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Visualizzazione dei post da Agosto, 2021

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Dialoghi poetici coi Maestri 21. - Giuseppe Ungaretti

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Giuseppe Ungaretti foto di repetorio Dannazione Chiuso fra cose mortali (Anche il cielo stellato finirà) Perché bramo Dio? (Giuseppe Ungaretti - Mariano del Friuli 1916) ____ Prigione Ancor più mi chiude, Maestro, la prigione immortale; l'assenza di desiderio. (Sergio Daniele Donati - Inedito 2021)
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Melanconia e Shoah

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'Melanconia' di Sergio Daniele Donati Va così, ogni tanto, a ritmi non prevedibili; un refolo che si insinua, spesso a partire dalle tempie, e cola poi piano fino al midollo. Mentre scrivo per un cliente o cerco soluzioni impossibili per casi disperati, soffia lento le sue volute di fumo e culla l'affanno.  È la mia nota malinconica, una berceuse antica, di legno stagionato; e tinge di ocra e azzurro pastello i miei fuochi; indomabili. Ho imparato col tempo a metterla a frutto, ad ascoltarne il richiamo, legato a un palo, come Odisseo con le sirene. La lascio cantare; la canzone dei luoghi in cui non fui, delle assenze che mi hanno formato, dello sguardo che volge a un passato nebuloso. Non è mai dominante il mio accordo in minore; si intona ai miei gridi guerrieri, li placa con sfottò inesorabili, ma non li annega. Semplicemente arriva da luoghi inaccessibili, si posa sulla mia pelle e, senza scatenar fantasmi o agitare paure, canta.  Allora fermo il vortice della scrittur
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Semplice o complesso?

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"Il tarlo" di Sergio Daniele Donati È l'antico gioco degli opposti;  un sentiero roccioso  cosparso di 'false friends'. Il semplice guarda  dall'altro lato della valle  il complesso, non il complicato; e il complesso osserva dall'altro lato della valle il semplice, non il semplificato. Come due amanti eterni semplice e complesso  si contengono l'un l'altro in amplessi amorosi e creano la Vita  secondo le sacre leggi del desiderio;  si chiamano e ascoltano  danzando, come in un rito tribale, attorno al perno centrale  d'una consapevolezza antica.  Il semplice brama la piega, la linea d'ombra; il complesso la spiegazione, il raggio di sole. In mezzo il sentiero roccioso  che il poeta percorre con passo leggero, di daino, e il filosofo con passo circospetto, d'orso.  Entrambi sapienti, non si perdono  al miraggio degli estremi. Cercano il perno sacro, fonte d'ogni desiderio, e cantano con lingue diverse la nenia psichedelica della prop
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Questo bisogno di cantare

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Foto di Sergio Daniele Donati Questo bisogno di mescolarsi al mondo, di rendere  tenui le tinte del distacco; questo bisogno di dirsi pieni della presenza dell'altro, di rendere grossi i tratti della propria piuma d'oca, questo bisogno di ritorno al cuore semplice delle cose, al canto sguaiato d'un Karaoke mi scioglie l'anima; bambina.  Mi guida al ricordo di mani callose e ai timbri emiliani della voce tua voce, padre. Cantavi male, papà, stonato; il tuo occhio  si chiudeva commosso sotto le note della Bohème. Io ero bambino e quel tuo raglio modenese, quel tuo conoscere le virgole d'un Opera - sbagliavi le note, conoscevi le pause - torna nelle mie ebbre  serate al Madama.  La gente ride e sorride, papà, del mio alzarmi d'impeto  per cantare ubriaco  arie meno nobili. So però che mi portano  lo stesso affetto, che nei nostri guaiti bolle lento il ragù e salse antiche.  C'è chi canta per dimenticare; non io. Io canto il tuo volto e sento la tua
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Un dialogo tra opposti

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La mia macchia Tardi, dicono, troppo tardi. In ritardo di decenni. Annuisco: sì, ce n’è voluto prima che trovassi parole per l’usurata parola vergogna. Accanto a tutto ciò che mi rende riconoscibile ora mi rimane appiccicata una macchia, netta quanto basta per gente che indica con dito senza macchia. Addobbo per gli anni che restano. O forse si doveva provare il travestimento, stendere il velo pietoso? D’ora in poi mi circonderebbe la quiete in mezzo a rane gracidanti. Ma già dico sì, no e nonostante. Non si può mascherare il torto sanzionato. Mai troppo tardi ciò che fu ed è viene chiamato per nome. La macchia vincola. Günter Grass (Raffaelli, 2008) _________ Fatico Fatico a dirti che l'usurata parola non è vergogna , che è corroso ciò che non nomini; che è onta per le mie palpebre  il tuo mugugnare nello stomaco un io, io, io senza fine, come se ai milioni  di dita amputate importasse qualcosa  indicare la tua macchiolina  su una camicia di lino.  Ti macchia non aver dedicato, i
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The reason why (Oblivion)

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"Danza" di Sergio Daniele Donati Lo sai, non è il nome di questa musica, il suo richiamo al ricordo o al valore dell'oblio, a farmi scrivere di noi.  È quella nota iniziale, tenuta, una traccia siderale  verso un infinito di frammenti, a togliermi dal balsamo del silenzio e spostare la mia attenzione sulla colla delle parole.  È stato un éclat , hai ragione, e forse non ha senso questo mio agitar lemmi in movimenti sensuali, a spirale. Dovrei tessere veli, o tirare alte le vele  sull'albero maestro, e parlare del futuro che già colora d'alba i cieli di un uomo placato.  È stato ciò che è stato e forse ogni parola aggiunge solo briciole di comprensione  a ciò che nacque  per portar significato al mondo, e si spense poi nel buio cieco dei miei occhi. Ma poi c'è quella nota e a lei ritorno, con passo zoppo e occhio presbite. Se scoppia una stella in cielo, mi dico,  nascono comete e sistemi solari. E non sono cocci; è la vita che pulsa dietro la descrizione di un
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Kabul (lutto)

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"Rovina" di Sergio Daniele Donati Parole spese  a raccontare crepe e crolli; e silenzi sulla dignità della rovina. Là, dove colavano vite e speranze umane, resta il mattone corroso, il camino senza fumi, e s'innalza la forza d'una testimonianza, senza scopo. Così è per l'uomo. Non è la parola  a descrivere un lutto; è la mano segnata, lo sguardo vacuo, lo stampo ebetino sulla maschera di cera di chi resta.  Si vive alle volte sopra la vita; per poter vivere ancora.  È una legge senza scampo, senza articolo, né comma. Una legge mai pronunciata, per non infrangere il sogno: "per dirsi vivi bisogna conoscere a volte l'amaro sapore della sopravvivenza". Kabul è il volto immobile d'una bambina, il pianto d'una madre.  Kabul è la mia mano che trema, incapace di parola,  lo sguardo che si perde mentre mi faccio rovina.
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La parete

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"Statica" di Sergio Daniele Donati "Ci vuole uno sguardo mobile", dicevi, "e attento, per cogliere in una parete una possibilità di salita". "Prima che la mano appoggi alla dura roccia, lo sguardo ne spazza via le polveri e crea nei tendini il fremito alla scalata".  Io non capivo; le mie radici affondano in pianure e nebbie autunnali e so distinguere il movimento d'un airone prima che si manifesti, così, da una impercettibile fibrillazione dell'aria. La montagna allora non era il mio elemento. Non ancora.  La montagna richiede lo sguardo di falco o, se sei dominatore, d'aquila. Io avevo -e ho ancora- uno sguardo che sfoca i contorni; non spazza polveri ma le ingloba in materiali indistinti. Mi muovevo bene -ed è così ancor ora- in boschi fitti, capace di giungerti alle spalle, come un gufo, senza fare rumore. E so bene che ciò avviene perché in me vive una legge antica.  Io non ti vedo e tu non vedi me.  Ma ti percepisco
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Cambiamento e angoscia

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"Il cambiamento" di Sergio Daniele Donati Il Saggio coltiva il cambiamento  come un frutteto nascosto ne raccoglie i frutti  e interra i semi  con gesto lento. A me, che saggio non sono,  il cambiamento pare  una screziatura,  una fessurazione dell'Altrove  da cui colano  parole di silenzio  su pergamene vissute. A me, che non conosco la pazienza del contadino, né sono saggio, il cambiamento pare  una preghiera  a un cielo che ride  delle mie più antiche angosce.  Io non creo, né trasformo: prego che il cambiamento  si manifesti nella lingua dei miei avi, e copra d'un velo spesso i miei volti inadeguati a farne fiorire la memoria. O forse saggio fui da piccolo, quando attesi a dirmi ebreo, sino al giorno in cui  quel Maestro mi spiegò che nel mio nome era scritto  chi fosse il mio Giudice.  Allora iniziò il cambiamento e mi dissi ebreo; e fu una rincorsa verso gli odori del tempo perduto.  La radice ignorata e negletta langue sotto terre nere; solo la paro
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A mio figlio

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Stasi di Sergio Daniele Donati Se c'è una cosa  che non so dirti è che il mio sguardo sfarfalla sulle stasi del mondo.  È richiamato sempre  da un altrove seducente. Per questo difficilmente mi poso, e a nulla valgono meditazioni e scritture. Non sono lì, Gabriel, per darmi stabilità; al contrario mi indicano  il piacere del disequilibrio controllato.  Ma tu non prendere esempio dal mio sguardo astigmatico; hai l'occhio che penetra  e un padre diverso che ama narrarti i suoi inciampi con un sorriso.  Io ho ricevuto assenze sulle quali ho costruito  il mio volo d'aliante, solitario. Te ne parlo perché tu sappia che dal momento  della tua nascita ogni contorno sfocato delle mie parole e sguardi è dedicato al tuo respiro; che dal momento  in cui ti tenni in braccio sei divenuto l'unico altrove dove spero mi spinga il vento.
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Né so dar inizio (Oblivion)

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Foto di Sergio Daniele Donati Né non so dar inizio, benché bussi, a una nuova primavera per quella  parola.  È rimasto lo strozzo d'un dire  negletto e calpestato.  Guardo il palmo della mano, sempre troppo piccola  per apprendere i ritmi d'un lutto; trasuda liquidi di silenzio e memorie, e impone  il suo veto arcano. La parola derisa non so più dirla; ne resta la bellezza antica tanto simile a quella fredda di stelle lontane.
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Io non so dar fine (Oblivion)

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  Foto di Sergio Daniele Donati Io non so dar fine  se non alle forme; son troppo abituato a cercar tracce nel dominio del sogno per negare un senso alla scoria, un odore alle ossicina di pollo sul piatto; della sera prima. Per questo io scrivo e tu danzi. È tuo il sipario, quando s'apre - o si chiude - tra gli applausi di spettatori incantati dalla grazia dei tuoi movimenti.  Certo, anch'io plaudo; ma dietro i velluti spessi, - al palcoscenico vuoto - mi chiedo sempre cosa resti del tuo sforzo eccelso d'equilibrio; sul filo di lino. Per questo scrivo, e sempre su rotoli sacri,  una storia senza fine; mentre tu sai mettere  la vocale sacra che distingue  la morte dal vero. Sono due vie elette e lontane. La tua discende da stelle di desiderio, la mia è umida di muschi di boschi inviolati. È stato sogno pensare  che potessero ascoltarsi. Resta però la speranza  che tu sappia togliere  la nera fuliggine del giudizio dai miei passi; che tu riesca a donare  al mio sguardo di all
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Vita e Morte (a mio padre)

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Evanescenza - foto di Sergio Daniele Donati רְאֵ֨ה נָתַ֤תִּי לְפָנֶ֙יךָ֙ הַיּ֔וֹם אֶת־הַֽחַיִּ֖ים וְאֶת־הַטּ֑וֹב וְאֶת־הַמָּ֖וֶת וְאֶת־הָרָֽע׃ Osservate,  ho posto oggi davanti ai vostri volti la Vita e il Bene; e la Morte e il Male Deuteronomio 30.15 Eppure i volti sfumano e svapora il ricordo. Posavo mani tremanti sugli occhi ancora aperti di mio padre, perché avesse riposo un'infanzia bruciata da parole d'odio e lemmi germanici. Allora compresi  cosa significhi camminare  sul filo sottile dell'evanescenza e quale sforzo costi scegliere la vita quando il mondo ti nega la parola.
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Preghiera ‎- תְפִלָה

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הסתכלתי יותר מדי בעיני זכוכית לא היו כוכבים והחושך מסנוור אני לא רוצה דרכים ישירים עשה להם מחזורים חיים שיהיה שם לנצח זרימת הכתיבה תן לי לשכוח את שמי ולשיר את השיר מכל הדורות אינני מבקש העלאה  אני מבקש ממך להיות אדם בארץ הקודש שנתת לנו Ho guardato troppo a lungo con occhi di vetro Non c'erano stelle e l'oscurità abbagliava Non desidero percorsi diretti, rendili cicli di vita; che sia perenne il flusso della scrittura. Fammi dimenticare il mio nome e cantare il canto di tutte le generazioni. Non chiedo elevazione. Ti chiedo di essere un uomo sulla sacra terra che ci hai donato.
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La lettera ‎המכתב - ‏

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La lettera - foto di Sergio Daniele Donati פתחתי את המכתב הזה אחרי מאה שנים של חשיבה פתחתי אותו כי מעטפה זה לא כלא למילים פתחתי את המכתב הזה אחרי מאה שנים של חשיבה הייתה רק אות אחת בטקסט האות הראשונה האלף שתקה כמו תמיד Ho aperto questa lettera dopo cento anni di pensieri. L'ho aperta perché una busta non è una prigione per le parole. Ho aperto questa lettera  dopo cento anni di pensieri. C'era solo una lettera nel testo; la prima lettera la Alef, silenziosa, come sempre
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È facile

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Foto di Sergio Daniele Donati È facile dirsi vittime, dimenticare il grido che ci accomuna e porsi al di là d'uno sguardo pietoso. La volpe, appena uscita dal limo, guarda con sufficienza  la rana e la salamandra e ignora che il suo pelo fulvo è un dono, spesso non meritato. Il vero sguardo dall'alto è quello che si posa empatico sul filo d'erba e richiama verdi memorie anche di lontano. Planava sull'abisso un vento divino, fu detto: sia luce e luce fu.  Prima d'ogni creazione  c'è un volteggiare lento un aleggiare scomposto alla ricerca di similitudini tra le nostre fangose essenze e la luce delle stelle. È facile dirsi vittime e rifiutare a sé stessi la potenza dirompente  e umana del cambiamento; è facile dirsi vittime  d'una ingiustizia  alla quale partecipiamo  se dimentichiamo che l'Alto,  quando non osserva il Basso, immerge il creato nel tenebra più oscura. La parola che crea  è quella che ha saputo, prima di dirsi, volteggiare sul li
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