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Che poi (ancora Oblivion)

 


Che poi, se non avesse
steso i suoi balsami,
- mirti e cedri e oli di palma -
sui suoni metallici dell'assenza,
se non avesse coperto
di veli sacri e lievi
la pesantezza d'un corpo
che langue sotto il ritmo tribale
e barbaro dell'abbandono,
se non si fosse coricata
al mio fianco e cantato
le antiche nenie 
del mio popolo,
mi si sarebbero spezzate 
le ossa, frantumati i midolli,
straziata la pelle e il cuore 
avrebbe deciso
d'entrare sottomesso 
nel reame del silenzio.
Un lemma antico ha salvato
un uomo indegno
del suo passo regale,
gli ha sollevato lo sguardo
e ha trasformato in parole
il bollore e le febbri 
del suo sangue. 

La parola che salva e lenisce,
eleva e rende sacro
il fango d'ogni esistenza.
La parola che canta 
inni di speranza
nei lobi d'un uomo
ignaro del suo nome.





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Commenti

  1. E questo, letto ascoltando il bandoneón di Astor Piazzolla, è assolutamente sublime. Ma dimmi una cosa Sergio, stai sistemando questi testi in maniera organica? Stai progettando la cornice che possa tenerli insieme in modo coerente e coeso? Perché una cosa è certa: i testi meritano la pubblicazione e io ti consiglierei una buona agenzia letteraria (ma di quelle vere, non gli improvvisati) che ti sappia consigliare e indirizzare verso l'editore giusto. Sono lavori straordinari che non devono star chiusi nel cassetto.

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