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Cyrano

 


Non tace, né arretra la voce
che mi forza lo sguardo
verso il basso.
Non tace, e urla e poi
bisbiglia con toni da cospiratore
la mia incapacità
di rivolgermi alle stelle.
Si stempera, certo, quella voce
nelle sere di primavera
quando il dono della calma
mi permette uscite allo scoperto.
Ormai scrivo a me stesso
lettere d'amore,
scrivo a me stesso
l'amore per le lettere.
Tu non tornerai mai
nel luogo del nostro incontro;
e anche se ci passassi
mi confonderesti con la cicala
sul platano,
che io sono l'anice, il Pastis
da diluire in acqua
nel caldo dell'estate.
Una memoria di seduzione
da mandare giù veloci
prima di correre verso il mare.
Le mie parole hanno sempre
contenuto troppo poco sale
per attaccarsi alla tua pelle.
Dicono che so scrivere,
ma io parlo una lingua barbara.
Certo, conosco regole e lemmi
e trucchi da prestigiatore
della parola;
suoni che impongono a chi scrive
la maschera posticcia
del poeta.
Conosco la parola che scioglie
i fianchi delle donne
e provoca rossori
su guance inesperte;
e so legare al mio dire
bestemmie di promesse
e voli di rondine
tra i torrioni delle speranze.
La cicala seduce solo se
ascoltata di lontano
- una voce d'arpa
in un corpo sgraziato -.
Ora posso dirtelo:
non conoscevo
- nè conosco ancora -
la parola di cinque lettere,
nella tua lingua strana,
la parola che batte forte
nel mio gozzo di pellicano: resta.








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Commenti

  1. Ah caro Sergio, fai presto a pubblicare queste perle. Vorrei vederle e ammirarle e sfiorarle su carta stampata, con tutto il profumo e la grana e il colore della carta. E non vedo l'ora di poter dire: questo Sergio qui è un mio amico! Questa di Cyrano è STRA-OR-DI-NA-RIA

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