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Visualizzazione dei post da Maggio, 2021

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L'ascolto del Sacro (Kaddish - קדיש)

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  Tra le pieghe dell'onda vibra una voce, un sussurro che il rombo del ricordo non può coprire, una voce che avanza e ripete, a chi la sa intendere e orecchie bambine, nenie di consolazione. È il canto della qualità, la coperta di neve su tracce di felino. Non chiede attenzione e abbraccia il silenzio. Il Sacro canta, in assenza di pubblico, nelle vene d'un corpo giovane e tra le canizie e i calli del saggio. Cancella ogni memoria, ci congiunge per salto al presente e si pone come specchio davanti ai seicentotredici nomi del nocciolo della pesca. Sacro è il filo d'oro, la cucitura e l'increspo delle labbra quando abbandonano le maschere di Narciso e s'aprono al sorriso. È il tempo d'ogni riconciliazione, nelle mani che accolgono i sudori d'un figlio adolescente. È dove lo si chiama; tra le stasi delle pietre e i respiri del pastore. Nelle pieghe delle onde una voce canta un canto e i piedi del sacerdote si coprono di sabbia e acque e sale. Sacro è l&
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Dialoghi poetici coi Maestri 13. - Mario Benedetti

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Normandia - di Sergio Daniele Donat CHE COS'È LA SOLITUDINE Ho portato con me delle vecchie cose per guardare gli alberi: un inverno, le poche foglie sui rami, una panchina vuota. Ho freddo ma come se non fossi io. Ho portato un libro, mi dico di essermi pensato in un libro come un uomo con un libro, ingenuamente. Pareva un giorno lontano oggi, pensoso. Mi pareva che tutti avessero visto il parco nei quadri, il Natale nei racconti, le stampe su questo parco come un suo spessore. Che cos’è la solitudine. La donna ha disteso la coperta sul pavimento per non sporcare, si è distesa prendendo le forbici per colpirsi nel petto, un martello perché non ne aveva la forza, un’oscenità grande. L’ho letto in un foglio di giornale. Scusatemi tutti. (Mario Benedetti - Da Umana gloria 2004) _________ SUL FOGLIO Ero pronto a discutere con te, Mario, della grande nostra nemica.  Avevo steso sul prato, puliti e in ordine come sempre, arnesi e utensili  per le mie argomentazioni. Volevo che  ancora
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Kof (in tre versi)

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Kof di Sergio Daniele Donati È imitazione del Sacro ogni nostra parola e cammina lento, su teste di simulacri,  il sacerdote del Silenzio.
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Ricorda (sempre Oblivion)

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  scrittura esile/scrittura esule Ricorda, o almeno lascia che io ricordi. C'è stato un tempo in cui i nostri sguardi si incrociavano; e poi fuggivano ritrosi a terra. Ed era la medesima terra ad accogliere le nostre timidezze.  Una terra fertile, allora. Là, a terra, ci scambiavamo un canto e le mani non osavano ancora sfiorarsi. Erano i tempi di noi bambini e timidi (elettivi dicevi), di un noi ancora bambino e timido, ma eravamo ancora aperti a tutte le parole da venire. Ed erano parole che, forse, non abbiamo mai detto, ma per certo entrambi abbiamo immaginato, milioni di volte. Gli occhi chiusi, lo sai, abbiamo pensato miliardi di volte quelle parole compiere voli sulle nostre pelli e tramutare il nostro epitelio in tessitura d'amore. Che al potere della parola, lo sai bene, abbiamo sempre creduto entrambi, con tutte le nostre fibre. Ed è inutile fingere tra noi; ci crediamo ancora. Ricorda, o almeno lasciami ricordare, la dolcezza del primo bacio, la timidezza della tua v
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Gregor non si fa prendere di Viviana Viviani

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Stasera c’è festa nella nostra vecchia casa, invitati stirati di fresco bevono finti alcolici e parlano di fisco e stelle, tutti a misurarsi e fare drammi, in soldi, in anni, in chilogrammi. Io bevo acqua passata e mordo un po’di polvere guardando sul soffitto il ragno cui desti un nome; dicevi: «mai uccidere un ragno» li portavi fuori con delicatezza, ma Gregor non si fa prendere e non so ancora perché chiamavi amore una bugia e davi ai ragni nomi di scarafaggi. Gli invitati se ne vanno uno a uno due a due. Solo Gregor rimane; non lo vedo ma so che lo ritroverò sulla carta igienica o dietro al quadro di tua madre. La casa ora è vuota; esco sul balcone faccio bolle di sapone e una diventa la luna. (Tratta da "Se mi ami sopravvalutami" di Viviana Viviani - Controluna Edizioni)  _____________ Brevi note biografiche:   Viviana Viviani è ingegnere e giornalista pubblicista, collabora con le riviste on line Pangea news e Hic Rhodus e nel 2019 ha pubblicato la silloge poetica Se mi
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Dialoghi Poetici coi Maestri 12. - David Sylvian

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  David Sylvian - immagine di repertorio BRILLIANT TREES When you come to me, I'll question myself again; Is this grip on life still my own? When every step I take Leads me so far away, Every thought should bring me closer home. And there you stand, Making my life possible. Raise my hands up to heaven, But only you could know. My whole world stands in front of me, By the look in your eyes. By the look in your eyes. My whole life stretches in front of me, Reaching up like a flower, Leading my life back to the soil. Every plan I've made is Lost in the scheme of things. Within each lesson lies the price to learn. A reason to believe Divorces itself from me; Every hope I hold lies in my arms. And there you stand, Making my life possible. Raise my hands up to heaven, But only you could know. My whole world stands in front of me, By the look in your eyes. By the look in your eyes. My whole life stretches in front of me, Reaching up like a flower, Leading my life back to the soil. (Da
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Dialoghi poetici coi Maestri 11. - Fernando Pessoa

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  Fernando Pessoa - Immagine di repertorio AMO TUTTO CIO' CHE È STATO Amo tutto ciò che è stato, tutto quello che non è più, il dolore che ormai non mi duole, l'antica e erronea fede, l'ieri che ha lasciato dolore, quello che ha lasciato allegria solo perché è stato, è volato e oggi è già un altro giorno. (Fernando Pessoa - da “Una sola moltitudine” a cura di Antonio Tabucchi traduzione di Maria José de Lancastre ) __________ IL MERLO A volte lo ascolto - il merlo sul tetto - e mi pare che il tempo si fermi; che ogni suo fischio resti eterno tra cavi elettrici e tralicci. L'assenza del tempo è, forse, la burattatura della mia pietra folle. Ne rido mentre l'orecchio si posa sugli intervalli di settima di quell'uccello; ne ride anche lui e canta; sa che di eterno in questo mio scrivere c'è solo la ripetizione della stessa promessa. (Sergio Daniele Donati – 2021 Inedito)
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Milano di notte

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Foto di Sergio Daniele Donati Milano di notte non ha più lucciole ma cicale. E lenta svapora ricordi d'infanzia  in memorie provenzali. Milano, la sobria,  di notte non ha più lucciole  ma cicale e copre immagini corrusche e lascive con mónotoni d'archi. Cammino e ricordo e osservo. Sei cambiata, Milano. Ti ritiri sempre più, senza lasciare traccia, al passo disattento  di chi ti abita. Hai abbandonato  la via fasulla dell'immagine  e ti sei fatta suono, di notte. Lento s'abbandona  il mio sguardo libero al suono dei tuoi insetti; tra i volti tuoi uno solo m'appartiene, quello che canta, coperto di veli sacri, la danza del ritiro. Milano, la notte,  non ha più lucciole  ma cicale che lanciano lontano, oltre le orecchie d'un uomo piccolo, mistici messaggi di risonanza. E non c'è apertura di mari, né sempiterni lumi  in quel canto. Solo la polka,  nemmeno troppo vivace, di chi torna felice alla sua dimora, e copre di maschere un volto senza nome né progetto. M
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Tzade (in tre versi)

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  Tzade di Sergio Daniele Donati Del Giusto commuove sempre il passo ignaro di ritorno verso la sua bottega di calzolaio.
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Che poi (ancora Oblivion)

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  Che poi, se non avesse steso i suoi balsami, - mirti e cedri e oli di palma - sui suoni metallici dell'assenza, se non avesse coperto di veli sacri e lievi la pesantezza d'un corpo che langue sotto il ritmo tribale e barbaro dell'abbandono, se non si fosse coricata al mio fianco e cantato le antiche nenie  del mio popolo, mi si sarebbero spezzate  le ossa, frantumati i midolli, straziata la pelle e il cuore  avrebbe deciso d'entrare sottomesso  nel reame del silenzio. Un lemma antico ha salvato un uomo indegno del suo passo regale, gli ha sollevato lo sguardo e ha trasformato in parole il bollore e le febbri  del suo sangue.  La parola che salva e lenisce, eleva e rende sacro il fango d'ogni esistenza. La parola che canta  inni di speranza nei lobi d'un uomo ignaro del suo nome.
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Alef-Bet e Perdono - Ayin (ע) e Pe (פ)

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  Foto di Sergio Daniele Donati Se rivolgiamo uno sguardo adulto al mondo ( soprattutto delle relazioni ) il primo elemento che risalta, luminoso e terrificante, è la sua imperfezione. Le sue crepe e intoppi e faglie sono così grandi che il solo osservarle rischia di farci cadere in un abisso senza fondo. Ma qualcuno ci ha donato un occhio mobile e un cervello capace di rielaborazione. E allora la seconda cosa che notiamo del mondo (sopratutto delle relazioni) è la sua tenuta. Faglie e crepe e varchi profondi come ferite non impediscono all'uomo di continuare a trasmettere speranza. Perché? Perché l'uomo non cerca solo la verità storica e statica delle cose. Se ci avessero donato occhi e bocca (le Ayin ע e le Pe פ dell'alfabeto ebraico) solo per descrivere il mondo come è, ci sarebbe bastata una vista monoculare, da ciclopi. E la nostra funzione nel mondo sarebbe stata ben triste. Scribacchini, magari eruditi e colti, del limite, nostro e dei nostri simili. Nella
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Cyrano

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  Non tace, né arretra la voce che mi forza lo sguardo verso il basso. Non tace, e urla e poi bisbiglia con toni da cospiratore la mia incapacità di rivolgermi alle stelle. Si stempera, certo, quella voce nelle sere di primavera quando il dono della calma mi permette uscite allo scoperto. Ormai scrivo a me stesso lettere d'amore, scrivo a me stesso l'amore per le lettere. Tu non tornerai mai nel luogo del nostro incontro; e anche se ci passassi mi confonderesti con la cicala sul platano, che io sono l'anice, il Pastis da diluire in acqua nel caldo dell'estate. Una memoria di seduzione da mandare giù veloci prima di correre verso il mare. Le mie parole hanno sempre contenuto troppo poco sale per attaccarsi alla tua pelle. Dicono che so scrivere, ma io parlo una lingua barbara. Certo, conosco regole e lemmi e trucchi da prestigiatore della parola; suoni che impongono a chi scrive la maschera posticcia del poeta. Conosco la parola che scioglie i fianchi delle donne e provo
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Dialoghi poetici coi Maestri 10. - Franco Battiato

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  Franco Battiato -  foto di repertorio OCEANO DI SILENZIO Un oceano di silenzio scorre lento senza centro né principio Cosa avrei visto del mondo senza questa luce che illumina i miei pensieri neri. (Der Schmerz, der Stillstand des Lebens Lassen die Zeit zu lang erscheinen) Quanta pace trova l'anima dentro scorre lento il tempo di altre leggi di un'altra dimensione E scendo dentro un oceano di silenzio sempre in calma. (Und mir scheint fast Dass eine dunkle Erinnerung mir sagt Ich hatte in fernen Zeiten Dort oben oder in Wasser gelebt) (Franco Battiato – da Fisiognomica 1988) _________________ LE DISCESE Mi faccio goccia, sulla pelle di mani amiche. So che culleranno la mia esistenza prima di immergersi - d'immergermi - nelle acque dell'oblio. È di quelle mani di madre il calore che non mi svapora e discende la mia evanescenza in prismi e arcobaleni. Vado, e così fai tu, e sorrido alla fine d'ogni fine, al diluirsi lento del mio nome in una luce calda d'a
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Pe(i) (in tre versi)

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  Foto di Sergio Daniele Donati È dolce la via della parola; nasce da un inciampo e termina in un sorriso.
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Dialoghi poetici coi Maestri 9. - Pablo Neruda

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Pablo Neruda  - Foto di repertorio CHIEDO SILENZIO Ora, lasciatemi tranquillo. Ora, abituatevi senza di me. Io chiuderò gli occhi E voglio solo cinque cose, cinque radici preferite. Una è l’amore senza fine. La seconda è vedere l’autunno. Non posso vivere senza che le foglie volino e tornino alla terra. La terza è il grave inverno, la pioggia che ho amato, la carezza del fuoco nel freddo silvestre. La quarta cosa è l’estate rotonda come un’anguria. La quinta cosa sono i tuoi occhi. Matilde mia, beneamata, non voglio dormire senza i tuoi occhi, non voglio esistere senza che tu mi guardi: io muto la primavera perché tu continui a guardarmi. Amici, questo è ciò che voglio. E’ quasi nulla e quasi tutto. Ora se volete andatevene. Ho vissuto tanto che un giorno dovrete per forza dimenticarmi, cancellandomi dalla lavagna: il mio cuore è stato interminabile. Ma perché chiedo silenzio non crediate che io muoia: mi accade tutto il contrario: accade che sto per vivere. Accade che sono e che conti
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Una meditazione a occhi chiusi

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  Foto di Man Ray scrittura esile/scrittura esule È arrivato l'istante. Inesorabile. Lento. E atteso. E porta con sé bave di lumaca e vischiosi fili di ragno. Atteso, inesorabile e lento.   Non sei pronto, non lo sei mai stato. Nemmeno quando contavi i tuoi respiri, gli occhi chiusi, meditando. Nemmeno quando ti fingevi pronto a essere trafitto dalla freccia. È arrivato, come fa lui; l'istante. Irruente. Atteso, lento e inesorabile. La palpebra vibra e non si alza. Il respiro si fa affannoso e tu osservi. Impreparato a ciò che attendi da tempo. Che il ricordo sarebbe tornato lo sapevi. Che avrebbe portato con sé tinte ocra e pastello a fiumi, lo immaginavi. Il muro crolla e resta una sola rovina. Palpebre abbassate e una mente testarda che conta i respiri. L'aria entra e sono mani, e carezze e profumi. La palpebra vibra e tu non la alzi. E crollano vestigia e mura armate mentre arriva - lento, inesorabile e atteso - l'istante. L'aria esce lenta e sono voci: dolci, a
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Se il libro è casa

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Foto di Sergio Daniele Donati Se il libro è casa, liberi, anche da chiuso, a pagine intonse, la stanza del ritiro dalle scorie del pensiero. E apra le finestre, alle parole non dette perché si affaccino sul mondo, e non planino nel silenzio sulla superficie del sogno. Se la casa è libro, riveli le storie, incagliate tra denti e lingua, e srotoli papiri e pergamene. Perché il racconto abbia inizio, e il Canto canti il canto. Tacciano i sorrisi, si stemperino i ricordi, e inizi la danza della narrazione antica. Dalla macchia bianca, su bianco, la prima lettera osserva, la bacchetta in mano. Sola - ancora per poco - rumina sul foglio il suo progetto di creazione. E borbotta per sé i nomi delle moltitudini, dei figli della mitosi. Ascolta i passi ancora lontani dell'universo della separazione. È l'attimo in cui tutto si ferma, per non morire, prima d'esser nato. Immersi in liquidi confusi ci si nutre del pensiero d'una madre che immagina ogni nostro volto e sceglie ogni n
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Dialoghi poetici coi Maestri 8. - Guido Guinizzelli

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  Foto di Sergio Daniele Donati IO VOGLIO DEL VER LA MIA DONNA LAUDARE Io voglio del ver la mia donna laudare ed asembrarli la rosa e lo giglio: più che stella dïana splende e pare, e ciò ch’è lassù bello a lei somiglio. Verde river’ a lei rasembro e l’âre, tutti color di fior’, giano e vermiglio, oro ed azzurro e ricche gioi per dare: medesmo Amor per lei rafina meglio. Passa per via adorna, e sì gentile ch’abassa orgoglio a cui dona salute, e fa ’l de nostra fé se non la crede; e no lle pò apressare om che sia vile; ancor ve dirò c’ha maggior vertute: null’om pò mal pensar fin che la vede. (Da Sonetti di Guido Guinizzelli) ______________ SORGE SUL PALMO Sorge sul palmo della mano ogni lode, quando s'apre il pugno e s'arrende al bello, come petalo a brina. Sorge sul palmo della mano ogni passo e ricordo e melanconia; svapora verso il cielo ogni canto del Sublime. Resta, sul palmo della mano, un amore senza nome, una casa senza porta ed entrano spifferi di resa lenta, e
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Ayin (in tre versi)

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  Foto di Sergio Daniele Donati Quell'occhio non l'ho più visto. Restano tracce di memoria sotto le unghie; quell'occhio non m'ha più visto. 
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