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La parete

"Statica" di Sergio Daniele Donati
"Ci vuole uno sguardo mobile", dicevi, "e attento, per cogliere in una parete una possibilità di salita".
"Prima che la mano appoggi
alla dura roccia, lo sguardo ne spazza via le polveri e crea nei tendini
il fremito alla scalata". 
Io non capivo; le mie radici
affondano in pianure e nebbie autunnali e so distinguere il movimento d'un airone prima che si manifesti, così, da una impercettibile fibrillazione dell'aria.

La montagna allora non era il mio elemento. Non ancora. 
La montagna richiede lo sguardo di falco o, se sei dominatore, d'aquila.
Io avevo -e ho ancora- uno sguardo che sfoca i contorni; non spazza polveri ma le ingloba in materiali indistinti.
Mi muovevo bene -ed è così ancor ora- in boschi fitti, capace di giungerti alle spalle, come un gufo, senza fare rumore.
E so bene che ciò avviene perché in me vive una legge antica. 
Io non ti vedo e tu non vedi me. 
Ma ti percepisco nella nebbia e sento il fremito di una presenza gradita come i gatti; dai baffi.
Per questo mi avvicino.

I tuoi occhi erano blu e sondavano il cielo con aria attenta e senza giudizio.
Che giudizio possiamo mai portare sul cielo noi? 
I miei occhi erano -e sono ancora- colore del muschio e sondavano foglie e sterpami in attesa di un movimento rivelatore.
Il cielo era per loro una macchia azzurra, appena intuita, su una tela verde. 

Venivo da quel mondo e tu lo sapevi (e io sapevo del tuo).
Ci univa una parete, immobile, da scalare con stili diversi: tu con la concreta e precisa visione di chi sa percepire un pulviscolo nella fessurazione della roccia; un laser.
Io con l'abilità di chi confonde i confini, anche, e soprattutto, tra reale e sogno, tra oggetto e simbolo. 

Di uno spigolo di roccia tu vedevi tutto: colore, forma, consistenza, capacità di sostentamento.
E riuscivi per questo ad appoggiarci il giusto peso, chiedendo a ciò che è immobile collaborazione per il tuo movimento. 
Per me lo stesso spigolo diventava un storia, luogo di trasmissione di saperi, legge. 
E riuscivo per questo a farmi sollevare dal suo flusso. 

Due approcci, due rispetti diversi per la stessa roccia: per te esistente prima di ogni narrazione, per me viva solo per essere narrata. 

Arrivati in cima ci trovammo nel tuo elemento. Il cielo era ovunque e lo sguardo si perdeva lontano, incapace di creare un orizzonte.
Le macchie verdi dei miei boschi erano in basso, molto in basso. 
Sembravano ai miei occhi astigmatici una palude fertile per altre storie e narrazioni. 

Tacevamo entrambi; il che significa che io tacitavo la mia abituale logorrea e tu rimanevi ciò che eri sempre, silenzioso. 
Ci guardammo negli occhi, ricordi?

"Questa è casa mia", mi dicesti.
"Questo è il luogo del mio Altrove", risposi.

Dietro le nuvole si sentiva il verso mistico di uno stormo di gracchi. 
Per te significava che era giunta l'ora della discesa; il tempo stava cambiando.
Per me significava scendere piano, confondendo ancora una volta i contorni, rendendo fertile nebbia il confine tra sogno e reale. 

Eri mio padre, sono tuo figlio.
Due mondi distinti che i miei occhi astigmatici ora pongono nello stesso continente. 




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