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Visualizzazione dei post con l'etichetta racconto

"Nel Nome del Padre" - un racconto di Giada Giordano

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  Di mio padre persi traccia nell'estate 1915. La guerra proliferava in Europa e il germe della morte continuava a mietere le sue vittime in un clima di oscurantismo e aberrazione. Mentre l’Italia aveva da poco firmato la sua condanna ultima, definitiva, negli occhi di mia madre leggevo tutta la rabbia e l’angoscia che segretamente affratellavano un intero popolo. Avevo undici anni. Ricordo l'espressione di mio nonno seduto a capotavola con lo sguardo stravolto e mia nonna piangere sommessamente dall'altra parte del tavolo, ripiegata su quel suo scialle di seta scadente acquistata per due soldi ai soliti mercati rionali, che puntualmente puntavano al ribasso vista la crisi. Stavamo mangiando un piatto di legumi e lo accompagnavamo con un mozzicone di pane nero. Ricordo mia madre entrare in cucina con una lettera, tremare come un pulcino bagnato ed ingoiare le lacrime: lacrime di rabbia e di disperazione, a pensarci con il senno di poi. Mi guardò a lungo fisso, come si fissa...

(Redazione) - "La canzone della biscia" - un racconto di Felicia Buonomo

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  Il timer del forno si ferma, il suono annuncia la cottura del pranzo. Papà è in giardino con zio M., mentre mamma chiama nervosamente tutti al tavolo. Guarda catatonico i sandali infradito che non indossa da quel giorno al lago.  «Bisognerebbe spostarli da lì, rischiamo sempre di inciampare», dice zio M., mentre papà scuote la testa in segno di negazione. Sono ancora dove li lasciò, sul ciglio della porta di casa, simbolo di una convivialità messa al bando della vita familiare. Dal giorno del verdetto, abbiamo sentito la voce di papà solo una volta, mentre rimproverava mamma di averli spostati. «Chi ti ha detto di spostarli? Rimangono lì e nessuno deve toccarli. Sono io l'uomo di casa. Decido io»; urlava come se fosse stato un padre-padrone in preda alla collera, personalità che mal di conciliava con l'amabilità della sua persona. *** Quel giorno al lago era domenica, come oggi: gita fuori porta, due famiglie semplici, con il desiderio di ristorarsi dal calore della città. I...

L’urlo più lancinante di tutti - un racconto di Antonella Perrotta

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Sono nata piccola, sgusciata fuori tra le tue gambe nel tempo dell’urlo più lancinante di tutti. Non so dove lo prendesti l’ossigeno per quell’urlo, tu, così minuta. Lo raccontava mia nonna, tua madre, che non aveva mai sentito prima una partoriente lanciare un urlo come il tuo. Mi attaccasti al seno di mala voglia, (me lo diceva sempre nonna, tua madre). Poi iniziasti a piangere e il pianto mio si confondeva col tuo, ma non era lo stesso pianto, non credo: io ti cercavo e per questo piangevo; tu volevi che ti stessi lontana e per questo piangevi. Piangemmo entrambe per mesi finché io mi rassegnai e imparai a sorridere mentre tu continuavi a piangere. Avrò scoperto per caso la gioia di un sorriso e avrò pensato che era preferibile al piangere. Mentre tu, di piangere, non potevi più farne a meno. Fu per questo che ti rinchiusero in manicomio, ancora esistevano. Quando i manicomi furono chiusi, ti lasciarono andare. Tornasti a casa che avevo già otto anni, e neanche mi guardasti. Forse n...

Il sogno di Joyce (un racconto di Goffredo De Andreis) - con nota di lettura di Cristina Simoncini

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  IL SOGNO DI JOYCE Un sabato sera di metà giugno, James Joyce – che ha una ventina d’anni o giù di lì – mentre sta entrando al Davy Byrnes per bagnarsi il becco, tenta di rimorchiare una pollastra. Le ronza attorno, propone una pinta al pub, fa lo spiritoso. Insomma, ci prova, ma non si accorge che nei paraggi c’è il ganzo della ragazza, un tipo irascibile, un attaccabrighe incline al pestaggio che, appena si accorge delle mire del giovane Joyce, lo stende con due cazzotti poderosi e definitivi. Potrebbe chiudersi qua, ma il tipo è una bestia e ha tracannato in eccedenza, quindi, non pago, continua a colpire con i calci, finché, di punto in bianco, come se si fosse ricordato di un appuntamento, si gira e se ne va, lasciando Joyce con due costole rotte, un polso slogato, profondi tagli agli zigomi e l’autostima sotto i piedi. Il ragazzo Joyce rimane a terra a lungo. Il sangue gli esce dalla bocca, avrà sputato uno o più denti, probabilmente. Non ce la fa a muoversi e nemmeno a chie...

"Cantiere" - un racconto di Enzo Cannizzo

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  Un vecchio mi fissa come se fossi un cantiere. Ha l’occhio vitreo e la necessità evidente di un barbiere. - Cosa non va, gli chiedo, sa, signore, io non mi vedo. - No, niente, giovanotto, sto soltanto girando un video col mio occhio buono, quello bionico. L’altro, invece, quello è proprio andato. - Dove? - Chi? - L’occhio, signore. Il suo suo occhio, dov’è andato? - Ah, l’occhio… quello. Beh... me l’ha cavato Pinocchio, col naso, quando il bus ha frenato di botto al semaforo pedonale interstellare. - Come mai? - Come mai cosa, giovanotto? - L’occhio. Pinocchio. Il naso. Come mai Pinocchio le avrebbe cavato l’occhio? - Non saprei… Forse un attacco di panico, forse una bugia… Sono strani i figli dei falegnami… - Troppe seghe? - Non saprei, questo l’ha detto lei, non entro in certe beghe. Certo è che, da allora, prendo solo il tramvai, non si sa mai. - Certo, capisco, ma ora torniamo a noi. - A noi? Giovanotto, ha per caso nostalgia di Jessica? - Mi perdoni, signore, Jessica chi? - ...

(Redazione) - Specchi e labirinti - 29 - Arrivederci (un racconto)

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  di Paola Deplano Agosto. Guido veloce, nella strada dritta che costeggia il mare, alle due del pomeriggio. Devi prendere l'aereo e, come al solito, hai fatto tardi. Sei bellissima. Dai finestrini aperti entra l'aria infuocata che ti sconvolge i capelli. Non ti piace l'aria condizionata, come non piace a me, quindi finestrini aperti in una macchina che sfreccia verso l'aeroporto. Canti a squarciagola sopra l'ultimo di Gianna Nannini che mi hai regalato per il mio compleanno. Piace a te, non a me. Pazienza.  A caval donato... Lo ascolto solo quando in macchina ci sei tu, per farti piacere. Vorrei dirti tante cose, ma sto zitto. Mi mancherai. Non ci siamo mai separati. Io vivo per te. Ti volti e mi sorridi. Come somigli a tua madre. Ce ne sono state altre, ma nessuna come lei. Nessuna coi suoi occhi e il suo sorriso. Cioè: i tuoi occhi, il tuo sorriso. Avevi dieci anni quando un uomo brutto col camice le disse: - Lei ha un tumore. Le restano sei mesi. - Calmo, tranq...

Cartoline dal cielo - un racconto di Mario Sicolo

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Il segreto meno segreto di tutti. Due mani che si cercano. E si stringono. Quante volte, catturandoci il cuore, abbiamo visto un’immagine così? Lo fanno i bambini per imparare a giocare. Lo fanno i grandi quando si amano. Lo fanno i vecchi, quasi tutte le sere, se non vogliono restare soli. Il gesto più semplice del mondo nasconde il mistero più grande della nostra vita: l’intreccio dei destini come piccoli sentieri che si abbraccino prima d’inoltrarsi nel bosco dei giorni. Non dimentichiamolo mai, questo gesto piccino. Anche quando non ce lo aspettiamo più, può avere dentro la forza del nostro stesso respiro… Mas Il coperchio della bara emise un tonfo sordo che ferì mortalmente Maria. Il prete col turibolo andava già spargendo nuvole d'incenso intorno a quella cassa di legno scuro e lei pensava che sarebbe rimasta per sempre da sola. Figli nessuno, un fratello ed una sorella consegnati troppo presto all'aldilà. Quel pomeriggio, pure suo marito. Senza forze...