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(Redazione) - Su "Visioni d'abbandono" di Giuseppina Sciortino (Transeuropa edizioni, 2022)

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Se c'è una cosa vera a proposito dell'abbandono, così come del lutto, è che esso non può esser detto. L'assenza, con il suo portato traumatico, la fine di una relazione, sia essa amorosa o di altro registro, sono immensità che ci pongono di fronte a tutta la balbuzie e inciampo della parola.  Eppure, quasi paradossalmente, di questo strozzo in poesia dalla notte dei tempi si cerca di parlare, quasi che a dar voce a quel singulto se ne trovasse magicamente la cura.  L'abbandono si guarisce dicendo l'impossibilità della sua narrazione, confessando i limiti della parola di fronte al muro bianco e ineludibile della fine, della morte, vera o simbolica che sia, di qualche cosa che per noi ha contato.  Per questo vado sempre molto cauto nel leggere nuove sillogi che dichiarano l'intento di descrivere l'indescrivibile, di dire l'indicibile. Cautela questa che nasce dalla consapevolezza di quale fine arte ci voglia a cercare di descrivere per frammenti, brandell