"Nel Nome del Padre" - un racconto di Giada Giordano

 


Di mio padre persi traccia nell'estate 1915.
La guerra proliferava in Europa e il germe della morte continuava a mietere le sue vittime in un clima di oscurantismo e aberrazione.
Mentre l’Italia aveva da poco firmato la sua condanna ultima, definitiva, negli occhi di mia madre leggevo tutta la rabbia e l’angoscia che segretamente affratellavano un intero popolo.
Avevo undici anni.
Ricordo l'espressione di mio nonno seduto a capotavola con lo sguardo stravolto e mia nonna piangere sommessamente dall'altra parte del tavolo, ripiegata su quel suo scialle di seta scadente acquistata per due soldi ai soliti mercati rionali, che puntualmente puntavano al ribasso vista la crisi. Stavamo mangiando un piatto di legumi e lo accompagnavamo con un mozzicone di pane nero. Ricordo mia madre entrare in cucina con una lettera, tremare come un pulcino bagnato ed ingoiare le lacrime: lacrime di rabbia e di disperazione, a pensarci con il senno di poi.
Mi guardò a lungo fisso, come si fissa un estraneo in casa o come si fissa qualcuno che non si vede, nel posto in cui era solito sedersi mio padre e dove ora sedevo io: quel bambino dai lineamenti delicati, quasi femminei, che ricambiava il suo sguardo ma non ne capiva la portata e le conseguenze.

<<Riusciremo a farcela lo stesso>> disse in un impeto d'orgoglio, ma le lacrime che le sgorgavano dagli occhi le rigavano il viso e le conferivano un'aria più malinconica e grave.

La guardai traumatizzato, temendo l'avvento di un qualcosa di nefasto, e il dolore che la e mi prese mi stupì.
In seguito, con il passare degli anni, avrei ricordato di lei il temperamento fermo e il carattere forte: persino quando mio nonno morì, qualche anno dopo, il feretro andò dritto al camposanto senza eccessivi lamenti né crisi di pianto, ma non fu così in quel preciso istante in cui i miei undici anni mi si rivelarono con tutta la ruvida e tagliente, a tratti prorompente sinergia, e mi buttarono di colpo a precipizio in faccia il duro dramma della vita.
I giorni passavano inesorabilmente lenti e alle notizie del fronte favorevoli si sommavano quelle tragiche, in un continuum di morti e stragi a non finire.
Il campanile della nostra città suonava cupamente un lamento funebre verso le sei di ogni sera e masse di fedeli si affrettavano a prendere posto in chiesa per l’unzione, l'espiazione, chi per raccomandare il proprio figlio al Signore in quel campo di croci che era la guerra.
Non capivo il volersi appellare a tutti i costi ad un Dio che non si svela, ma rimane in penombra. Fu così, credo, che divenni agnostico.
Fu nel volermi interrogare sul fine ultimo dell'esistenza, temo, sulle motivazioni che ci spingono a credere, sulle giustificazioni create da una mente straordinaria, il cui potere affascina ma incute anche timore, sull'insanabile conflitto vita- morte, dualismo che si esplica paradossalmente nell'antitetica contrapposizione tra mente e cuore.
Volevo poterci credere, ma come facevo a credere ad un Dio che accetta che i suoi figli si combattano vicendevolmente per poi morire in nome di una Nazione? Come potevo anche solo pensare che mio padre non era morto invano, ma per una giusta causa, e come lui milioni di uomini?
Mia madre diceva che le anime di coloro che abbiamo amato e perso ci accompagnano per il resto della nostra vita, ci osservano dall'alto, da vicino, ovunque, perché ogni anima come ogni persona è a sé e continua a vivere nei cuori di chi li ha amati.

<<Proprio qui>> diceva portandomi la mano in prossimità del cuore. <<Senti? >>
<< I battiti>> facevo io.

Credeva nella trascendenza divina, nell'intercalarsi spirituale dell'anima di coloro che abbiamo amato in noi, e accendeva un cero per la Madonna che divinava nel rosario ogni sera prima di coricarsi.
Io la osservavo nel suo rituale, con l'innocenza di un bambino che a malapena sapeva leggere i caratteri su un foglio, figurarsi le espressioni e gli atteggiamenti delle persone, e mi stupivo nello scorgere la premura che infondeva in tutto ciò che sapeva di mistico e umanamente intangibile.

<< Prega con me, figlio mio.>>

Dolcemente mi accarezzava la fronte, scostandomi una frangia di capelli che cadevano quasi a ricoprirmi gli occhi.
Era l'unica cosa che aveva imparato a fare: a ripetere a memoria le preghiere perché non sapeva leggere. Nessuno di noi sapeva leggere. La nostra lingua era diversa dalle altre e spesso neanche ci comprendevamo.
Mi domandavo come avesse fatto mio padre a farsi capire al fronte con altri che parlavano in maniera cosi differente, e come potevi sentirti parte di una Nazione se non avevi neanche la lingua ad unirti; e poi come facevi a scrivere, a riportare su un foglio i tuoi pensieri e a far emozionare le persone alle quali scrivevi una lettera per dirgli che ti mancavano.
La scrittura era stata la più grande invenzione dell'uomo, permetteva di leggere e rileggersi nel tempo, ma restava il fatto che io non sapevo leggere e forse non avrei mai ricevuto una lettera, e se anche l'avessi ricevuta, non mi sarei mai emozionato direttamente perché non avrei potuto afferrare i caratteri impressi sul foglio.
Come me tanti altri, figli dell'industrializzazione, cresciuti a pane e acqua tra campi forati e vecchie fabbriche dimenticate.
La situazione doveva essere talmente insostenibile che, una volta, un tal maestro Scalpelletti reclutato chissà da chi, chissà come, chissà perché, assunse la direzione di un centro di lettura lì nelle nostre campagne, tra filari di vite e qualche filanda abbandonata.
Correva l'anno 1918
Ricordo ancora oggi lo spigoloso uomo dall'aspetto pallido che pose piede per la prima volta nelle nostre terre con la vocazione o forse con il semplice spirito di sacrificio rivolto a noi umili, ultimi di una lunga catena.

<< La direzione centrale!>> bofonchiava tutto il giorno con uno squallido volume recuperato, Dio solo sa da chi, nei meandri di un qualche seminterrato. 

Masticava poco l'italiano eppure giurava di essersi formato in una scuola di preti di cui ricordava solo l'odore di incenso che affumicava i corridoi sacri con volte pittoresche, affrescate da magnifici artisti del Trecento vissuti nelle grandi corti.

<< Ipse Dixit>> ripeteva sfoggiando un latino che agli occhi di noi giovinetti di provincia, vissuti nelle campagne, doveva sembrare ostrogoto ma sicuramente impeccabile. 
<< Ipse Dixit.>> continuava l'altisonante voce simulando le vesti papali con tutta la conseguente franchigia e guardava giù dabbasso i mocciosetti con l'aria pestifera e l’alito di cipolla. 
Il suo sguardo non aveva nulla di minaccioso ma risoluto sembrava voler trasmettere tutta la maestosa solennità del momento.
<< Cosa significa?>> domandavano dopo un po' tutti i marmocchi in prima fila, sudici fino all'inverosimile e con gli occhi all'infuori dalla meraviglia. Era una lingua affascinante per quanto sconosciuta.
<<Lo ha detto Lui >> ed osservava con occhi adoranti il cielo facendosi il segno della croce. <<E può sentirla?>>lo provocavo io.
<<Filippo...Filippo... Tua madre non ti parla mai del Signore?>>
<< Mia madre vorrebbe...>>
<< Vuole>> interveniva prontamente il maestro, quasi nel tentativo, ai nostri occhi riprovevole, di correggermi.
<< No, maestro, vorrebbe. Ma io non le dò modo.>>
<< Non le dai modo, Santo Cielo, e perché mai? >>
<<Perché io non ci credo. >>
Lo Scalpelletti strabuzzava gli occhi dalla sorpresa e dall’incredulità. << E in cosa credi, sentiamo. >>
<<Credo in quello che vedo, maestro, con i miei stessi occhi.>> sottolineavo con orgoglio. <<Noi poveracci non abbiamo bisogno di frasi del tipo, Dio è misericordioso. Non è vero, dov’è la sua misericordia? Perché non aiuta noi invece di aiutare i ricchi? L’ho visto l’altro giorno il figlio del Mestre, sa? Girava con il cocchio e si faceva bello davanti a noi>> dicevo stizzito.<<Lo sa, dove eravamo?>>
<< Nei campi.>> affermava lo Scalpelletti, come se non vi trovasse nulla di strano, visto il nostro destino già stabilito dalla nascita.
<<E in fabbrica. Quella nuova, laggiù. L’hanno aperta alcuni signorotti.>
<<Signorotti?>>
<< Sissignore.>> bofonchiavo io.<<Signorotti, vestiti con i migliori abiti che io abbia mai visto. Dalla città vengono.>>
<<Vorresti andare anche tu in città, Filippo?>>
<<Forse, se si campa meglio.>>
<< No.>> rispondeva il maestro.<< Si campa come qua, credimi. Loro poi non hanno neanche le campagne e il verde non lo conoscono. Ah, già…dimenticavo che tu credi solo a quello che vedi.>> sorrideva.

Accennavo un sì con la testa, socchiudendo un poco gli occhi come era solito fare il mio amico Giovanni Lisca, piccolo bracciante e aspirante dottore, come amava definirsi.
Lo Scalpelletti riprendeva il libro in mano.

<<Oggi impariamo a leggere.>>
<<Quando lo si trova il tempo per leggere?>>
<<La domenica.>> ironizzava Lui.
<<Con la messa?>>
<<Tu non vai a messa, Filippo.>> puntualizzava il maestro. <<E i vostri genitori sono contenti di sapervi qui. Almeno imparerete qualcosa che loro nemmeno sanno e li renderete fieri di voi.>> Giovanni Lisca socchiudeva gli occhi. Sapeva a cosa pensavo e intuiva che il mio punto di vista sarebbe andato inesorabilmente a cozzare con il suo e con quello del maestro.
<<Giovanni vuole fare il dottore, Maestro.>>lo interrompevo alla prima parola, forse cercando uno stupido pretesto per non sentirlo leggere nella gran foga un intero capitolo del suo abbecedario.
<<Il dottore?>> lo Scalpelletti sorrideva, forse inquadrandola come una battuta da ragazzi che sognano un futuro che non potranno mai avere, poi si voltava perplesso a fissare un piccolo ragazzino lentigginoso e con la faccia presuntuosa
<<E tu, Filippo? Tu, cosa vuoi fare da grande?>> incalzava, riuscendo parzialmente nel mio intento di depistarlo dal libro.
<< Quello che non ha fatto mio padre e la maggior parte degli uomini.>>
<<Faresti il maestro?>>
<<<Di chi? Di me stesso?>
<<Insegneresti a leggere e a scrivere a dei ragazzini ignoranti.>> asseriva lui, come guardando al mestiere del maestro come ad uno dei mestieri più belli del mondo, una sorta di intimo apostolato e fraterna condivisione.
<<Che brutta parola.>>osservavo.
<<No.>>precisava lui.<< Ignorare significa non conoscere, Filippo.>>
<<Non mi piace usarla.>> mi fomentavo come il tizzone ardente della fabbrica.
<<Ma è Italiano.>>
<<Che cos’è l’italiano? L’italiano non si parla nelle fabbriche, signor maestro.>>
<<No, difatti si apprende a scuola.>>
<<Qui non c’è la scuola.>>
<<Ma ci sono io. Siamo noi la scuola Filippo, non è la struttura. Siamo io, te, Giovanni, Marcello, Paolino, Giuseppe, Lucio e Piero.>>
<< Pochi.>>
<<Solo quelli che contano.>>

Il maestro ci prendeva ad uno ad uno e ci posizionava a gambe incrociate per terra consegnandoci un foglio con una matita.
L’italiano era nato con il Manzoni non con il Verga, questa era l'unica cosa che avevo sentito ripetere da mio nonno, come a dire che l'italiano non era la lingua di noi poveracci, ma di quelli colti, ricchi, che avevano avuto la fortuna di discendere da qualche nobile famiglia, tipo i Leopardi, per dirne una. lo non ero un Leopardi né un Manzoni, ero un Perelli, originario di non so dove.

<< Quando ci daranno la struttura?>> chiedevo. <<Quando? I figli degli operai non hanno diritto ad averne una?>>
<< Filippo...Tra non molto certi signorotti, come li chiami tu, del governo, ci daranno una mano a costruirne una per noi.>> sbuffava esasperato alla trecentoduesima volta il maestro.
<<Costruirne? Perché mai dovrebbero volerla costruire? Potrebbero farci posto nella vecchia filanda abbandonata, tanto nessuno più la usa da quando hanno aperto quella nuova. >> ribattevo contrariato, serrando le nocche delle mani e guardandolo con aria di sfida.

Lo Scalpelletti meditava una possibile soluzione. Ai suoi occhi dovevo apparire un saputello presuntuoso che si atteggiava tal saccente ed era un ignorante.

<<Abbiamo il centro di lettura che ci ha dato il governo.>>
<<Siamo in troppi, maestro. Manca lo spazio. Io intendevo la scuola come ce l'hanno i bambini delle città, con i tavolini, le sedie e le finestre.>>
<<Chi ti dice tutte queste cose?>>
<< Si sa. Lo sanno tutti qui. Mamma dice che il figlio di una sua amica è stato mandato in una scuola in città e hanno tutte queste cose.>>
<<E..>>
<<Certo, dice anche che il maestro bacchetta sulle mani se non studi. >>
<<Come vedi qui nessuno ti bacchetta. >>mi faceva presente lo Scalpelletti.

La maggior parte di noi a queste parole si risollevava e riacquistava il colorito, anche se non tutti potevano vantare la tonalità di colore scuro della pelle di Giovanni, uno dei pochi a lavorare ancora solo nei campi.
Il lavoro per noi c'era, ma alla partenza degli uomini per la guerra, v'era rimasto un ingente carico di lavoro nelle filande, dove lavoravano quasi tutte donne ed alcune ragazzine cresciute in modo campestre tra filari di vite e il ristagno di acqua salmastra e paludosa.
lo lavoravo in fabbrica perché i campi non li avevamo neanche più. Ciò che restava dei quattro ettari di terreno che possedevamo era un piccolo orticello rasente il muro con l’alloro, il prezzemolo, il rosmarino, la mentuccia e il peperoncino, che mio nonno adorava.
Il resto era finito nelle mani di qualche signorotto locale, venduto da mia madre per pagarsi i debiti e continuare a vivere in assenza di altro.
La sera invece c’era la scuola, una scuola fatta di scarni elementi, il minimo indispensabile da corredo, maneggevole, pratico, che insegnava come l'esperienza sui libri non fosse niente di più avvicinabile alla vita vera, reale, che si praticava tra il marciume, la zella e il piscio, in bilico come funamboli su una fune con il rischio di cadere e la paura di non rialzarsi, schiavizzati da un capitale che da uomini ci rendeva merce.
Lo Scappelletti credeva che il Signore rialzasse gli individui risollevandone gli animi dopo una brusca caduta e spingendoli a campare per obiettivi. L'obiettivo ultimo era la Salvezza con il Paradiso.
Ripensavo a mio padre in quei momenti, alle sue carezze, le carezze di un uomo che sta per lasciarti, al cui tatto constatavo la durezza di quelle mani callose passate per campi e fabbriche prima di passare ad impugnare forse un'arma da fuoco.

*
La guerra era finita da due anni quando cinquanta uomini tornarono nelle nostre campagne. Irriconoscibili e fortemente emaciati in volo, con un colore giallognolo che faceva pensare al colera e che spaventava i ragazzini del piccolo borgo. Erano improvvisamente, di colpo, più vecchi.
Ci guardarono una bella domenica di primavera giocarellare vicino al fiume, rincorsi dal caro buon vecchio maestro Scalpelletti che come sempre predicava, nel suo italiano farcito di espressioni inconsuete e proverbialmente latine, l’importanza dell’imparare a leggere e scrivere.
Io gli avevo dato due metri di distacco e quello, con la lingua penzoloni e la schiuma alla bocca, scalciava violentemente qualche ciottolo scalpitando.
Gli altri, compagni di scorribande, sghignazzavano piegati in due. Solo Giovanni si era acciambellato per terra impossessandosi improvvisamente di uno strano testo voluminoso intitolato “I Promessi Sposi”. L’autore era quel tale Alessandro Manzoni, che nessuno di noi aveva preso a ben volere per via di quei nobili natali.

<<Sicuro. È un signorotto!>> dicevo io, volendo provocare il maestro. Al ché lui rispondeva:<< Sì, ma di Milano. >>

Milano era uno strano nome per chiamare una città. Tutti noi sapevano che Roma era la Capitale d’Italia da quando, nel 1870, i Francesi avevano avuto l’ardire di combattere i Prussiani e i Lanzichenecchi erano entrati da Porta Pia.
La storia poi non era così difficile da apprendere. Qui non si trattava di imparare a leggere e a scrivere ma ad ascoltare, e le storie raccontate dal maestro sembravano incredibili quanto le avventure scritte in un romanzo, o almeno era quello che pensavamo io e il Picchio.
Lo chiamavamo così per via del suo nasino che già si accennava leggermente aquilino: era un ragazzino sui nove anni con la fronte larga e i riccioli d’oro, bassetto, esile. Si portava il pollice alla bocca e faceva capire che oltre ad avere fame doveva anche sentirsi molto solo.
La sua intelligenza, tuttavia, balzava agli occhi di tutti. Aveva già imparato i rudimenti di una lingua che non parlavamo e sapeva caparbiamente scrivere alcune lettere dell’alfabeto.
C’era chi la chiamava intelligenza e chi buona volontà.
Il picchio quella mattina fu il primo a scorgere dall’altra parte del fiume, su un sentiero scosceso che scende verso riva, uno stuolo di uomini con le casacche e le borse piene di stracci in mano. Gesticolando richiamò l’attenzione di tutti mentre le parole sembravano morirgli in gola. Indicò quelle figure. Le nostre teste si voltarono nella direzione indicata e fu allora che li riconoscemmo tra tutto quel marciare e li osservammo ad uno ad uno spuntare da dietro la collina.
Erano gli uomini che tornavano a casa, gli uomini delle nostre terre, sottratti brutalmente dalle loro famiglie per combattere.
Ricordo Giovanni alzarsi da terra e cominciare a correre. C’era suo padre lì. Suo padre che lo salutava ed era pronto ad accoglierlo tra le sue braccia.
C’era il padre di Lucio, di Giuseppe e di Piero. Poi vi erano tanti altri uomini, chi zio, chi cugino.
Io invece ero solo. Giovanni accompagnato dal padre si fecero avanti. Mi abbracciarono e nel muto abbraccio capii quello che cercavano di dirmi. Non parlai. Aprii la bocca, nient’altro che per piangere, mentre dentro di me urlavo. La disperazione di quel momento mi sorprese. Il picchio mi osservava vicino senza parlare. Anche lui aveva perso il padre, ma a differenza di me non aveva nessuno. La madre era morta quando era venuto al mondo. Lo guardai e lo tenni stretto a me con gli occhi. Lo amai in quel momento. Non so se per riprovevole compassione od altro, ma lo amai teneramente come forse un uomo può amare un figlio, io che in fondo avevo solo pochi anni in più.
Lo Scalpelletti sembrò accorgersi del mio sguardo e mi sorrise. II suo era un sorriso dolce e cortese, uno dei pochi sorrisi affabili che gli fosse capitato di farmi. Lo ricambiai questa volta dal profondo del cuore e capii di credere in qualcosa, forse, non qualcosa di così immateriale, ma qualcosa che chiamava in campo emozioni e sentimenti.
L’affetto per il piccole orfano era non tanto un amore filiale quanto fraterno, da fratello maggiore che si preoccupava delle sue continue vicissitudini in collegio, dal quale puntualmente scappava per correre nei campi insieme a noi e dare sfoggio della sua cultura allo Scalpelletti.
Il picchio aveva imparato a leggere e a scrivere meglio di chiunque altro e c’era chi diceva che la cosa fosse da attribuirsi alla Parrocchia. Il latinorum della chiesa, come la chiamavamo noi quella lingua, permetteva anche lo studio dell’italiano.

<<L’italiano deriva dal latino, Filippo.>>mi faceva presente il maestro in quelle occasioni.<< Come tante altre lingue>>
<<E la nostra lingua?>
<<Bah>> faceva lui con un’espressione che sembrava voler dire che la nostra non fosse una lingua <<Il vostro è un dialetto>> spiegava.
<Il nostro…cosa?>>
<Se non l’hai capito sta dicendo che siamo un po’ tocchi. Vero, signor maestro? Ha detto idiota. L’ho sentita. >>parlava Paolino.
<<No. Paolino.>>
<<Sì, sì. Ha detto idiota!>> urlavano dopo un po’ tutti.
<<È italiano, ragazzi.>> precisava.<<Significa che la vostra è una piccola lingua.>>
<<A me non sembra.>> constatava Marcello facendo una linguaccia.

E tutti a ridere. Il maestro per primo. Sapevamo che in fondo ci era affezionato, nonostante tutto quello che gli facevamo passare.
Il maestro Scalpelletti era un po’ un simbolo. Proveniva da una piccola città in provincia di Roma, una città di mare, diceva sempre, ma si era innamorato dei nostri luoghi e della nostra gente. Viveva in una catapecchia ai margini dell’ala vecchia del paese. Un’ex fucina abbandonata e “messa a nuovo”. Quella casa aveva si e no centodieci anni e dai comignoli che possedeva sbuffava sempre un nuvolo di fumo nero ad oscurare il cielo. Spesso nelle sere d’inverno osservavamo farsi notte presto grazie al contributo artificioso del camino. Guardando oltre le finestre le donne del paese si tiravano un po’ su gli scialli e sospiravano.
Mia nonna guardava sempre il camino di casa Scalpelletti. Forse, le ricordava qualcosa di quando mio nonno aveva lavorato alla vecchia fucina. Ricordi di gioventù.
La osservavo con il suo copricapo di seta da 2 lire guardare verso il plumbeo della casa ai margini del bosco, mentre la tristezza l’assaliva.
Io invece curiosavo tra le finestre, spiandolo, anche solo cercando di intuire cosa stesse facendo, ma scorgevo solo uno strano copricapo che camminava da una parte all’altra della casa, come se il suo proprietario stesse meditando o semplicemente riscaldandosi. Nel paese non tutti avevano un camino. Di legna ne avevamo in abbondanza ma spesso mancava il modo di riscaldarsi e ci tappezzavamo vivi con vecchie coperte di lana, mangiando una calda brodaglia e stando vicini.

*
Il maestro Scalpelletti ci lasciò un giorno, uno degli ultimi di aprile, per andarsi a curare in città. Non tornò più dalle nostre parti. C’era chi diceva che si era preso un brutto male e c’aveva rimesso le penne, perché certe malattie sono incurabili, ma le sue cose non furono toccate.
Venne verso metà maggio un sostituto, un giovane di ventotto anni, pontino. Il giovane maestro discorreva amabilmente con noi scolari del più e del meno, e mi trasmise l’amore per la lettura.
Iniziai a scrivere, dapprima tentennando, poi acquistando maggiore fiducia nelle mie capacità. La scrittura non era più qualcosa di marginale. Prioritariamente scrivevo una buona pagina di lettere al giorno, sorprendendomi a levigare bene con l’inchiostro.
Giovanni pure aveva cominciato a vedere qualcosa che non andava in me e mi imbarazzava e mi intimoriva ammetterlo. Temevo sempre che il maestro Bonanni potesse accorgersene e per precauzione distoglievo lo sguardo ogni qual volta me lo ritrovavo davanti, dacché doveva essersi reso conto che forse lo trovavo antipatico o semplicemente si trattava di presunzione.
La mia ribellione, le mie uscite irte di invettive contro la chiesa e la religione non erano più terreno di dialogo per me.
Giacomo finì con l’occupare la vecchia fucina, ma per poco. Organizzavamo le nostre sedute lì, di domenica mattina, e tutti gli altri giorni la sera tardi, dopo il lavoro a cottimo nella fabbrica. Venivano anche gli uomini spesso ad assistere a queste lezioni, uomini che chiaramente ne traevano un qualche giovamento o ipotizzavano che in un futuro prossimo l'alfabetismo avrebbe reso l'uomo operaio il nuovo capitalista c padrone del mondo.
Ne era sicuro anche il padre di Lucio, che sperava per il figlio un avvenire migliore che non tra quelle fabbriche.
Mia madre d'altro canto vedeva nell'istruzione uno strumento in grado di mettermi in comunione con Dio, ma quel Dio, anche se presente, ero sicuro che mi avrebbe rinnegato.
Il maestro Bonanni., a differenza dello Scalpelletti, non parlava mai di religione. Le sue lezioni vertevano su programmi condivisi, affermava. Il credo diveniva un fatto sostanzialmente relativo, individuale. La mia stessa anima veniva soggiogata dal potere e dal fascino delle parole. Dimenticavo per un attimo il duro lavoro che mi impegnava il giorno, e il venire a scuola era per me un momento atteso e felice che sembrava riscattare la vita infernale che mi ritrovavo a vivere.
Imparare a leggere e a scrivere significava giorno dopo giorno imparare ad amare in forma nuova, con modalità differenti. Piombavo prima del solito nella scuola con la vogliosa smania di accaparrarmi il primo banco, chiedere spiegazioni, discorrere. Fu così che il tempo passò inesorabilmente veloce. Presto o tardi non tardarono alcune cattive notizie ad allarmarmi. Il maestro Bonanni non stava bene, eppure nelle ore di discorrimento, a lezione, era forte per noi e di questo gli ero riconoscente, sebbene temessi sempre qualcosa vedendolo portarsi una mano in prossimità del petto, tra il collo e lo sterno. Quando di tanto in tanto sembrava accorgersi delle mie fisse ricambiava un lungo sguardo profondo, forse inconsciamente interrogativo. Poi un bel giorno ci arrivò la cattiva notizia: si trasferiva. Il Bonanni sorrideva sornione a tutti noi, decantando le qualità della maestra che sarebbe venuta a sostituirlo e spingendoci, almeno non davanti a lui, a rimpiangerlo.
Disse rivolto ai suoi studenti:<<Tornerò a trovarvi. >>
E invece non tornò più. Affari ben più importanti, forse, sembravano trattenerlo oltralpe, e presto o tardi ci dimenticò, com'era naturale che fosse, sostituendoci con altri allievi, altri visi, altri caratteri, e forse affezionandosi un poco di più agli altri o invece cercando sempre di non lasciarsi coinvolgere emotivamente. La nuova maestra prese dimora nella vecchia fucina e subito si diede a rimodernarla, avvalendosi del contributo di altre donne del paese. Si chiamava lolanda.
Era una donna sulla quarantina, rimasta anche lei vedova del marito, partito per la guerra. Anche lei masticava veramente poco d'italiano, tant’è che in poco tempo finii con il dimenticare quanto appreso precedentemente e ripresi a parlare in dialetto.
La scuola serale non funzionava più tanto bene. Il picchio preferiva rimanere in collegio e studiava di giorno con le suore. Giovanni s'era messo a studiare da solo da autodidatta il libro del Manzoni, anche se alle volte scongiurava e affermava di non capirlo. Piero preferiva andare a dormire dopo la lunga sgobbata del giorno. Io e Lucio sedevamo in prima fila con gli occhi cerchiati dal sonno e l’odore soporifero sembrava diffondersi per la stanza tra uno sbadiglio e l’altro dei presenti.
La maestra sembrava cantilenare una vecchia litania, di certo non aiutandoci a rimanere svegli. Avevamo ripreso a scrivere qualche carattere ma con una lemma assurda. Verso le undici di sera eravamo tutti piegati in due dal sonno sui banchi. Niente tornò più lo stesso dopo che il Bonanni se ne fu andato.
Le giornate si intristirono, e le lezioni serali divennero noiose. La mia vita divenne così piatta, banale, i miei stessi sogni si sedimentarono, lo studio passò in secondo piano mentre le fabbriche chiamavano a gran voce delle braccia e le mie braccia accorsero ancora una volta in aiuto della fabbrica.

*
Lo ricordo bene come se fosse oggi l’odore di carbone e di polvere che velava i nostri sensi e ci nascondeva agli occhi altrui. Poveri diseredati alle prese con marchingegni neanche troppo complessi, ma pericolosi.
La puzza, il pericolo, non sono cose che non ricordo dell’ambiente chiuso e umido della fabbrica.
Certi copertoni e apparecchiature che a vederle mettevano paura ad un ragazzino cresciuti in mezzo ai campi pieni di ortiche e di vipere come me.
Certi giorni bui pioveva che sembrava il Diluvio Universale e le tane di quei poveri conigli si inondavano d’acqua. C’era chi rimaneva intrappolato vivo lì ed allora bisognava chiamare la gendarmeria, ma i gendarmi non si curavano tanto di tirarli fuori vivi, quanto morti, e in paese era sempre una macabra scoperta.
In fabbrica invece capitava di rimetterci un dito o un piede, ma di rado crollava qualcosa. Un mio amico aveva subito un’amputazione al piede. Un altro si era visto traforare da un chiodo. A me non era mai successo niente del genere, forse per una mia indole particolarmente prudente.
Mia madre non si lagnava mai. Quei pochi soldi che prendevo ci bastavano a malapena per mangiare, eppure, da buona economa domestica, si era data a rappezzare le stoffe e i tessuti dei signori insieme a mia nonna.
Io pure andavo rammendato come nuovo e di tanto in tanto generavo l’invidia di qualche pezzente che se la passava peggio nell’avvitare solo bulloni.
Quegli anni in un modo o nell’altro, pur preferibili a questi, sono sempre incomparabili a quelli della scuola che non ho mai dimenticato.
Quando penso ai mici amici di un tempo mi viene da piangere. Molti i dispersi, compagni di avventura, amici di infanzia, vicini anche nella sventura, poveri poi soldati.
Mi sembra di vederli ancora correre rincorsi dallo Scappelletti. Li sento ridere e vedo i loro occhi negli occhi di coloro che sono morti oggi e che continueranno a morire domani. Così, resto semplicemente della mia posizione, senza un credo.
Il Credo è pur sempre relativo, caro maestro: è un appiglio, una scusa, un modo per mantenere viva la speranza di una possibile vita ultraterrena.
Viviamo costantemente con la paura della morte e ricerchiamo incessantemente uno spiraglio di luce verso cui tendere, anche solo per un istante, come fosse l’unica salvezza che ci è concessa, anelito ideale intriso dalla brama e dalla sete d’immortalità umana.
Strana la vita. Pensi che non seguirai mai le orme di tuo padre e che il tuo destino sia altrove, che lo studio che a te povero da secoli è negato ti riscatterà dal buio e da secoli di ignoranza, ma il destino è come quella macchia di olio di gomiti che ieri avevi sui calzoni e che non va via, ma li segna indelebile.
Questa è la mia storia, caro maestro. La storia che ho promesso a me stesso di scriverle, una volta che avessi imparato a farlo, e dedicarle. La storia di un bambino. Se lo ricorda? Quel bambino al primo banco, timido, introverso, fuori dal mondo?
Quel bambino oggi è un uomo che le sta parlando, anche se solo tra le pagine di un quaderno e tra lettere che forse non le arriveranno mai. Un uomo senza padre, senza Dio. Un uomo che è cresciuto con il suo ricordo e con un rimpianto inconfessabile.
Mi ha sempre detto che il passato è l’anticamera del presente e quest’ultima la porta per il futuro. Se lo ricorda? Io, sì. Come potrei dimenticarlo. Il mio futuro ha preso una piega diversa da quella che io e lei ci saremmo mai immaginati. Mi vedeva poeta e invece eccomi qui, soldato. Quando si è in bilico si riesce a scorgere la poesia che in fondo è la vita e a sublimarla.
Caro maestro gli anni passano e i giovani poi crescono, diventano uomini e da uomini affrontano la guerra.
Comprenda gli sfoghi di un giovane, poi uomo, a lei legato, e lo ricordi.
19 Marzo 1944



NOTE BIOBIBLIOGRAFICHE

Giada Giordano nasce a Roma nel 1989.
A tredici anni vince la Menzione d’Onore al Concorso Nazionale di Poesia “Un fiore per voi” indetto dal Comune di Cervia.
Nel 2014 viene selezionata per il corso di scrittura creativa indetto da Rai Eri.
Nel 2015 vince il Poetry Slam al Roma Fringe Festival.
Suoi testi sono apparsi sulle riviste online e cartacee “Atelier online”, “Voce Romana”, “Euterpe”, “Patria e Letteratura”, “Poetarum Silva”,”Our Poetry Archive”,”Galaktica Poetike Atunis”, su “Arcipelago Itaca blo-mag”, su “L’Astero Rosso, luogo di attenzione e poesia”, su “Fara Poesia”, su “Poetrydream” di Antonio Spagnuolo, sul “Journal of Italian Translation” dell’Università di New York, sul “Periodico de Poesia” dell’Università del Messico, su “ GRADIVA- International Journal of Italian Poetry” con sede a New York e su “La Repubblica” di Bari.
Un ulteriore componimento poetico figura negli Archivi del Centro Nazionale Studi Leopardiani.
Alcune sue poesie sono state tradotte in spagnolo dal Centro Culturale T. Modotti. Un suo testo è apparso in occasione dell’Anniversario di Verso Libero.
Alcuni suoi testi sono stati pubblicati sulla Rivista Internazionale “II Convivio”.
Ulteriori suoi testi sono apparsi su riviste estere: in Germania, Egitto, Bangladesh, Tagikistan, India, America.
“A mio figlio”, una selezione di poesie dedicate al figlio, è apparsa anche su testate giornalistiche online.
È risultata finalista in vari premi di poesia: Tea Poetry 2015, Premio Belli 2016, Premio Mario dell’Arco 2017, Premio Versus Sulmona 2017 e Premio Arcipelago Itaca 2017.
È autrice anche di racconti.
Per la narrativa un suo testo figura sul Periodico di Informazione e di Attualità di Teramo “Navuus”.
Alcuni Estratti di una sua raccolta poetica inedita sono apparsi con nota critica su L’Altrove- appunti di Poesia nel mese di giugno 2025 e su un sito web della SABINA Romana e Reatina e della Campagna Romana il 1 Luglio 2025.Ulteriori testi sono stati tradotti in polacco.
Un suo testo narrativo figura su Morel, voci dall’isola, dal mese di Dicembre 2025.
Ha ricevuto Attestato di Merito in qualità di Professionista Accreditato dalla Fondazione Italia USA per essere tra i migliori Laureati Italiani in Camera dei Deputati.
Le è stato inoltre conferito il “Premio Agape Caffè Letterari d’ltalia e d’Europa 2025”, riconoscimento attribuito a diverse personalità del mondo della cultura e del giornalismo.



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