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Visualizzazione dei post da Agosto, 2019

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Listening to Jazz Standards

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Mi permette, caro signore, una piccola riflessione in questa pausa musicale, mentre gli strumentisti si concedono una birra. Sì lo so, lei non mi conosce, e la nostra vicinanza di posto non mi autorizzerebbe ad una così invadente confidenza. Ma, mi scusi la sfacciataggine, io leggo nei tratti del suo volto, così diverso dal mio una sensibilità comune e, forse errando a causa di questa musica eterea, ho sentito l'impulso di condividere con lei qualche mio pensiero. Piccolo eh, non si attenda nulla di sovversivo per gli equilibri del mondo. Ah, lei sorride e dice che non la disturba, che, anzi, anche lei adora il jazz e le interesserebbe sapere di cosa sto parlando. Allora, mi permetta di offrirle da bere. Certe condivisioni hanno bisogno di carburante per poter avanzare, non trova? Mi dice che le piace il Jazz, ebbene io mi sento di doverle confessare che di questa musica so davvero poco. Certo come tutti ho anche io ascoltato da giovane Nina Simone e John Coltrane, ma
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Il vecchio ed i giovani

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Il vecchio si sedette, come ogni sera, allo stesso tavolino, ordinò la stessa grappa, accese la stessa pipa e cominciò, come ogni sera ad osservare la gente. E attese, fino a che la stessa compagnia di giovani sognatori entrò nel locale. Era ormai un appuntamento fisso. Un uomo solo. Un uomo felice della sua solitudine. Un uomo che aveva di sé una buona compagnia. Era uno strano spettacolo da gustare, tra il dolce e l'amaro, tra il forte ed il tenue. Uno spettacolo che teneva sullo sfondo il brusio degli altri frequentatori del bar. Tutto era così struggente, così immensamente struggente. Come ogni sera, i giovani cominciarono, prima timidamente, poi sempre più insistenti a chiedere al vecchio che raccontasse loro una storia. Alcuni desideravano ascoltare la stessa storia delle serate precedenti, lo stesso racconto dalle infinite sfumature che potrebbe aver titolo “la vita di un uomo”. I simboli che sottostanno alle parole mutano, quasi impercettibilmente, anche dietro una
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Hopper's style in Milano

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E cammina, cammina forte, a passo deciso. Finché l'immagine non svanisce. Non è quel tuo volto, quella maschera di caucciù, che avrei voluto fissare negli occhi per ultimo, papà. Cammina, pompa forte il cuore, il mio, che ancora non si è fermato. E parlami ancora, parlami di Modena, delle tue montagne, parlane a me, figlio distratto, che a quei racconti ho sempre dato troppa poca importanza. Parlane a me, figlio incapace di non fuggire, fallo ora. Ma dal caucciù la voce si strozza. Ed io cammino veloce, per non ricordarla la tua voce acuta, molto più acuta della mia; cammino veloce come un razzo appuntito per tagliare lo strazio denso e proiettarmi altrove, fuori dalle galassie dei non detti, ormai impossibili a dirsi, fuori dagli sguardi abbassati da entrambi, dai "ti voglio bene" reciproci che ci si bloccavano in gola. Due maschi, troppo maschi per cedersi reciprocamente il passo. Che pena, che strazio, il silenzio ottuso, l'incapacità di dire, quando
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Pensive Lady

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Ci vuole tanto coraggio, troppo forse, per pensare a sé mantenendo lo sguardo sull'orizzonte. Dai luoghi protetti tutto sembra facile. Eppure l'orizzonte è dittatore e gioca coi coi tuoi occhi spostandosi lentamente sempre più lontano, sempre più lontano. E i pensieri, e i ricordi, sono piccoli aghi velenosi, che vorrebbero che tu gli occhi li abbassassi, dentro di te, nell'abisso dei tuoi abbandoni. Una battaglia antica e mai risolta, costellata di migliaia di vittorie di Pirro, di vittime lasciate sul campo senza sepoltura. E solo una donna sa affrontare il richiamo del futuro, il rimpianto del passato e la morsa del presente, mantenendo la postura. Un uomo, urla, bestemmia, recalcitra, chiude gli occhi, si agita, umilia il proprio corpo. Finché la postura, l'accettazione di ciò che è, arriva ma per spossatezza, per sfinimento. L'uomo esplode prima di implodere. E non è uno spettacolo per bambini. Ad un bambino farei vedere un uomo che risorge, quan
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Robert Pirsig - Lo Zen e l'arte della manutenzione della motocicletta

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Come parlare di te Fedro? Come parlare con te? Tu, giovane, troppo giovane, filosofo della Qualità, ormai celato, nascosto, ritroso, lasci tracce del tuo passaggio. Ma sono orme di cervo in un bosco in cui fitta cade la neve. Troppo presto cancellate. E obblighi noi, fragili cercatori, ad iniziare la nostra narrazione per arrivare alla tua storia. Tu, ormai fantasma, sei l'emblema, dell'oggetto della scrittura, della narrazione. Si narra di sé per scoprire la presenza di altro in sé. Un Chautauqua, un'auto narrazione dei nativi americani, un raccontarsi interiore per arrivare a percepire la tua presenza, non più come traccia, ma come condizione del proprio essere. Tu, Fedro, ormai diluito nel mondo, elettorshockato, lobotomizzato, ormai fantasma, non puoi che implorarci di lontano, dalla tua assenza, di avere memoria del tuo passato. Ma le tue tracce sono così flebili che siamo obbligati a narrare il nostro presente per ritrovare te. Ed è uno sforzo immane, in
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Evanescenza (2)

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Volto di pietra - Sergio Daniele Donati Poiché di seta è la tua voce e di cristallo il mio ascolto, l'onda mi ha levigato il volto perchè potesse, svanendo,  accordarsi alla viola dei tuoi pensieri.
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Il centro e la pratica marziale interiore

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"Cerca il centro", disse il mio maestro. "La tecnica non può funzionare se non mantieni il contatto col tuo baricentro". Poi mi chiese: "Ok l'hai perso, cosa fai per ritrovarlo?". "Appoggio lo sguardo sulla linea dell'orizzonte", risposi meccanicamente; una lezione imparata a memoria. "No", disse indurito, "Lo sguardo viene dopo, molto dopo".  "Sensei, io non lo so", risposi. Non parlò più e se ne andò a correggere qualche altro allievo. La sera, come sempre, un grande parlare tra noi allievi, qualche bicchiere di vino e un grande amichevole casino. "Cos'hai?", mi disse lei, "sembri assente". Era una delle allieve più anziane del mio maestro. Bassa, fortemente in sovrappeso, con uno strano accento della Francia centrale. Quando però saliva sul tatami restavamo tutti estasiati. Sembrava danzare al ritmo della sua spada di legno, tracciando con la sua punta linee che sembravano pennel
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Shofar

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Il suono dello Shofar lacera, strappa, stride e lascia una scia di vuoto, che non osi nemmeno pensare di riempire. Il suono dello Shofar non è dolce, né nostalgico, è disarmonia nel ritorno e lascia un silenzio arcano che non osi nemmeno ascoltare. Il suono dello Shofar dà i brividi, febbre antica, Quale voce la potrà placare? Il suono dello Shofar è altro, è l'Altro che viene a depositare semi di silenzio su un terreno mai abbastanza irrorato E tra te e l'Altro non osi nemmeno... 
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