Well-Tempered Clavier, Book 1 / Sviatoslav Richter  Piangi? Piangi? Piangi? E non ti chiedo perché, no non te lo chiedo  piangi e non ti chiedo perché, piangi e non ti chiedo perché  e leva e appoggia e senti il polpastrello sul tasto  e piangi e io non ti chiedo perché  sono solo suoni le emozioni, solo suoni  e piangi, piangi, piangi e non ti chiedo perché,  atterra, atterra e sentirai il cielo  tra le palpebre che vibrano umide  piangi, piangi, piangi e non ti chiedo perché  lascia che sia, tempera il tuo clavicembalo,  piangi, piangi, piangi non ti chiederò perché  e starò qui o lì o altrove, ma starò  mentre tu piangi, piangi, piangi e io non ti chiedo perché  sono note che si rincorrono le lacrime, mentre piangi  e io non ti chiedo perché  sono fulmini, luci che abbagliano in un cielo grigio  e tu piangi, tuona, tuona, e io non ti chiederò perché  lo senti il canto della sirena che lento avanza e non hai un palo a cui legarti
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Tzade (davanti al Giusto)

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L'albero non nega né acconsente. Proclama la sua pienezza dal silenzio delle radici. E tace il canto nell'ora che prepara i sogni. Mi chiedevo dove fosse la tua voce, poi ho visto la corteccia. Era la mia. Sudori di resina ne dicevano il passato. Io non sono albero, ma abbocco, come pesce all'amo, mentre danzano i simboli. La parola è niente. La parola è inciampo, balbuziente, è incanto di fattucchiera per una mente semplice. E io ne sono schiavo; per questo non porto foglie né dono frutti
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Pe(i)

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 בִּ֣י אֲדֹנָי֒ לֹא֩ אִ֨ישׁ דְּבָרִ֜ים  אָנֹ֗כִי גַּ֤ם מִתְּמוֹל֙  גַּ֣ם מִשִּׁלְשֹׁ֔ם גַּ֛ם מֵאָ֥ז דַּבֶּרְךָאֶל־עַבְדֶּ֑ךָ  כִּ֧י כְבַד־פֶּ֛ה וּכְבַ֥ד לָשׁ֖וֹן אָנֹֽכִי  ….io non sono un uomo della parola;  non lo sono mai stato prima  e neppure da quando tu hai cominciato a parlare al tuo servo,  perché sono impacciato di bocca e di lingua".  Da Shemot (Esodo) 4,10  Il mio maestro è balbuziente;  la sua bocca inciampa  ottanta volte su ogni parola.  Il mio maestro è balbuziente;  il suo sguardo verso nord  cerca grazia e rifugio sacro.  Il mio maestro è balbuziente;  perde un dente  annuisce ottocento volte  e sorride al carico  di completare l'opera.
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