(Redazione) - Nei dintorni di "La parte arida della pianura" (Pietre Vive ed., 2026) di Nino Iacovella - nota critica di Sergio Daniele Donati
La parte arida della pianura, nuova raccolta di Nino Iacovella pubblicata da Pietre Vive nel
2026, si presenta come un libro attraversato da una domanda insistente: quale
forma può assumere la poesia quando il mondo appare ferito nella sua struttura
materiale, sociale e morale?
Nino Iacovella affida questa interrogazione a una scrittura che procede
per quadri, scene, nuclei narrativi e improvvise accensioni liriche.
La raccolta possiede una precisa architettura interna: dall’esperienza
della pandemia e dalla memoria delle origini umane si passa al paesaggio della
pianura, alla diagnosi della vita contemporanea, alla rilettura della Storia,
alla violenza che attraversa i corpi e infine all’esperienza concreta della
disabilità. Il percorso si chiude nella grotta di Lascaux, immagine remota e
insieme domestica dell’arte come traccia lasciata da esseri umani esposti al
freddo, alla perdita e alla necessità di proteggersi.
La pianura del titolo diventa così uno spazio geografico e mentale:
distesa aperta, luogo di passaggio, superficie della memoria e misura di una
condizione collettiva.
Procediamo con ordine.
Anno Domini 2021
L’esordio colloca subito la voce in un presente riconoscibile, segnato
dalla pandemia e dalle sue conseguenze. Il testo assume la forma di una prosa
poetica indirizzata a un figlio: il dialogo familiare introduce una
responsabilità generazionale, perché il padre deve trovare parole per spiegare
un mondo che ha prodotto precarietà, esclusione e competizione. La scena
dell’uomo riverso tra i resti di un fast food, con il piede ferito e il corpo
abbandonato, condensa in un’immagine brutale la vulnerabilità sociale.
Il richiamo a Malthus e a Mark Fisher inserisce nel dettato una
riflessione economica e politica; le citazioni sono ricondotte alla concretezza
di una voce che si interroga sul proprio ruolo. Il passaggio decisivo arriva
quando il padre si domanda se debba essere guida per il figlio oppure restare
nella «torre d’avorio» della poesia. È una crisi di coscienza che riguarda
direttamente il fare poetico: scrivere comporta una responsabilità verso ciò
che accade, e la parola deve misurarsi con il rischio di diventare complice
dell’indifferenza.
Il bianco della
pagina
La sezione offre una prima risposta attraverso una lirica breve,
costruita su immagini naturali e su un ritmo disteso: «Amo il giorno che riesce
a vivere / della sua abitudine di nascere e morire, / l’autunno che affiora da
una pagina bianca, / e questo vento, che riempie il vuoto del silenzio, /
mentre noi siamo e seguiamo la strada» (p. 11).
Il verso accoglie il ciclo del tempo in una cadenza quasi respiratoria.
La pagina bianca è insieme origine e impedimento, spazio disponibile alla
parola e figura del silenzio che la precede. Nella successiva ripresa, l’albero
invernale e la «pagina vuota tra la frattura dei rami» stabiliscono una
corrispondenza tra scrittura e paesaggio: «Un albero al centro dell’inverno, /
una pagina vuota tra la frattura dei rami / Chiama la nebbia uno stormo di
pensieri / come la carta i segni di una parola / Scrivere l’onda del mare,
gettare l’ancora sul foglio, / arrivare sino al fondale di una preghiera» (p.
23).
La metafora conserva la fatica del gesto e la precarietà di ogni
approdo.
Poesia
Amo il giorno che riesce a vivere
della sua abitudine di nascere e morire,
l’autunno che affiora da una pagina bianca,
e questo vento, che riempie il vuoto del silenzio,
mentre noi siamo e seguiamo la strada
(p. 11)
Olocene
«Olocene» dilata la prospettiva fino alla preistoria.
Il viaggio dei primi uomini viene narrato come migrazione, adattamento
e nascita della cultura.
La sequenza dei testi procede con una temporalità quasi epica: nomadi
in cerca di terra, bivacchi, fuoco, parola, difesa del villaggio, sacrificio.
I versi «Avevano il sale tra le labbra, / portavano in spalla le radici
/ di una pianta chiamata dolore» (p. 15) trasformano la memoria antropologica
in esperienza sensibile. L’immagine delle radici, normalmente associata alla
stabilità, viene portata sulle spalle da esseri in movimento: l’identità umana
nasce dentro l’erranza.
Il lessico alterna termini elementari — terra, acqua, fuoco, mani,
pietra, sangue — a parole di maggiore densità concettuale. Il passaggio
dall’oralità alla parola scritta è rappresentato come una conquista fragile,
esposta alla violenza. La scena del padre che stringe il figlio mentre il
villaggio cade anticipa uno dei motivi centrali del libro: la vulnerabilità dei
legami affettivi davanti alla forza distruttiva della storia.
Poesia
Il respiro della pianura varcava i tramonti,
le albe, una macchia di luce il sole
Lì apparve la lunga coda degli umani,
nomadi in cerca di nuova terra
Avevano il sale tra le labbra,
portavano in spalla le radici
di una pianta chiamata dolore
Con le mani raccolsero il seme della pietra
per nasconderlo dietro la schiena
Come sogni, forme nella nebbia,
le prime parole bruciarono il fiato
per chiamare il fuoco
(p. 15)
Lande
Il rapporto con Osip Mandel’štam, evocato nell’epigrafe, è
particolarmente significativo. La pianura di Iacovella conserva qualcosa della
vastità e della tensione metafisica che attraversano la poesia del russo, ma la
trasferisce in un paesaggio più narrativo e antropologico. In «Ad occhi aperti
dinanzi alla pianura / carezzi la sua lingua sconosciuta» (p. 27) il paesaggio
è un interlocutore da apprendere; la terra «ci segna» e l’orizzonte diventa una
linea che può inciampare «sulla soglia del dirupo». La continuità dello spazio
porta già in sé la possibilità della frattura. La pianura è una figura
ambivalente della durata: sembra offrire una direzione, ma espone chi la
attraversa alla perdita di orientamento. In questa sezione la voce alterna l’io
al noi, il racconto impersonale alla seconda persona. Il risultato è una
soggettività mobile, che si riconosce nella storia degli altri e nella memoria
dei luoghi.
La lingua si fa più tattile quando incontra il lavoro agricolo e la
trasformazione tecnologica. L’uomo piegato dalla fatica, la terra scavata,
l’acqua e la trebbiatrice compongono una scena in cui il progresso appare come
una forza che modifica il rapporto tra corpo e ambiente. La macchina ha una
«pelle squamata» e un «canto sgraziato»: l’attribuzione di tratti organici
all’oggetto meccanico ne fa quasi una creatura, mentre il suo rumore interrompe
la quiete del paesaggio.
Poesia
Ad occhi aperti dinanzi alla pianura carezzi la sua lingua sconosciuta
Questa è una terra che ci segna:
il dito punta all’orizzonte che sfuma
La linea è continua, anche quando inciampa
sulla soglia del dirupo
(p. 27)
Antropia
Con «Antropia» il paesaggio si sposta verso la periferia urbana e la
casa. L’epigrafe di Deleuze orienta la lettura verso una patologia della
convivenza. La pianura si apre oltre il reticolato e la strada che si dirada;
nelle case, invece, il silenzio si deposita come una protezione diventata
isolamento. In uno dei testi più riusciti, «l’alfabeto delle case è il
silenzio»: la metafora attribuisce alle abitazioni un linguaggio fatto di
chiusure, finestre, soglie e abitudini. Le rose sopravvissute sul davanzale
introducono una bellezza resistente, ma esposta al vento dei giorni. Il dettato
procede per immagini domestiche — grondaia, poltrona, televisore, cuscino — che
assumono una portata esistenziale. La solitudine prende la forma di un uomo
insonne, «spalle al muro», protetto da una serratura che trattiene fuori
persino i ladri.
La poesia dedicata al pendolarismo offre una delle rappresentazioni più
nitide della vita contemporanea. Il treno è «l’arteria ferroviaria» che pulsa
tra luce e buio; le gallerie e i vuoti d’aria si riflettono sulle palpebre dei
viaggiatori, mentre il breve tragitto verso il centro direzionale si dilata
fino a comprendere «giorni e millenni». La metafora organica dell’arteria lega
il corpo individuale alla macchina urbana. I terminali accendono aurore
artificiali: un’immagine di grande efficacia, perché trasferisce la meraviglia
del cielo nel chiarore freddo degli schermi.
Poesia
La nebbia spoglia l’autunno dall’incendio delle
foglie,
lascia gli alberi nudi come pali piantati a terra,
prima della radura, sbarrata da un reticolato
È vero, questo è un posto unico,
ma il recinto non argina il freddo presagito,
e la parte arida della pianura si apre a dismisura
nel punto dove la strada si dirada
(p. 37)
Entropia
Il rapporto tra individuo e società si fa esplicitamente politico in
«Entropia».
Qui la prosa poetica prevale e il verso si distende fino a diventare
una frase ampia, carica di incisi, accumulazioni e scarti ironici. «Io credo in
un solo Io» rovescia la formula del credo religioso per costruire una liturgia
del capitale: il soggetto recita i dogmi della massimizzazione del valore,
della flessibilità, della competizione globale e della produzione dislocata. La
ripetizione anaforica di «credo» imprime al testo un andamento da professione
di fede, mentre il lessico economico e manageriale viene accostato a immagini
di guerra e sopraffazione. La dislocazione della produzione richiama la spalla
dislocata del manifestante: il gioco verbale salda il linguaggio impersonale
dell’economia alla violenza fisica esercitata sui corpi. L’io, progressivamente,
riconosce il mostro che abita dentro di sé e lo associa al Saturno di Goya. La
critica investe così anche il soggetto che parla, coinvolto nei meccanismi che
denuncia.
La scena del centro commerciale e quella dell’inaugurazione di Primark
portano questa critica nel territorio del consumo spettacolare. Iacovella
osserva la folla, le commesse, i giovani, i dispositivi pubblicitari; il
racconto assume un tono satirico. Il marchio commerciale diventa un’insegna
quasi sacrale, il negozio una promessa di redenzione a basso prezzo, la danza
promozionale un rito che prepara la «sacra mattanza» della competizione. Il
riferimento al Minotauro innesta il mito nel paesaggio del consumo.
Poesia
Prendimi, Musa della poesia,
dea della solitudine,
tra queste pagine intarsiate di vuoto
gelide e bianche
dove nessuna parola mi resta accanto,
nessuna immagine è una visione,
e ogni suono è rumore di fondo,
rumore d’ossa a sostegno di niente
Accogli la mia supplica e fai di me una falena
che possa avvicinarsi alla tua fiamma
Lo vedi, sono stremato dal desiderio
di una infinita luce a occhi aperti
Incendiami le palpebre e poi il corpo,
prima di ritornare cieco
prima di ritornare morto
(p. 53)
Dall’alto della
storia e Madre della violenza
«Dall’alto della storia» rilegge il mito troiano come figura delle
sconfitte e delle resistenze collettive. La frase «Dalle mura di Ilios /
isseremo bandiere di una città / che non avrà più paura / di chiamarsi Troia»
trasforma la memoria della sconfitta in un gesto di riappropriazione. Il testo
successivo, con le barricate delle Cinque giornate trasformate in chaise longue
da aperitivo, introduce una satira più scoperta: la memoria rivoluzionaria è
convertita in arredo, neutralizzata dal consumo e dal benessere.
La sezione «Madre della violenza», introdotta da René Girard, affronta
la violenza attraverso casi e figure riconoscibili. La cronaca nera diventa
materia poetica, con date e luoghi che ancorano i testi alla realtà.
L’Idroscalo di Ostia, via Amodeo a Milano, Cernusco sul Naviglio e Sing Sing
sono coordinate che impediscono alla rappresentazione di dissolversi in un
orrore generico. Nel testo dedicato all’omicidio di Antonietta, il linguaggio
giornalistico entra in collisione con immagini mitiche: il Minotauro, il
labirinto, la testa di donna sul corpo d’uomo. L’effetto è inquietante proprio
perché il mito non nobilita il delitto; ne mette in luce la dimensione arcaica.
Il dittico dedicato a Robert Green Elliott e Ruth Snyder è uno dei nuclei più
complessi della raccolta. L’alternanza delle voci mette in scena la distanza
tra l’apparato che amministra la morte e la coscienza di chi la subisce. Quando
la voce femminile invoca: «Adesso toccami Dio, nel perdono / con l’energia
della luce», la luce assume un significato tragicamente rovesciato.
Crash test
In «Crash test» il libro raggiunge il suo punto etico più delicato. La
sezione nasce, come precisa la nota finale, da un’esperienza personale
dell’autore durante il servizio civile presso il Centro San Francesco di San
Salvo. Il furgone che trasporta persone con disabilità diventa un microcosmo in
movimento, osservato dall’interno e attraverso lo sguardo di chi presta
assistenza. La prima persona plurale registra la fatica, la paura, l’impaccio e
il senso di inadeguatezza degli operatori. Il testo lascia emergere il rischio
di uno sguardo che riduce l’altro al suo corpo. Proprio per questo la sezione
acquista valore: il soggetto poetico espone anche la propria durezza, il
proprio giudizio, la propria paura. La poesia si misura con il limite della
comprensione e con la responsabilità di stare accanto a chi dipende dagli
altri.
La metafora dell’acquario, con i corpi che si muovono dietro i vetri
del furgone, produce una delle immagini più memorabili del libro. Il
rovesciamento tra osservatore e osservato destabilizza la posizione di chi
guarda. In «Ascensione», la pedana dell’ascensore diventa un altare meccanico e
il gesto quotidiano del sollevare una persona si trasforma in rito condiviso.
Il lessico religioso — dio, altare, ascensione, mistero — acquista qui una
concretezza particolare: la trascendenza passa attraverso un dispositivo
tecnico, la fatica delle braccia, l’attesa davanti a una porta.
La grotta di
Lascaux
Anche la chiusa acquista pieno senso dentro questa rete di richiami. La
scena domestica di un uomo e una donna che vegliano sul figlio si sovrappone
alla condizione dei primi uomini in cerca di riparo. Il gesto di lasciare
colori sulle pareti di casa ripete quello dell’artista preistorico: una traccia
per attestare il passaggio, per opporre al gelo una forma di presenza. «Il
calore dei corpi farà da testimonianza, / un segno di vita in una terra
graffiata / dal gelo e dal distacco» (p. 95) è una dichiarazione poetica che
riassume il libro. La scrittura nasce dalla fragilità, custodisce i segni di
ciò che rischia di scomparire e prova a restituire una forma condividibile al
dolore. Il movimento complessivo della raccolta conduce così dalla pianura
storica e sociale alla stanza, dal corpo collettivo al nucleo familiare, dalla
violenza alla cura. La parte arida del titolo resta come una regione da
attraversare: la poesia vi porta una testimonianza che non cancella le ferite,
ma le rende visibili e, almeno per un momento, abitabili.
Poesia
Ora, è nelle notti come questa
che potrei tracciare
a mani nude il mio disegno:
sulle pareti di casa lasciare
vividi colori del nostro passaggio
Il calore dei corpi farà da testimonianza,
un segno di vita in una terra graffiata
dal gelo e dal distacco
(p. 95)
Per le redazione de Le parole di Fedro
il caporedattore - Sergio Daniele Donati
Note
biobibliografiche
Nino Iacovella è nato a Guardiagrele (Chieti) nel 1968. La sua ultima
opera in versi è La linea Gustav del 2019 (il Leggio Editore, Chioggia).
È tra i fondatori e redattori del blog di poesia Perigeion, un atto di
poesia. Vive e lavora a Milano.

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