(Redazione) - Amerinda - 10 - La Cuba di Davide Barilli tra letterario e letterale
| di Antonio Nazzaro |
Ho
conosciuto lo scrittore parmigiano Davide Barilli durante una lunga
passeggiata per le strade de La Havana. Entrambi sotto il peso del
sole caraibico e degli anni, a passo lento siamo arrivati al Malecón,
scambiandoci idee e pensieri su quest’isola che a entrambi ha
rubato un amore altro. Davide, con il suo corpo gigantesco, i baffi e
il sigaro stretto tra le labbra, aveva appena finito di presentare un
suo libro dedicato all’Avana e, tra un sospiro e una nuvola di
fumo, siamo arrivati a casa sua.
Dopo
una pasta con la bottarga in compagnia degli scrittori cubani Nelson
Pérez e Alberto Guerra, ci siamo lasciati avvolgere dagli effluvi
dell’alcol, senza smettere di parlare di libri e della città che
apriva le sue gambe alla finestra.
Dopo
un pomeriggio così, era un dovere dire a Davide che lo avrei
intervistato sul suo progetto di pubblicare autori contemporanei
cubani. Ed eccoci qui!
Perché
pubblicare gli scrittori cubani?
Perché
sono bravi ma hanno difficoltà a farsi conoscere. Ovviamente non mi
riferisco solo agli autori della collana Azúcar, la risposta
potrebbe valere anche per tanti altri narratori che vivono oggi
nell’Isla. A Cuba si possono ancora scovare scrittori in carne ed
ossa del tutto o quasi ignoti in Italia. Scrittori veri, di talento,
che continuano a restare nella loro isola pur consci delle
contraddizioni e delle difficoltà quotidiane odierne. Da queste
considerazioni ho ideato Azúcar, un progetto che ha convinto Giulio
Girondi e Giada Scandola, editori di Oligo a cui sono infinitamente
grato. A titolo informativo, Oligo è una parola usata spesso nella
terminologia scientifica. Deriva dal greco ὀλίγος, che
significa “poco”. Idealmente, lo si può collegare alla massima
di Seneca «non multa, sed multum», che possiamo tradurre un po'
liberamente come “non tante cose, ma profonde”. Un’aspirazione
alla qualità, basata su una rigorosa scelta dei titoli proposti.
Cosa che cerchiamo di fare anche con Azúcar.
Com’è
nato il progetto editoriale?
La
collana rappresenta un approdo dopo un lungo percorso personale
scandito da attraversamenti letterari legati a Cuba. Ho scritto, come
narratore, libri giocati su una visione verticale e una orizzontale,
tra tempo e spazio, trame che uniscono la grande storia del passato –
la rivoluzione russa del 1917 e la seconda guerra mondiale – con
luoghi geografici in cui si realizzano le avventure di uomini comuni.
In un caso – Musica
per lo zar
(ed. Guanda) – la storia di un’orchestra itinerante alla corte
dello zar Nicola, mentre nelle Cere
di Baracoa
(ed. Mursia) – racconto di un giovane venuto a conoscenza di una
strana vendetta, un omicidio commesso da un vecchio tornato dal
Sudamerica per chiudere il cerchio: uccidere un coetaneo che alla
fine del secondo conflitto mondiale, giovane fascista della brigata
nera, aveva incendiato la cereria di famiglia durante una
rappresaglia provocando la morte dei suoi fratelli. Il giovane, l’io
narrante, ha in mano pochi indizi, fra cui una misteriosa vecchia
cartolina proveniente da Cuba... Da lì parte un viaggio centrifugo
nell’oriente dell’Isola, un viaggio di conoscenza e dissipazione.
Nella Nascita
del Che
(ed. Aragno) i protagonisti delle storie sono anche loro straniati da
una quête; piccoli cercatori, di libri, di destini, di oggetti, di
biografie (fra cui quella di Gino Donè, uno degli eroi del Granma)
sullo sfondo del Malecón, che tutto osserva e tutto divora.
A
un certo punto è poi avvenuto un cambio di prospettiva. Un altro
modo di cercare di salvare le storie. L’ossessione del dettaglio ha
trasformato il narratore in osservatore; in un cercatore di luoghi in
prima persona. Non più una visione centrifuga, verso l’esterno, ma
sempre più centripeta. Con Altravana
(per la collana Passaggi di dogana delle ed. Giulio Perrone) ho
delineato un percorso, un itinerario del ritorno, in una città come
foresta in cui perdersi, nei suoi grovigli, come un labirinto
delineato, in una coazione a ripetere, negli stessi luoghi, in una
stessa mappa che non cambia negli anni. Sulla stessa linea, Bestiario
habanero
(ed. Oligo) è nato come itinerario non ipotetico bensì ipnotico. Un
recorrido,
come si dice, nei meandri di un luogo segnato dalla sua nascita dalle
stimmate del lutto: il cimitero Espada, un lebbrosario, un manicomio,
un orfanotrofio, luoghi topici dell’emarginazione sociale e
antropologica.
Per
farla breve, un tragitto che partendo da romanzi e libri di racconti
ambientati nell’Isla, si è poi concentrato sulle descrizioni di
luoghi in una sorta di contromappa di Centro Havana, passando sempre
più da una visione centrifuga a una centripeta. Gli incontri con gli
autori che ho conosciuto durante i lunghi soggiorni habaneri hanno
poi partorito un primo progetto, direi propedeutico, un’antologia
edita nel 2015 da Nuova Berti editrice, intitolata Gli
amanti del secondo piano.
Dopo qualche anno è nata Azúcar. Il progetto è basato su testi
brevi di autori cubani di varie generazioni, con una cadenza di
uscite di due libri all’anno. Un progetto che, dopo essere stato
presentato in vari Festival italiani come il Salone del libro di
Torino, Encuentro di Perugia (l’unico festival letterario italiano
dedicato alla Letteratura iberoamericana), Pordenonelegge e BookCity
di Milano, è approdato fisiologicamente alla Feria Internacional del
Libro de La Habana nel 2025.
Perché
chiamare la collana Azúcar?
La
collana si chiama “Azúcar” perché le copertine sono color carta
da zucchero, ma anche un po’ come implicita speranza e provocazione
rispetto a un Paese in attesa di un futuro migliore e in grande
difficoltà, un tempo grande produttore di zucchero e ora costretto a
importarlo….
Dalle
tue scelte emerge un’attenzione particolare per i giovani autori:
com’è, secondo te, il mondo letterario e politico di chi scrive e
vive oggi a Cuba?
Oggi
molti scrittori giovani per far sentire la propria voce pubblicano
sul web. Altri indagano la realtà metaforicamente attraverso la
science fiction. Altri ancora cercano di raccontare le modificazioni
che stanno avvenendo in questi ultimi anni, magari recuperando la
storia senza retorica attraverso la memoria cartacea (lettere,
fotografie) di chi ha vissuto la rivoluzione e le sue derive o
tentando di recuperare una narrazione del territorio che esuli da una
prospettiva politicamente indirizzata. Fra gli autori scelti, molti
hanno frequentato il centro di formazione letteraria Onelio Cardoso o
sono membri dell’associazione Hermanos Saíz. Penso ad Ariel
Fonseca, a Nelson Pérez, a Náthaly Chávez.
In
tale ottica, oltre a individuare titoli e autori fra scrittori
consolidati, vincitori di importanti premi, viene effettuato una
sorta di scouting indirizzato a giovani autori esordienti o
semi-esordienti andando a pescare tra le promesse, alcune delle quali
proposte dalle edizioni La Luz, legata all’associazione Hermanos
Saíz. I primi titoli sono stati nel 2024 Fine
del cammino
di Ariel Fonseca Rivero, giovane scrittore di Sancti Spíritus, e
Laggiù
dove brucia il fuoco
dell’habanero Nelson Pérez Espinosa. Quella di Fonseca è una Cuba
dolente e amara. Il trentottenne scrittore di Sancti Spíritus, nato
e cresciuto nella periferia cubana, ambienta nei tristi condomini in
stile sovietico o nelle basse case unifamiliari di cemento il
microcosmo della sua Cuba quotidiana. Solitudini di donne che
lottano, soffrono, si disperano; coppie logorate dal tempo e dalla
povertà, fragili eroi della vita complicata dei cubani. È una
letteratura diretta, paratattica, snodata su una corda sgretolata
sull’abisso. Quella di Fonseca è una scrittura carveriana
debitrice del dialogare hemingwayano, un mantra assolato e assoluto
dell'esasperata ripetitività di voci colte in una quotidianità
complicata. Tra pregiudizi, silenzi pieni di inquietudine e
umiliazioni verbali, cresce l’insofferenza indifesa di chi è
annichilito dalle battaglie della vita, in una Cuba sempre più con
il portafoglio vuoto.
Il
secondo volume che abbiamo pubblicato è intitolato Laggiù
dove brucia il fuoco,
scritto da Nelson Pérez Espinosa. Tratti da Allí
donde el fuego arde,
vincitore del premio David, patrocinato dalla UNEAC e dedicato ai
libri inediti, i racconti di Nelson Pérez Espinosa ci immergono
nell’atmosfera di un mondo sconosciuto ai lettori italiani. La Cuba
in cui ci porta Pérez è quella della sua infanzia, lontana
dall’Avana, immersa in un mondo contadino, di carbonai e pescatori
della provincia di Camagüey. Storie che raccontano, tra leggenda e
cronaca, vicende sorprendenti, in un contesto naturale in cui la
violenza dello scenario si interseca a vicende sentimentali piene di
dolcezza. Attraverso il suo realismo
mágico
rurale, Nelson Pérez ci fa conoscere, con la sua voce epica, un
mondo molto lontano dal realismo urbano.
Allí
donde el fuego arde
è una storia che fa appello a molti elementi della memoria affettiva
e culturale di Nelson Pérez: penso alla narrativa di Onelio Cardoso,
ma è anche debitore di altri giganti della narrativa sudamericana,
da García Márquez a Juan Rulfo, ma anche Faulkner o lo stesso José
Martí, apostolo della Revolución cubana, sia per i temi che per le
tecniche utilizzate, perché è un libro dove confluiscono tutti gli
affluenti che hanno alimentato la sua vita, trascorsa per metà a
Santa Cruz del Sur e per metà all'Avana.
Ma
la collana presenta autori di varie generazioni che vivono e lavorano
a Cuba. Nel 2025 sono usciti i libri di due autori molto conosciuti a
Cuba, nati negli anni Sessanta: Lincoln,
la voce
di Alberto Guerra Naranjo e La
lunga notte
di Emerio Medina. Due autori di spessore, dalla vasta bibliografia,
ma quasi del tutto sconosciuti in Italia. Il libro di Guerra –
vincitore con Los
heraldos negros
del premio della revista La
Gaceta de Cuba
e con El
pianista del cine mudo
del Premio Internacional de Cuentos José Nogales, nonché autore dei
romanzi La
soledad del tiempo
e Los
conjurados
– ci fa immergere nella città delle grandi orchestre da ballo,
delle folle oceaniche che affollavano cabaret e teatri all’Avana
negli anni Settanta, quelli più sovietici, definiti anche quinquenio
gris.
Una spallata casuale davanti a una banca scatena un vero e proprio
flashback tra due vecchi musicisti che non si vedevano da trent'anni.
Di colpo, dalla cassaforte del tempo riemerge un mondo stupefacente.
Un rincorrersi di memorie e vendette che da La Habana di oggi ci
immerge in quella degli anni Settanta, in un rutilante caleidoscopio
di storie vere e ipotetiche. Un concerto di parole e immagini, tra
miserie e ambizioni, sensi di colpa e storie individuali, intrecciate
nelle tournée di un’orchestra habanera.
Ma
il libro che anticipa quasi profeticamente la cosiddetta
“apagónlandia” odierna, ovvero la tragica situazione energetica
caratterizzata da interminabili blackout (apagón)
causati dal bloqueo
USA e dalla penuria di combustibile, è La
lunga notte:
nei suoi due racconti (il volume comprende anche La
partenza)
Emerio Medina ci presenta personaggi e luoghi di un’isola
misteriosa di cui non conosciamo il nome, ma che si avvicina molto a
Cuba. Metafore di una realtà distopica e oggettiva allo stesso
tempo, tra percorsi inquietanti e incerti, in cerca di una salvezza
che porta al Nulla, in un “nowhere” angosciante, i racconti di
Medina ci immergono nella natura spettrale di una tenebra
labirintica, di una notte eterna, in un viaggio denso di trappole ed
enigmi nella sensazione di essere separati dalla realtà
convenzionalmente intesa. Nato a Mayarí nel 1966, Medina ha studiato
ingegneria meccanica nell’ex URSS. Ha iniziato a scrivere tardi,
nel 2003, ma ha ottenuto i più importanti premi letterari di Cuba,
come il Casa de las Américas nel 2011 con il libro di racconti La
bota sobre el toro muerto.
Tra i suoi libri ricordiamo Sarubí,
el preferido de la luna
(romanzo per bambini, 2009), Café
bajo sombrillas junto al Sena
(2010, Premio UNEAC per il racconto 2009), La
línea en la mitad del vaso
(2016, Premio Alejo Carpentier per il racconto), Los
fantasmas de hierro
(2015) e Los
habaneros nunca invitan a comer
(2024).
L’ultimo
volume della collana è uscito a metà 2026 e si intitola Strada
desolazione,
di Náthaly Hernández Chávez (Matanzas 1994). Magnetici nel loro
realismo malinconico che abbina rimandi surreali a luoghi di memoria,
i racconti della scrittrice cubana – quasi tutti tratti da La
figura en el puente,
Premio Celestino per il racconto 2023 – sorprendono per
l’accuratezza scrupolosa, quasi matematica, nell'abilità di
intrecciare trame dai finali spesso aperti, lasciati
all’interpretazione del lettore. Il libro riunisce, in cinque
racconti, tematiche come il lutto, l'amore, la famiglia, il suicidio,
le peripezie di un cinico scrittore alle prime armi nella Cuba di
oggi. Racconti segnati dalle stimmate di una voragine intima che
risucchia l’intero mondo circostante nel segno di un’inerzia
esistenziale.
Vista
la situazione attuale, che significato assume dare continuità a
questo progetto?
Direi
che è proprio in questa situazione di attesa che si può far strada
la scommessa più interessante. Oggi la narrativa cubana è in
fermento dal suo interno. Scarseggia la carta per pubblicare libri,
ma internet ha consentito di far sentire la propria voce. Basta
visitare il sito del Centro Onelio Cardoso per farsi un’idea di
come sia in atto un cambiamento fra i più giovani, coloro che la
Rivoluzione l’hanno solo sentita raccontare. Venuto meno il
discrimine fra realismo hemingwayano per un verso e barocco – o
real
maravilloso
– per l’altro, lasciati alle spalle gli anni dell’epica
rivoluzionaria e quelli del ripiegamento di chi dentro al sistema è
cresciuto, superata l’epoca del realismo
sucio
e dei “novísimos”, dispersi nella diaspora i protagonisti della
generación
0,
fra gli scrittori cubani si assiste attualmente, anche grazie alle
aperture conseguenti a una comunicazione più agevole, tra blog e
accesso a internet, a un periodo di trasformazione e di fluidità
caratterizzato dal tentativo di internazionalizzare la narrativa
isolana. Ecco perché si può sostenere che il momento attuale può
veramente diventare uno snodo per le nuove voci cubane.
Come
definiresti la tua relazione con il panorama letterario cubano? C’è
uno scrittore in particolare a cui sei più legato?
A
parte i classici, da Carpentier a Lezama Lima, da Cabrera Infante ad
Arenas, da Piñera a Senel Paz, da Gutiérrez a Padura, solo per fare
alcuni nomi, vanno letti autori come Marcial Gala e Jorge Enrique
Lage, recentemente tradotti in Italia, ma anche giovani come, ad
esempio, Hamel Echevarría o Osdany Morales e Lucia Giselle Navarro.
È indubbio però che l’autore a cui sono più legato – e ne ho
scritto diffusamente in Altravana
e in Bestiario
habanero
– è Pedro Juan Gutiérrez, autore di libri indispensabili per chi
vuol conoscere Cuba come Trilogia
sporca dell'Avana
o Il
re dell'Avana,
della cui amicizia sono orgoglioso.
Che
cosa è Cuba per te, come scrittore e come persona?
Cabrera
Infante, nostalgico cantore dell’Avana, di una città di memoria
vissuta dall’esilio, ha scritto: «non posso essere fedele a una
causa persa, ma a una città perduta sì». La mia fedeltà a Cuba e
all’Avana in particolare nasce da questo presupposto rovesciato. Se
l’Avana per Cabrera Infante è una città perduta, ricostruita nel
ricordo, per me è un luogo fisico da reinterpretare ogni volta. E
quindi irraggiungibile. Vorrei che l’Avana fosse la metafora del
mio modo di scriverne: in bilico perenne tra verticalità e
orizzontalità, tra passato e presente, tra geografie reali e altre
sognate. Aggiungerei che l’Avana, fra le più grandi metropoli
d’epoca coloniale del Centro America, non è solo una città
teatrale, sontuosamente cimiteriale, eppure viva, eterna, ma una
miniera aggrovigliata di storie. Ogni narratore, nei libri che
scrive, va inevitabilmente alla ricerca di se stesso, ma anche di un
mondo. Pamuk ha detto: “Scrivo perché posso sopportare la realtà
soltanto trasformandola”. Ho sempre amato questo concetto di
trasformazione e di clandestinità, inteso come l’altra faccia di
una parola abusata come esotismo. Il mio ri-tornare e ri-scriverne è
come il viaggio di un clandestino in un territorio che va vissuto
sprofondandoci in orizzontale e in verticale, preda di un senso di
vertigine. Memore del famoso verso della poesia di Antonio Machado
(«caminante, no hay camino, se hace camino al andar») ho cercato di
muovermi tra fili di esistenze e memorie che si intrecciano in un
gomitolo di Storie e in un divagare sdoppiato tra una Cuba inedita,
lontana dai luoghi comuni del turismo di massa, e un’educazione
alla vita. Vuoi sulle tracce di una memoria collettiva, ridotta a
stereotipo, oppure sulle tracce di storie in cui imbattersi come un
clandestino errante.
L’Avana
appare spesso nella tua produzione letteraria: vi entra più come
luogo “mitico” o come dimensione di una vita altra? O entrambe le
cose?
Il
mio legame con Cuba come persona e come scrittore nasce da una sorta
di smarrimento. Se, come scrive Walter Benjamin, “perdersi in una
città come in una foresta, è una cosa tutta da imparare”, i miei
ormai innumerevoli viaggi a La Habana rientrano nella logica di uno
smarrirsi per ritrovarsi ogni volta in una città apparentemente
immobile, ma in realtà altra, inattesa, stratificata, plurivoca,
difforme e mutevole, città-arabesco composta da sorprendenti
prospettive, segrete genealogie e direzioni di senso. Credo che sia
il disincanto creativo l’unico modo possibile per non venir
risucchiato dal troppo, dalla stratificazione di retorica o
antiretorica che avviluppa questo mondo nelle cui vene pulsa un
sangue intenso, un’idea di crollo imminente, ma anche un’idea di
futuro possibile denso di contraddizioni e speranze che tutti coloro
che amano Cuba vorrebbero si realizzasse senza però snaturare e
svilire l’essenza e l’unicità di una civiltà straordinaria
perennemente in bilico tra passato e futuro.
L’Avana,
fino a qualche anno fa, abbracciava orgogliosamente la dignità della
differenza. Pervasa da una sorta di tacito senso di colpa per la
propria passata grandezza, la più grande metropoli caraibica si
caratterizzava per la coraggiosa coscienza, non solo politica, di
essere costretta ad esistere ai margini della contemporaneità. Il
suo mondo era inevitabilmente connaturato a un’alterità staccata
dal tempo attuale. C’era sempre una sensazione di perdita nel
descrivere la scenografia di palazzi in rovina, di teatri trasformati
in giungla, di strade dissestate. Ma questa tristezza esteriore era
strettamente legata alla sua antica bellezza, alla memoria sfocata di
ciò che era stata, perché la bellezza di ogni cosa risiede nei
sentimenti che suscita. Simile a un orologio dalle lancette che
restano indietro, l’Avana appariva sempre più come un pianeta che
si allontanava, giorno dopo giorno, dall’orbita delineata dalla
società consumistica e capitalistica. Ma questo suo essere
orgogliosamente controcorrente, per scelta e per altrui
sopraffazione, è ormai un destino impossibile da mantenere in
equilibrio. È rimasta la memoria perduta. Restano i feticci di un
mondo testimoniale. L’Avana è una città di visioni e fantasmi, di
ruderi e palazzi che sembrano sospesi sull’orlo di un abisso, a
picco sulle distese di vite inventate giorno dopo giorno.
Biografia:
Davide
Barilli vive tra Parma, il levante ligure e La Habana. Come narratore
ha ambientato a Cuba molti dei suoi libri: tra gli altri, “Le
cere di Baracoa” (Mursia), “Cuba. Altravana” (Giulio
Perrone), entrambi finalisti al Premio Fabriano, “La nascita
del Che” (Aragno), secondo al Premio Chiara e “Bestiario
habanero. Itinerari sbiecati di una capitale” (Oligo). A Cuba
ha realizzato un libro d’arte, “Historietas de mujeres y
humo”, in edizione numerata, illustrato da Ramon Perez Pereira, ed
è stato pubblicato il libro di racconti “El castillo de
papel” (Collecion Sur), presentato all’Avana durante la Feria
internacional del libro nel febbraio 2018. I primi volumi della
collana di nuova narrativa cubana Azúcar (Oligo) da
lui ideata e curata, sono stati presentati in anteprima alla Feria
internazionale del libro de La Habana il febbraio dell’anno scorso.
Con il fotografo Paolo Simonazzi - autore delle fotografie di
copertina dei libri della collana Azúcar- ha collaborato al progetto
“Mantua, Cuba” e al recente progetto “La Habana, eventual” di
cui è da poco uscito il volume fotografico, ispirato in gran parte
ai libri di Barilli. Sempre in ambito cubano ha inoltre realizzato
l’antologia di narratori cubani “Gli amanti del secondo
piano” (Nuova Editrice Berti) e scritto un saggio
sull’influenza di Italo Calvino nei nuovi narratori cubani uscito
nel volume “Calvino. Disfare la letteratura” (Magale ed. 2024)
curato da Sebastiano Triulzi. Tra gli altri suoi libri di
narrativa: Musica per lo zar e La casa sul
torrente (entrambi per Guanda), La fascia del
turco (Casanova), Poltrona per acqua e Alchimia (Diabasis).
Sempre per Oligo ha pubblicato il libro di interviste a scrittori
italiani #altrepagine. Le letture di chi scrive (2022).
Commenti
Posta un commento