(Redazione) - Paul Celan e Jacques Lacan: il soggetto, il significante e il Reale tra lingua e catastrofe - nota critica di Sergio Daniele Donati
«Je ne suis pas un poète, mais un poème. Et qui s'écrit, malgré qu'il ait l'air d'être sujet.»[1]
Premessa: oggetto, tesi e metodo
Questo saggio propone un confronto fra la teoria lacaniana del
significante e la poesia di Paul Celan, assumendo come testo-cardine Todesfuge,
integrato dal discorso di Brema (1958) e dal Meridian (1960).
L'obiettivo non è dimostrare una dipendenza di Celan da Lacan, né viceversa, ma
verificare che cosa accade alla formalizzazione lacaniana del soggetto quando
viene posta di fronte a una scrittura poetica nella quale il significante porta
con sé una memoria storica irriducibile a una struttura astratta. Il metodo
adottato combina l'analisi ravvicinata del testo poetico — lessico, sintassi,
struttura ritmica e figurale — con la ricostruzione dei concetti lacaniani
pertinenti (significante, soggetto barrato, ripetizione, tuché, Reale), nella
convinzione che una lettura psicoanalitica della poesia debba procedere per
attrito e non per applicazione diretta della teoria al testo. La tesi sostenuta
è che il confronto sia produttivo precisamente nel punto in cui entra in crisi:
Lacan permette di comprendere perché il soggetto non sia padrone della propria
parola, ma Celan mostra che questa non-padronanza è sempre anche storicamente
determinata.
1. Il significante in Lacan: definizione e implicazioni
Il punto di partenza è la concezione lacaniana del significante. In Subversion
du sujet et dialectique du désir dans l'inconscient freudien, Lacan formula
la definizione divenuta canonica: «un signifiant est ce qui représente un sujet
pour un autre signifiant»[2]. Il
soggetto non è quindi un'entità originaria che utilizza il significante per
manifestarsi; al contrario, viene rappresentato e costituito nella relazione
differenziale fra significanti. L'io che parla non coincide con la totalità del
soggetto dell'inconscio: fra colui che enuncia e ciò che viene enunciato rimane
uno scarto strutturale. La parola non restituisce semplicemente un'identità già
costituita, ma produce una posizione soggettiva all'interno della catena
simbolica.
2. Todesfuge: ripetizione e costituzione del soggetto
È precisamente questo scarto che la poesia di Celan rende particolarmente
visibile. In Todesfuge, composta probabilmente nel 1944-1945 e
pubblicata per la prima volta nel 1948, la ripetizione non ha la funzione di
ribadire un significato già acquisito. Al contrario, il ritorno delle formule
fondamentali sottopone il linguaggio a un processo di variazione, accumulazione
e straniamento. L'incipit — «Schwarze Milch der Frühe wir trinken sie abends»[3] —
instaura immediatamente una contraddizione semantica: la "latte nera"
è al tempo stesso nutrimento e veleno, origine e morte, materia corporea e
immagine impossibile. La formula viene poi ripresa attraverso una sequenza
temporale che dissolve la distinzione fra giorno e notte: «wir trinken sie
mittags und morgens wir trinken sie nachts»[4]. La
temporalità ordinaria viene così sostituita da un tempo circolare, nel quale il
gesto del bere non conduce a una conclusione ma ritorna incessantemente.
La ripetizione è dunque uno dei dispositivi attraverso i quali il poema
costruisce il proprio soggetto. Il «wir» non deve essere inteso come una
semplice designazione referenziale di un gruppo già costituito. È una voce
collettiva, ma la sua collettività rimane internamente problematica. Il pronome
non permette di identificare un soggetto unitario e stabile: parla una
pluralità di prigionieri, ma parla anche il poema attraverso di loro. Il
soggetto dell'enunciato e il soggetto dell'enunciazione non coincidono. Il
«wir» viene continuamente riposizionato dalla catena verbale: «wir trinken»,
«wir schaufeln», «wir trinken und trinken»[5].
La
ripetizione del pronome e dei verbi produce una soggettività che non possiede
il proprio dire, ma appare come effetto di una parola già presa in una
struttura di comando, coercizione e ripetizione.
La forma stessa di Todesfuge rende inseparabile questa
costituzione del soggetto dalla dimensione della ripetizione. Il titolo rinvia
alla fuga musicale, ma il poema non riproduce meccanicamente una forma
musicale. La logica della fuga diviene piuttosto principio di organizzazione della
voce: motivi che ritornano, variazioni, sovrapposizioni, alternanze e riprese
costruiscono una temporalità nella quale l'evento non viene semplicemente
raccontato dopo essere accaduto, ma viene nuovamente attraversato attraverso il
linguaggio. La ripetizione non coincide pertanto con l'identico. Ogni ritorno
modifica la posizione di ciò che ritorna. La «schwarze Milch» non significa
esattamente la stessa cosa quando è introdotta per la prima volta, quando passa
dalla terza alla seconda persona — «wir trinken dich»[6] — o
quando ricompare accanto alla formula «der Tod ist ein Meister aus Deutschland»[7]. Il
significante ritorna e, proprio ritornando, mostra la propria differenza.
3. Il Reale lacaniano e il limite della storia
Qui il confronto con Lacan diviene particolarmente significativo. La
ripetizione non rappresenta semplicemente un ricordo che il soggetto possiede e
decide di comunicare. Essa è il modo in cui ciò che non è stato pienamente
integrato nel discorso ritorna nella catena. Nel Séminaire XI, Lacan
collega la ripetizione alla tuché, cioè all'incontro con il Reale nella
sua dimensione di incontro mancato[8]. Il
Reale non deve però essere identificato con la "realtà" storica né,
tanto meno, con la Shoah considerata come oggetto direttamente equivalente al
concetto lacaniano. Il Reale è ciò che resiste alla completa simbolizzazione,
ciò che non può essere semplicemente ricondotto alla continuità del senso. È
precisamente per questo che una lettura lacaniana di Celan deve procedere con
cautela: il Reale lacaniano può illuminare la forma dell'irriducibile, ma non
può essere trasformato senza residui in una categoria storiografica della
catastrofe.
La differenza è essenziale. La Shoah non è "il Reale" in senso
lacaniano. È un evento storico singolare, documentabile, irriducibile a una
costruzione teorica che lo assorba interamente. Tuttavia, la poesia di Celan
mostra come un evento storico possa lasciare nella lingua una traccia che
impedisce alla lingua stessa di ritornare alla propria innocenza precedente. Il
Reale, in questa prospettiva, non coincide con l'evento: designa piuttosto il
punto nel quale la rappresentazione dell'evento incontra il proprio limite. È
questo limite che Celan rende sensibile attraverso la forma.
Il discorso pronunciato a Brema nel 1958 costituisce, a questo proposito,
una testimonianza fondamentale. Celan afferma che, «inmitten der Verluste», era
rimasta raggiungibile e non perduta la lingua, ma precisa immediatamente che
essa aveva dovuto attraversare «die tausend Finsternisse todbringender Rede»[9]. La
lingua non è rimasta intatta; è passata attraverso qualcosa. Celan aggiunge che
la lingua «gab keine Worte her für das, was geschah; aber sie ging durch dieses
Geschehen»[10]. Non si tratta dunque
semplicemente dell'impossibilità di parlare dell'evento. La lingua stessa è
passata attraverso l'evento e ne è uscita modificata.
Questa formulazione è decisiva anche per distinguere Celan da una
concezione puramente negativa del linguaggio. Celan non sostiene che, dopo la
catastrofe, non sia più possibile parlare. Se così fosse, il suo stesso lavoro
poetico sarebbe impossibile. Il problema è invece che parlare significa ormai
parlare in una lingua che ha attraversato la propria compromissione storica. La
lingua sopravvive, ma non è innocente. Il poeta non recupera una lingua
originaria: lavora nella lingua che è passata attraverso il disastro.
È qui che la prospettiva lacaniana deve essere contemporaneamente
utilizzata e messa alla prova. La teoria del significante consente di
comprendere perché il soggetto non possa semplicemente dominare la lingua nella
quale parla. Ma Celan aggiunge una dimensione storica che non può essere
dedotta dalla sola struttura significante. Il significante non è soltanto
differenza formale: porta con sé usi, memorie, istituzioni, ideologie,
violenze. Il tedesco di Celan è la lingua materna e, simultaneamente, la lingua
nella quale furono pronunciate le parole dei persecutori. La sua poesia nasce
da questa contraddizione, non dalla sua soluzione.
4. La macchina poetica: il persecutore, Margarete e Sulamith
Todesfuge rende tale contraddizione visibile attraverso una struttura
nella quale la lingua dei prigionieri e quella del persecutore vengono
articolate nella medesima macchina poetica. La figura del «Ein Mann» — "un
uomo" — è introdotta attraverso un presente iterativo: egli vive nella
casa, gioca con i serpenti, scrive, esce, fischia, ordina[11].
L'anonimato della designazione è importante: il persecutore non viene
trasformato in un personaggio psicologicamente definito. È invece costruito
come funzione all'interno della catena di azioni e comandi. Il suo potere passa
attraverso il linguaggio: «er befiehlt uns spielt auf nun zum Tanz»[12].
L'imperativo organizza il corpo altrui, trasformando la parola in comando.
Il rapporto fra scrittura e comando è ulteriormente complicato dal
riferimento a Margarete e Sulamith. Il persecutore scrive «nach Deutschland
dein goldenes Haar Margarete»[13],
mentre il poema introduce poco dopo «dein aschenes Haar Sulamith»[14]. Le
due figure non sono semplicemente personaggi contrapposti. Margarete richiama
la tradizione letteraria tedesca, mentre Sulamith rinvia alla tradizione
biblica del Cantico dei Cantici e alla memoria ebraica. Celan non presenta
tuttavia questa opposizione come una semplice allegoria fra
"Germania" ed "ebraicità". La inscrive nella struttura
stessa del poema: due nomi, due memorie, due tradizioni, ma una sola catena di
parole nella quale il loro rapporto è ormai attraversato dalla distruzione.
La forza della poesia sta anche nel fatto che il poema non esplica
narrativamente ciò che è accaduto. Il lettore non riceve una ricostruzione
storica lineare. Riceve invece una successione di significanti, verbi,
imperativi, immagini e ripetizioni che costruiscono una forma di esperienza. Il
verso «wir schaufeln ein Grab in den Lüften»[15]
rovescia la materialità della sepoltura: il luogo del cadavere diviene il
cielo, lo spazio apparentemente aperto si trasforma in un luogo di morte.
L'espressione non "spiega" la distruzione; produce una figura nella
quale la contraddizione fra morte e spazio, sepoltura e aria, corpo e assenza
diventa formalmente percepibile.
La stessa dinamica appare nella formula «der Tod ist ein Meister aus
Deutschland»[16]. Il significante
«Meister» non può essere ridotto a una metafora ornamentale. Il termine
"maestro" appartiene contemporaneamente al campo dell'autorità,
dell'abilità tecnica e dell'organizzazione musicale implicata dal titolo Todesfuge.
La morte viene così inserita nella figura del "maestro" che dirige la
fuga, mentre il persecutore ordina il canto, la musica e il movimento dei
prigionieri. Il poema costruisce pertanto una perturbante sovrapposizione fra
arte e dominio: la musica non redime la violenza, ma viene inglobata nella sua
organizzazione.
Anche «sein Auge ist blau»[17] non
deve essere isolato come un simbolo autonomo. Il blu dell'occhio acquista il
proprio peso all'interno della rete di immagini costruita dal poema: lo sguardo
del persecutore, la precisione del colpo, l'ordine impartito, la distanza fra
colui che vede e coloro che sono visti. L'occhio non costituisce semplicemente
un tratto realistico del personaggio; diventa parte della macchina percettiva
attraverso la quale il potere viene esercitato. La successiva formula «er
trifft dich mit bleierner Kugel er trifft dich genau»[18]
porta questa dimensione al limite: la parola «genau», "con
precisione", salda la precisione dell'azione alla precisione del
linguaggio.
È proprio in questo punto che il concetto lacaniano di Reale può essere
utilizzato senza essere banalizzato. Il Reale non è il contenuto storico del
poema, ma ciò che nella costruzione simbolica continua a eccedere la sua
capacità di chiusura. La poesia costruisce una forma e, nello stesso momento,
mostra che la forma non basta. La ripetizione non produce una riconciliazione;
la musicalità non trasforma la morte in armonia; la parola non restituisce ciò
che è stato distrutto. La struttura poetica organizza l'irrappresentabile senza
convertirlo integralmente in rappresentazione.
5. Il soggetto barrato: dal «wir» alla non-padronanza
Il rapporto fra Celan e Lacan diviene ancora più complesso quando si
considera la nozione di soggetto. In Lacan il soggetto è barrato, diviso, non
coincidente con l'io cosciente. La formula secondo cui il significante
rappresenta il soggetto per un altro significante implica che il soggetto non
possieda una presenza piena al di fuori della catena che lo rappresenta[19].
Celan porta questa divisione nella materialità grammaticale del poema. Il «wir»
di Todesfuge sembra parlare come un soggetto collettivo, ma la sua voce
è continuamente attraversata da un discorso che non gli appartiene: quello del
comando, dell'ordine, della musica imposta, della lingua dell'altro.
Il punto non è quindi affermare che Celan "rappresenti" il
soggetto lacaniano. Piuttosto, la poesia permette di osservare concretamente
ciò che significa che il soggetto sia preso nel linguaggio. Il «wir» parla, ma
ciò che dice è inseparabile dalle parole che gli vengono imposte. Il soggetto è
contemporaneamente colui che enuncia e colui che viene enunciato, colui che
parla e colui che è parlato dalla struttura linguistica e storica nella quale
si trova.
6. Der Meridian: l'Altro e l'indirizzo del poema
Questa condizione assume un significato ancora più radicale nel Meridian,
il discorso pronunciato da Celan in occasione del conferimento del Premio Georg
Büchner nel 1960. Il poema, afferma Celan, è «einsam und unterwegs»: solitario
e in cammino[20]. Ma la solitudine non
coincide con la chiusura. Al contrario, «das Gedicht geht auf einen Anderen zu»[21]. Il
poema si dirige verso un Altro. Il movimento del poema è quindi inseparabile
dalla possibilità dell'incontro.
La convergenza con Lacan è evidente, ma non deve essere trasformata in
identità. L'Altro di Celan non è semplicemente l'Altro lacaniano. In Lacan,
l'Altro designa il luogo del linguaggio e della legge simbolica, il luogo dal
quale il soggetto riceve la propria possibilità di significazione. Nel Meridian,
invece, l'Altro conserva anche una dimensione di indirizzo, di apertura verso
qualcuno che può essere raggiunto oppure non raggiunto. Il poema non garantisce
la risposta dell'Altro; ne assume il rischio.
Per questo la celebre immagine del poema come messaggio affidato al mare
non deve essere interpretata in senso semplicemente comunicativo. Il poema è
rivolto a qualcuno, ma non sa anticipatamente chi sarà il suo destinatario. Il
suo senso non consiste nella trasmissione integra di un contenuto già posseduto
dal poeta. Esso consiste nell'atto di mettersi in cammino verso un possibile
incontro. Il poema è dunque indirizzo prima ancora di essere comunicazione.
Questa dimensione permette di leggere la frase di Lacan — «je ne suis pas
un poète, mais un poème» — in una prospettiva nuova. Il soggetto non è il
proprietario del poema: è piuttosto qualcosa che si produce nel poema. Lacan
stesso, nel contesto della Préface, collega questa formula alla
questione dell'analista e all'impossibilità di ricevere dall'esterno una
certificazione definitiva della propria posizione[22]. Il
"poème" non è dunque semplicemente una metafora estetica. È una
figura della non-padronanza del soggetto rispetto alla propria parola.
Celan radicalizza questa non-padronanza in una direzione storica. Il
poeta non può scegliere una lingua completamente estranea alla propria storia.
Può però lavorarla, deformarla, interromperla, ricomporla. È precisamente ciò
che accade nel tedesco celaniano: la lingua viene sottoposta a una pressione
che ne mette in questione le forme convenzionali di continuità. Neologismi,
fratture sintattiche, condensazioni, enjambement, silenzi e cesure non sono
semplici ornamenti stilistici. Sono modi attraverso i quali il poema rende
percepibile la difficoltà stessa del dire.
7. Testimonianza, silenzio e struttura di finzione
La poesia, in questo senso, non è semplicemente una testimonianza sulla
Shoah. La testimonianza è una delle sue dimensioni, ma non esaurisce la sua
forma. La poesia non sostituisce il documento storico e non può essere trattata
come un resoconto fattuale dell'evento. La sua specificità consiste nel rendere
sensibile ciò che accade alla lingua quando essa viene posta davanti a un
evento che la eccede. La poesia testimonia anche attraverso la propria forma,
attraverso ciò che non riesce a chiudere in un significato definitivo.
Qui emerge una differenza fondamentale rispetto a una lettura
esclusivamente ermeneutica. Non è necessario attribuire a ogni immagine un
significato simbolico stabile. La poesia di Celan resiste proprio a questo tipo
di appropriazione. Il suo significato non risiede in un codice nascosto che il
critico dovrebbe semplicemente decifrare. Il significato emerge dal movimento
della catena, dalle relazioni fra le parole, dalle ripetizioni e dalle
trasformazioni. In questo senso una lettura lacaniana può essere particolarmente
produttiva: sposta l'attenzione dal "che cosa significa definitivamente
questa immagine?" alla domanda "che cosa produce questa parola nella
catena che la circonda?".
È tuttavia necessario evitare un secondo rischio: ridurre la poesia a una
macchina significante priva di storia. Il significante celaniano non è mai un
puro elemento differenziale. «Deutschland», «Juden», «Margarete», «Sulamith»,
«Tod» sono parole che hanno una densità storica specifica. La loro posizione
nella catena è inseparabile dalle memorie culturali e politiche che le
attraversano. Proprio qui Celan mette alla prova la formalizzazione lacaniana:
il significante produce il soggetto, ma la storia determina anche le condizioni
concrete nelle quali un soggetto può essere parlato, perseguitato, cancellato o
ricordato.
La lingua di Celan è quindi una lingua dell'eredità e della frattura.
Egli non abbandona il tedesco, ma neppure lo restituisce alla sua forma
precedente. Il suo rapporto con la lingua non è né riconciliazione né rifiuto.
È attraversamento. La formula del discorso di Brema — la lingua che «ging durch
dieses Geschehen» — costituisce in questo senso uno dei nuclei teorici
fondamentali della sua poetica[23]. La
lingua è sopravvissuta, ma sopravvivere significa aver attraversato ciò che non
può essere cancellato.
Da questo punto di vista, il silenzio che attraversa la poesia celaniana
non coincide con l'assenza di parola. È piuttosto una modalità della parola
stessa. Il silenzio può essere prodotto da una cesura, da una sospensione, da
un vuoto sintattico, da una parola che rimane senza sviluppo. La poesia non si
limita a dire che qualcosa non può essere detto: costruisce forme nelle quali
il limite del dire diventa parte del dire. È precisamente questa dimensione che
permette di accostare Celan al Reale lacaniano, purché si mantenga ferma la
differenza fra il concetto psicoanalitico e la realtà storica della catastrofe.
Anche la formula lacaniana secondo cui «la vérité a structure de fiction»[24] può
essere ripensata alla luce di Celan. Essa non significa che la verità sia falsa
o inventata arbitrariamente. Significa che la verità del soggetto non coincide
con una semplice corrispondenza fra parola e fatto, ma si articola attraverso
una struttura significante. La poesia celaniana mostra tuttavia quanto questa
struttura possa essere eticamente esigente. La verità poetica non consiste nel
sostituire il fatto con la finzione, bensì nel costruire una forma capace di
non neutralizzare ciò che il fatto storico ha di irriducibile.
In questo senso, Todesfuge non "racconta" la Shoah nel
senso di una narrazione storica lineare. La sua forza consiste nella
costruzione di una forma nella quale la ripetizione, il comando, il canto, il
lavoro, la sepoltura, i nomi di Margarete e Sulamith e la figura del «Meister
aus Deutschland» si organizzano in una struttura che impedisce al lettore di
collocarsi comodamente al di fuori dell'evento. Il poema non trasforma la
catastrofe in un oggetto distante. La ripetizione la rende nuovamente operante
sul piano formale.
8. Il dialogo con la critica: Derrida, Blanchot, Lacoue-Labarthe
Questa dimensione è stata messa in evidenza, da prospettive diverse, da
alcuni dei principali interpreti di Celan. Jacques Derrida, in Schibboleth.
Pour Paul Celan, ha mostrato la centralità della data, del segno e della
singolarità nel rapporto fra poesia, memoria e appartenenza[25].
Maurice Blanchot, in L'écriture du désastre, ha interrogato la scrittura
nel rapporto con un'esperienza che non può essere semplicemente ricondotta alla
rappresentazione di un evento passato[26].
Philippe Lacoue-Labarthe ha invece posto al centro della propria riflessione il
rapporto fra poesia, esperienza e testimonianza[27].
Queste prospettive non devono essere sostituite da una lettura lacaniana. Al
contrario, il loro accostamento permette di precisare ciò che una prospettiva
lacaniana può aggiungere.
Il contributo specifico del confronto con Lacan consiste infatti nel
trasferire l'attenzione dalla sola domanda "che cosa testimonia il
poema?" alla domanda "quale soggetto viene prodotto dalla forma della
testimonianza?". La questione non riguarda soltanto il contenuto
memoriale, ma il modo in cui il soggetto della memoria viene costituito dalla
lingua. In Celan il soggetto non è semplicemente colui che ricorda: è colui che
viene continuamente riposizionato da una lingua nella quale memoria, perdita e
indirizzo verso l'Altro si intrecciano.
È però proprio questo punto che impedisce di assimilare Celan a Lacan. La
teoria lacaniana permette di pensare il soggetto come effetto della catena
significante; Celan mostra che quella catena è anche storicamente ferita. Il
soggetto non entra in una lingua neutra. Entra in una lingua già attraversata
da altri discorsi, altri corpi, altre morti. Nel caso di Celan, il tedesco
costituisce contemporaneamente una lingua dell'origine e una lingua della
persecuzione. Questa ambivalenza non è un accidente biografico esterno alla
poesia: è una delle condizioni della sua possibilità.
9. Struttura e storia
La poesia celaniana si colloca dunque in una zona di tensione fra
struttura e storia, fra significante e memoria, fra parola e impossibilità.
Lacan permette di comprendere perché il soggetto non sia padrone della propria
parola; Celan permette di comprendere che questa non-padronanza è sempre anche
storicamente determinata. Il soggetto è parlato dal linguaggio, ma il
linguaggio è a sua volta attraversato dalla storia.
È in questo punto che la formula della Préface — «je ne suis pas
un poète, mais un poème» — acquista la sua maggiore forza. Il poeta non
coincide con un soggetto sovrano che produce il poema dall'esterno. Il poema è
il luogo nel quale il soggetto si scrive e viene scritto. Ma nel caso di Celan
ciò significa anche che il soggetto si scrive in una lingua che ha attraversato
il disastro. Il poema non è quindi soltanto ciò che si scrive
"malgrado" il soggetto; è ciò attraverso cui il soggetto può ancora
esporsi dopo che la lingua è passata attraverso le proprie «tausend
Finsternisse».
Il confronto fra Celan e Lacan conduce così a una conclusione che non è
né identificazione né opposizione. Celan non è un poeta "lacaniano",
e Lacan non fornisce una teoria sufficiente a spiegare la poesia celaniana. Il
valore del confronto sta precisamente nella loro reciproca resistenza. Lacan
consente di comprendere la costituzione significante del soggetto, la funzione
della ripetizione, la divisione dell'io e il limite della simbolizzazione.
Celan costringe però queste categorie a confrontarsi con una lingua
storicamente compromessa, con la memoria della catastrofe e con una poesia
nella quale l'Altro non è soltanto una funzione strutturale, ma anche il
destinatario incerto verso cui il poema si mette in cammino.
Il poema è dunque un luogo di esposizione. Esso non restituisce al
soggetto una piena presenza a sé stesso; al contrario, lo espone alla propria
divisione, alla lingua e all'Altro. In Celan questa esposizione assume una
forma radicalmente storica: il soggetto parla in una lingua che ha attraversato
la morte e che, proprio per questo, non può più essere considerata innocente.
La poesia non cancella questa ferita e non la risolve in una sintesi estetica.
La mantiene aperta nella forma.
È qui che il Reale, inteso con la necessaria prudenza teorica, può
diventare una categoria utile. Non come nome della Shoah, non come sostituto
concettuale dell'evento storico, ma come indicazione di quel punto nel quale la
simbolizzazione incontra il proprio limite e tuttavia continua a produrre
forme. Celan non porta il Reale fuori dal linguaggio: mostra, piuttosto, come
qualcosa del linguaggio possa rimanere irriducibile alla sua stessa capacità di
significare.
La poesia di Celan non illustra quindi Lacan. Lo interroga. E, nel farlo,
rende visibile un limite decisivo di ogni formalizzazione: il soggetto è
effetto della struttura, ma la struttura è sempre anche abitata dalla storia.
Il poema si scrive, ma ciò che si scrive porta con sé la memoria di ciò che non
può essere pienamente scritto. Fra queste due dimensioni — il significante e
ciò che gli resiste, la struttura e la storia, la parola e il silenzio — si
apre lo spazio propriamente celaniano della poesia.
In sintesi, il contributo di questo confronto non è la costruzione di
un'equivalenza fra due autori eterogenei, ma la messa a fuoco di un limite
comune a ogni teoria del soggetto: nessuna formalizzazione, per quanto
rigorosa, esaurisce il punto in cui il linguaggio incontra ciò che lo eccede.
Studi futuri potrebbero estendere questa lettura ad altri testi celaniani del
periodo successivo (in particolare Sprachgitter e Die Niemandsrose),
verificando se e come la tensione fra struttura e storia qui descritta si
modifichi nella scrittura più tarda, sempre più ellittica, del poeta.
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Note
[1]Jacques Lacan, «Préface à l'édition anglaise du Séminaire XI», in Autres écrits, Paris, Seuil, 2001, p. 572.[2]Jacques Lacan, «Subversion du sujet et dialectique du désir dans l'inconscient freudien», in Écrits, Paris, Seuil, 1966, p. 819
[3]Paul Celan, «Todesfuge», in Gesammelte Werke in fünf Bänden, a cura di Beda Allemann e Stefan Reichert con la collaborazione di Rolf Bücher, vol. I, Gedichte I, Frankfurt am Main, Suhrkamp, 1983.
[4]Ivi.
[5]Ivi.
[6]Ivi.
[7]Ivi.
[8]Jacques Lacan, Le Séminaire, Livre XI. Les quatre concepts fondamentaux de la psychanalyse, texte établi par Jacques-Alain Miller, Paris, Seuil, 1973, in particolare le lezioni dedicate alla ripetizione, alla tuché e all'automaton.
[9]Paul Celan, «Ansprache anlässlich der Entgegennahme des Literaturpreises der Freien Hansestadt Bremen», in Gesammelte Werke in fünf Bänden, vol. III, Gedichte III. Prosa. Reden, Frankfurt am Main, Suhrkamp, 1983, p. 185.
[10]Ivi.
[11]Paul Celan, «Todesfuge», cit.
[12]Ivi.
[13]Ivi.
[14]Ivi.
[15]Ivi.
[16]Ivi.
[17]Ivi.
[18]Ivi.
[19]Jacques Lacan, «Subversion du sujet et dialectique du désir dans l'inconscient freudien», cit., p. 819
[20]Paul Celan, «Der Meridian», in Gesammelte Werke in fünf Bänden, vol. III, cit.
[21]Ivi.
[22]Jacques Lacan, «Préface à l'édition anglaise du Séminaire XI», cit., pp. 571-572.
[23]Paul Celan, «Ansprache anlässlich der Entgegennahme des Literaturpreises der Freien Hansestadt Bremen», cit., p. 185.
[24]Jacques Lacan, «Subversion du sujet et dialectique du désir dans l'inconscient freudien», cit., p. 808.
[25]Jacques Derrida, Schibboleth. Pour Paul Celan, Paris, Galilée, 1986
[26]Maurice Blanchot, L'écriture du désastre, Paris, Gallimard, 1980.
[27]Philippe Lacoue-Labarthe, La poésie comme expérience, Paris, Christian Bourgois, 1986.

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