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Visualizzazione dei post da Febbraio, 2020

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Bolognina Bloomsday di Silvia Tebaldi

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Pubblicato su concessione di Silvia Tebaldi Ordine alfabetico non è, pensa Rossi: infatti l’hanno messo vicino a una certa Zoli, che di sicuro non comincia con la erre come lui. Però è una bella vicina, tettona e mora; una che tempestava i concorsi letterari con trucide storie rurali, ambientate al Marecchia, a Tavullia e addirittura a San Leo. Ma anche se non è ordine alfabetico, pensa Rossi, un ordine ci sarà pure - tutto sta a capire quale. Comunque gli hanno sbagliato posto, a lui, poco ma sicuro. Qui c’è gente di tutt’altro genere, scrittori di libri storici e locali, mentre lui era un giallista medievale: famoso per Boccaccio indaga, anche se il premio più importante glielo portò Fra’ Angelico detective. Che strano, pensa Rossi: qui son tutti scrittori ma nessuno scrive; per tutto il giorno solo prosecchi e vaghe chiacchiere, e di sera vengono certi archivisti e giù sangiovese, partite di primiera e gran discorsi su lasciti, enfiteusi e beghe patrimoniali. - Ma chi c
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Zain

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Ascolta. Bisbigliano piano nomi ineffabili le sere d'estate. Osserva. Brillano, pugnali di diamanti, grida di bambini nei cortili. Silenzio. Avanza, passo di lince, il soffio del settimo nutrimento Luce. La chiave di bronzo apre lenta sorrisi su volti stretti di cera.
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La piuma nera

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Hai perso la parola nel bosco antico. Ti era sfuggita di tasca mentre dormivi con la schiena appoggiata alla quercia nera. L'hai cercata, afono e adombrato, ovunque, persino nel buco del tronco della quercia, fonte di ogni predizione. Il merlo sopra a un ramo cantava e rideva. L'hai guardato con sguardo assassino. La volpe ai tuoi piedi guaiva. L'hai cacciata a calci. Disturbava troppo la tua ricerca. Arrivata la notte, ormai disperato, sei tornato a casa. Hai alzato lo zerbino. Accanto alla chiave della tua capanna c'erano tre cose. Una piuma nera, un ciuffo di peli rossi e una sola parola: sciocco.
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La costruzione del Silenzio (Testamento dello Scrittore)

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                                                                                                       Ludwig van Beetheoven -  Sinfonia numero 7  (Allegretto) Sono lampi le idee, tuoni i pensieri. Accendono, imprevisti, serrature antiche.  La chiave di ferro, vibrazione e clamore, s'attarda nella mano,  perché è a tentoni, nella penombra della lingua, che le idee e i pensieri aprono porte  a lungo rimaste chiuse. E, prima di scrivere, spegni i lampi, zittisci i tuoni.  Perché sia un gesto antico a guidare le tue intenzioni.  C'è una chiave per ogni serratura, un suono magico, per ogni combinazione, un colore per ogni stagione. Tu componili in un unico quadro, in unico quadro.  Strumenti diversi per la stessa via. Accendi e spegni l'interruttore della verità. Il Silenzio che  prepara la parola, la modella ancora prima della sua concezione, le dà spinta e trattenuta, ne smussa gli angoli più pericolosi, e, poi la lancia, lontano, lontano,
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Vav

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                      Sta. Nel filo teso di lino la fatica di coniugare,                        di far vibrare legati passato e futuro                        con salto d'asta sulla barra dell'orizzonte                        Sta. Nel succo di radici antiche ogni lama,                        ogni scintilla e fiamma di candela                        delle pupille d'ossidiana dei nostri figli
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Meditazione in montagna di notte

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Montagne in movimento,  specchi di notte.  Corpo attento,  mente pacata.  Voce sopita,  bisbigli e mormorii.  Origini al futuro connesse,  fili di lino.  Certo del mio maestro,  stabilità e carezza.  Silenzio, spettacolo,  felice solitudine  Presenze diafane,  volti d'angelo, volo planato.  Sguardo profondo. Io, parte del tutto,  immenso silente.  Voci dei boschi  amiche; richiamo al mio canto.  Spazio aperto,  brezza dopo la tempesta.  Respiro unico,  multiforme, felice.  Suono del silenzio,  nenia antica.  Medito ad occhi aperti. Sono dove sono, dove sono già stato
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Maschere

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“In fondo progettiamo tutti le nostre piccole strategie per restare in piedi”.  Lo pensavo tra me e me prima, mentre studiavo una sbrodolata di documentazione per l'udienza di domani. Mi chiedevo cosa potesse portare una persona a costruirsi un'immagine di sé così lontana dalla sua realtà quotidiana.  E per cosa, poi? Poche migliaia di euro in più in banca giustificano una scelta così radicale?  Non entro nei dettagli per non farvi addormentare, ma davvero un caso anomalo, dai profili sia penali che di diritto commerciale delicati.  È in verità il profilo umano che mi “disturba”; è ciò che si legge tra le righe di un'esistenza al limite della finzione a suonarmi dissonante.  “si può davvero fingere di esistere?”. Lette le carte, pare di sì. Io lo trovo terribile, ma è possibile.  L'aspetto tecnico della questione è tutto sommato semplice e non del tutto irrisolvibile. Finito il processo, mi chiedevo cosa resterà della necessaria ricostruzione di una p
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Fuggono come frecce

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Scritta ascoltando la musica de  L'Estro Armonico di Antonio Vivaldi E via e via fuggono come frecce  intuizioni mal partorite nel buio della stanza  lasciano scie di fumo  grigio sulle pareti biancastre del mio orgoglio  che cola come cola inchiostro dal pennino  datemi silenzio datemi silenzio  vera china del mio sentire  silenzio tra le pieghe di una pagina che  avrei voluto semplice e non mostra  che grinze e accartocciamenti  datemi piume datemi piume  leggere piume tra dita che  battono a ritmi barocchi sulla tastiera  e soffi all'orecchio e carezze sulla nuca  e via e via tornano dal nulla  i pensieri miei  piangono lacrime di noia  sulla lama di una spada  che fu confine e carezza tra terra e cielo
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He

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L'anima cetra arpeggia scale e accordi sottili  eleva gridi d'esistenza  d'un cuore bambino  rende possibile nel canto  l'abbraccio al mondo         l'anima soffio protegge         i passi dei figli del Silenzio         separa semi dalla terra         e li lancia verso un cielo che ride  Mi dicevi “io vado”  guardai a terra inizio e fine del mio mondo         Chi non accoglie         tra sterno e clavicole         un vagito neonato?
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Cresce un febbrile di Antonella Lucchini

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Pubblicato su concessione di Antonella Lucchini Cresce un febbrile e sotterraneo lavorio un tramestare di grida sottili nel corpo di quest'aria ormai cicatrice sui tonfi d'autunno. È la prima vera cuccia calda della primavera la mia pelle che inconsapevolmente si cuce al filo del sole. Io che non voglio io che sono un mulinello di foglie secche io vento freddo sugli occhi e fischi nelle ossa mi ritroverò ad avere dita di fiori una volta ancora. Una resa tiepida un chiodo piantato.
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Eri piccolo

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A mio figlio Gabriel Lo sai?  Il nuovo soffia sempre sull'antico.  E non è vero il detto.  Esiste tanto d'inaspettato sotto il sole.  Dormivi sul mio torace.  Notti insonni in cui  guardavo il tuo lento respiro,  e pensavo  lo sai? Ogni mio passato  poggia sul tuo futuro.
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Altalene e scivoli

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Rimsky-Korsakov: Scheherazade op.35 ( Leif Segerstam -  Orch. Sinfónica de Galicia) E giunse per lui l'ora, servo della parola, di scendere da quell'altalena. Entrò silenzioso nel parco dell'infanzia perduta. A chi gli chiedeva del suo andar lontano, rispondeva il suo sguardo sognante e nostalgico. “Guarda, si è liberato lo scivolo!”
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L'avvocato va

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In attesa del dispositivo di sentenza l'altro giorno, mi chiedevo cosa fosse quel lieve disagio. Aveva una collocazione precisa nel mio corpo. Si manifestava come una sorta di piccola vibrazione a livello della clavicola destra; un battito, una pulsazione che faceva cucù alla mia coscienza con ritmo sincopato. E portava con sé pensieri; e portava via da me pensieri. Sono uscito un attimo dall'aula per respirare le polveri sottili di Milano (quelle sì che fanno bene). Poi il cancelliere è venuto a cercarmi. “Avvocato l'aspettano per leggere il dispositivo”. Sono rientrato di malavoglia. L'esito era scontato; l'aveva combinata troppo grossa e la sua recidiva certo non lo agevolava. “Carcere”, avevo previsto. E carcere è stato. “Sì, sì, faremo l'appello. Ci sentiamo presto”, ho bofonchiato distratto al condannato, e sono uscito dal Tribunale. Avrei voluto tornare a piedi in studio; Milano era davvero radiosa. Ma dopo qualche metro ho s
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Divertissement

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Scrivere “in levare”  e varare piroghe  di lemmi in mare;  “togliere e limare”,  questo bisogna amare  se vuoi una scrittura che dura  oltre l'ardente pira  dell'umano respirare.  Non è male il mare,  né il fiume di parole, come leggere piume,  ma, se a un cuore vuoi arrivare,  sia il tuo canto “in levare”,  apprendi docile a levigare  sospinto lento, lontano  da un lieve navigare. 
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Dalet

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  Johann Sebastian Bach  -   Piano Partita No. 2 In C Minor, BWV 826    (Esec. Martha Argerich ) Davanti a quella porta io mi chino. La scrittura si fa piccola, sempre più piccola; essenziale. Mi dicevi poeta da piccolo. Io, sognante, componevo frasi con le quattro parole che possedevo. “Il cielo, il mare e mamma e papà”, ricordi? Poi mescolai elementi e materie e tu mi dicesti scrittore. Fu un necessario strappo a costringere l'abbondanza dei simboli, ali di rondine per le mie intuizioni, in cassetti inaccessibili, anche a me. Anche a me. Rimanemmo in tre; e ora lentamente svanisci anche tu. Con passo fragile, insicuro, delicato e discreto svanisci. Ti fai piccola ai miei occhi che si chiudono per non vedere. E, mentre a stento varco quella porta, lenta appare in cielo, come scritta di fuoco grigio, la domanda: “Chi mai sosterrà le mie lettere ora, mamma? Chi mai?”.
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