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(Redazione) - Fisiologia dei significati in poesia - 02 - L’ A-posteriori del significato

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    Di Giansalvo Pio Fortunato   Si sottolineava, nel precedente articolo, quanto fosse necessaria la presenza di un percorso di uniformità e di resa comunitaria nella denotazione specifica di ogni parola. Denotare una parola , infatti, significa – non a caso si usa questo verbo – significarla , in un processo complessivo: se infatti significare implica l’emergere di un riferito concettuale , denotare ne esplicita l’ individuazione , quindi delibera il riferimento ad un individuo (leggi come quid generico) e ad un individuo che resta costante. Questo implica, chiaramente, che la denotazione ed il significato rappresentano, sommate, l’interezza dell’ontologia della parola. Ogni parola, quindi, ha un suo riferito concettuale, che la rende parola perché ogni parola non può che essere concettuale (vedi come significato – quindi come deittico semantico specifico -) , ed un’alterità, ontologicamente altra, a cui fare riferimento. Questo che cosa significa? Significa che ci troviamo dinan

(Redazione) - Fisiologia dei significati in poesia - 01 - Carico relazionale entro la natura della parola

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  di Giansalvo Pio Fortunato Parlare di un’ immanenza della relazione è dato quanto mai dovuto, soprattutto se si analizza la costante della natura umana. È sorprendente – a tratti positivamente contraddittorio – analizzare come continuamente sia riproposto ciò che, in realtà, è altamente discontinuo ed irregolare. Perché, in fondo, la relazione è ciò che maggiormente muta nel soggetto e nell’oggetto (obiettivo della transizione relazionale): essendo, infatti, la relazione la linea simmetrica o asimmetrica che consente un contatto tra due unità esistenziali, l’accetto si pone sull’ inter esse , ossia su ciò che sta in mezzo, non sulle due unità che vengono congiunte. Per cui, pur nella costante del sistema relazionale, ciò che si relaziona varia vorticosamente (ogni soggetto può relazionarsi a diversi oggetti ed ogni oggetto può relazionarsi a diversi soggetti) e questo variare rappresenta una forma produttiva discontinua – per intenderci: se A si relaziona a B, genererà qualcosa di

“Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?” (conversazione tra Giansalvo Pio Fortunato e Sergio Daniele Donati sul Salmo XXII)

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  Giansalvo Pio Fortunato Ho la gola secca dalla lotta e le croci dei miei padri sanno già resistere nella battaglia: un tempo i profeti coltivavano la vigna, sapevano il tempo del raccolto, conoscevano i mezzi per cantarsi la buona riuscita. Ora è la diaspora, voce secca nelle viscere dell'esilio; ora il taglio derivato dalla furia, i palmi che scrostano le superfici del martirio. Sergio Daniele Donati Che della diaspora sia colto allora  il richiamo al ritorno. È scritto.  Così come dalla suppurazione della ferita è detto che un nuovo tendine prende forma. E, se la voce tace e la gola si secca, non ci resta che il canto muto del disincanto, e una voce che - bambina - sia  scheggia   di verità per le nostre illusioni.  Il Salmista Ma io sono verme, non uomo, infamia degli uomini, rifiuto del mio popolo. Giansalvo Pio Fortunato In questo viaggio nel confino è la storia che si narra i peccati, deridendoli. Ho lo slancio unto di uno spatriato: entrambi chiamiamo a voce alta Dio, ch

"Genealogie verbali" - un saggio di Giansalvo Pio Fortunato

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Definire la poesia un’arte abissale è quanto di più comune, ma anche quanto di più incompreso la storia della letteratura e dell’esperienza poetica ci abbiano consegnato. Una simile prominenza teoretica, infatti, pare assai spesso porre i poeti dinanzi ad un “aut aut” , che si scandisce nel constatare e capire la propria pochezza o, parallelamente, nell'arrivare all'esaltazione del proprio fenomeno poetico. È indubbio, infatti, che, soprattutto ai giorni nostri, l'idea di un costrutto misterico ed il fascino del “nero” (nel senso sinestetico del termine) rendano la seconda opportunità molto più appetibile. Eppure questa figurativa dell’abisso vuole fugare ogni forma manieristica ed ogni obiettivo esoterico. L’appunto, che qui emerge prepotente, è di tutt’altra direzione e pare piuttosto abbattere le barriere elitarie e trionfalistiche della poesia. Prima, però, di ultimare questo percorso e giungere all’aut aut, sopra citato, bisogna soffermarsi anzitutto su una domanda nev