Scritture - in dialogo con Glenn Gould
E forse sai anche tu, Glenn,
che la follia risiede
nei polpastrelli delle dita
o in quella docile
sensazione di freddo
di chi impugna una penna,
come arma contro il disordine
che è regola del mondo.
Il rigore, Glenn; il rigore
è un mantra di cui dimentichiamo
sempre qualche sillaba;
ne recitiamo frammenti
incompleti e orfani,
come se ripetere all'infinito
"io non ricordo più"
potesse provocare in noi
il miracolo della memoria.
E le tue note, Glenn,
le tue note, e le mie parole
sono fiocchi di neve al sole.
Lo sai bene tu;
lo so bene io,
che canto da sempre
l'assenza del canto,
la voce roca,
la balbuzie cristallina
di un rigurgito neonato.
Abbiamo entrambi, Glenn,
abbiamo entrambi cucito
l'abito di un rigore teutonico
sulla follia dei nostri
reflussi acidi,
e placcato d'oro
l'incapacità di dirsi
oltre l'oltre,
al di là dell'aldilà.
Eppure, Glenn,
al di là dell'aldilà
esiste sola e incontaminata
la legge del ritorno.
Lo sai bene tu;
e lo so bene io
che da sempre canto
il desiderio di tacitazione,
la perla che nel fango
mai trovo e l'ambra fossile
di un desiderio
diafano e cristallino.
Quale follia, Glenn,
quale follia è pretendere
di mettere inchiostri e segni
sull'inconsistenza del reale,
o suonare trilli, scale e accordi,
dopo che fu detto
il primo luminoso detto?
Lo sai tu, Glenn,
lo sai tu e lo so io
che ho tatutata
sulla spalla sinistra
la lettera della giustizia,
e sulla destra
il nodo infinito tibetano,
e sottopelle e invisibile,
sull'avambraccio,
un numero ereditato
dai fumi della storia.
E sai tu, e so io,
cosa significhi svegliarsi la notte
per dar nome ai senza nome
ed onorarne il ricordo
con parole monche
e canti sgraziati e impuri.
Io fui condannato, Glenn,
trent'anni prima
della mia nascita
al compito di granito
della memoria del mai vissuto.
Per questo, forse,
non so scrivere
se la penna non pesa
al mio polso,
o non faccio
alle mie storie
la tara impietosa
di quella Storia.
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Testo - inedito 2026 -
di Sergio Daniele Donati

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