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Se il libro è casa

Foto di Sergio Daniele Donati



Se il libro è casa,
liberi, anche da chiuso,
a pagine intonse,
la stanza del ritiro
dalle scorie del pensiero.
E apra le finestre,
alle parole non dette
perché si affaccino sul mondo,
e non planino nel silenzio
sulla superficie del sogno.
Se la casa è libro,
riveli le storie,
incagliate tra denti e lingua,
e srotoli papiri e pergamene.
Perché il racconto
abbia inizio,
e il Canto
canti il canto.
Tacciano i sorrisi,
si stemperino i ricordi,
e inizi la danza
della narrazione antica.
Dalla macchia bianca,
su bianco,
la prima lettera osserva,
la bacchetta in mano.
Sola - ancora per poco -
rumina sul foglio
il suo progetto di creazione.
E borbotta per sé
i nomi delle moltitudini,
dei figli della mitosi.
Ascolta i passi ancora lontani
dell'universo della separazione.
È l'attimo in cui
tutto si ferma, per non morire,
prima d'esser nato.
Immersi in liquidi confusi
ci si nutre del pensiero d'una madre
che immagina ogni nostro volto
e sceglie ogni nome
con cura maniacale.
Dal grande al piccolo,
un progetto di distillazione cala
sulle parole umane.
Evaporano fumi e veleni
e restano gocce e resine nell'astuccio
e sul pennino di rame brunito,
Prima d'ogni esistenza
la penna descrive per sé i nostri occhi.
Siamo cercati
e descritti e accolti
da penne divine
prima di conoscere il canto
del merlo all'alba,
prima che ci solletichi frenetico
il brusio delle piante a primavera.
Eppure la fiamma si spegne e,
immemori dell'oro che le ricopre,
tastiamo i muri della stanza del ritiro
come fossero pareti
di carceri umidi,
nidi di prigionie autoimposte.
La prima lettera tace e osserva
il nostro cammino brancolante
in una cecità sorda.
Che le palpebre si alzino
per incontrare la luce
è miracolo raro,
da chiamare nelle notti senza stelle.
Là nella cella cieca
non esiste memoria, né ricordo.
Solo il brusio indistinto
dei nostri desideri di evanescenza.
Ci rivolgiamo alla prima lettera,
di cui distinguiamo i contorni regali,
con una preghiera rabbiosa,
perché ci liberi le palpebre
e ci doni di nuovo
accesso alle luci tenui
della rinascita.
E ci aspettiamo che la scrittura elevi
il nostro stato animale
a rango angelico.
È là, in quello spazio stretto,
in quell'eterno istante di sospensione,
che la prima lettera emette per noi
il suo vagito,
ci libera gli sterni,
scoperchia il secchio dei nostri abissi,
alza le nostre palpebre serrate e
- salda la sua mano sulla nostra nuca -
ci volge lo sguardo verso il basso.
La penombra guida e la luce acceca
se entra a contatto
con una mente ancora povera.
Inizia allora, da uno sguardo
fisso su un abisso senza termine
il passo lento della scrittura
che percorre le nostre vertebre
con vibrazioni e pizzicati d'arco.
Inizia là, da uno sguardo coraggioso
sulle nostre balbuzie
il lento cammino che ci porta
eretti e libera spazi nei nostri stomaci
perché sia scritta nella pelle
la coreografia antica
di ventidue danzatrici dell'onirico.
Fuori da ogni seduzione,
inizia là ogni liberazione.
Niente si scrive se le vene
non donano rossi inchiostri
e niente è la parola
che non incontra
il frutteto fatato del limite.

 



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Commenti

  1. Questa è veramente superba. Ha un ritmo e una forza ieratica davvero notevoli. Complimenti!

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