(Redazione) - Tra il detto e il non detto - saggio critico di Sergio Daniele Donati

 

I
Il telefono resta muto per un’intera sera. Nessuno ci ha chiesto niente, eppure ci mettiamo subito al lavoro: ricostruiamo l’ultima conversazione, pesiamo un aggettivo, richiamiamo alla memoria un tono di voce che sul momento ci era parso innocuo. In un’ora abbiamo già un verdetto. Lo abbiamo ricavato da una cosa sola, l’assenza di una parola, e lo teniamo per buono con la sicurezza che si ha quando si è poco informati.
La logica ha un nome antico per questa mossa, argumentum e silentio, e una reputazione modesta: è l’inferenza che prende il tacere per una prova. Mario Ajazzi Mancini l’ha ripresa a proposito di Celan, e il suo interesse sta in ciò che in poesia può accadere al silenzio, che diventa il luogo in cui una parola viene conquistata o perduta.[1] La vita ordinaria pratica la stessa inferenza ogni giorno con scrupoli molto minori. Questo saggio vuole capire perché ci riguardi più di quanto sembri. Il silenzio dell’altro ci spinge a interpretare, e segna insieme il punto in cui l’interpretazione deve chiedersi con quale diritto prosegua. Parlare di qualcuno, anche solo a se stessi, è un atto di cui si risponde, e il rispetto per ciò che l’altro tace fa parte di quella risposta.

II
Si pensa al silenzio come a un’assenza di linguaggio, e Heidegger invita a diffidare di questa idea. In Essere e tempo osserva che per poter tacere l’esserci deve avere qualcosa da dire: «Um schweigen zu können, muß das Dasein etwas zu sagen haben».[2] Chi manca di parole è soltanto muto, e il suo mutismo non comunica nulla. Il silenzio che ci interessa abita già il discorso, e può essere attesa, reticenza, risposta, rifiuto.
Anche un libro ne è pieno. Eco lo ha mostrato con la franchezza di chi ha frequentato i testi dall’interno: «Il testo è intessuto di spazi bianchi, di interstizi da riempire», e l’autore li lascia perché il testo è un meccanismo pigro, che vive del senso portato dal lettore.[3] Leggere diventa così una collaborazione, e il non detto è la parte del lavoro che tocca a noi. Eco ha poi scritto un intero libro sui limiti dell’interpretazione, e la ragione è chiara: un testo ammette molte letture e ne scarta altre, e chi collabora risponde di ciò che il testo permette.[4]
Qui si annida una domanda che si usa porre come alternativa: la parola descrive la realtà o la crea? Posta in questi termini obbliga a scegliere, e ogni scelta tradisce qualcosa. La risposta più onesta mi pare dipenda da ciò che si dice e a chi. Quando la parola riferisce un fatto già dato, descrive, e può farlo bene o male. Quando promette, accusa, battezza o perdona, fa accadere ciò che dice. Austin ha insegnato a riconoscere questa seconda famiglia di enunciati, che compiono l’atto mentre lo pronunciano.[5] Dire «ti perdono» significa perdonare. Dire «so perché hai taciuto» attribuisce un’intenzione e la mette in circolo tra le persone, dove comincia a produrre effetti: l’altro si ritrova a rispondere di un significato che non ha scelto. La descrizione di un silenzio è dunque una piccola creazione.
Persino la descrizione più neutra possiede qualcosa di questo potere. Mallarmé lo mostrò con un solo verbo: «Je dis : une fleur !», e dall’oblio in cui la voce relega ogni contorno si leva, musicalmente, «l’absente de tous bouquets».[6] La parola poetica nomina il fiore e fa nascere un’idea di fiore che nessun mazzo contiene. Chi ascolta assiste alla comparsa di una presenza, e l’inventario di una cosa passa in secondo piano. La parola descrive nel momento in cui crea la forma in cui le cose appaiono, e lavora con materiali che il mondo le offre: né il fiore né la promessa si inventano da zero. Tra le due funzioni corre una scala di intensità, e la poesia è il luogo in cui la scala si vede meglio.

III
Un limite, tuttavia, la parola lo incontra. Wittgenstein lo collocò in apertura e in chiusura del Tractatus: nella prefazione dice che il libro vuole fissare un confine all’espressione dei pensieri, e nell’ultima proposizione conclude che «su ciò, di cui non si può parlare, si deve tacere».[7] Sarebbe un errore leggere questa frase come un invito al mutismo. In una lettera all’editore Ficker, nell’autunno del 1919, l’autore spiega che il libro consiste di due parti, «di quello che ho scritto ed inoltre di quello che non ho scritto», e che «questa seconda parte è quella importante»; l’etico, aggiunge, «viene delimitato, per così dire, dall’interno».[8] Il silenzio del Tractatus è un silenzio costruito, che fa da cornice a ciò che conta di più.
Anche la riflessione sull’etica incontra un silenzio che nessuna lingua comune può rompere. Abramo sale al monte Moriah con Isacco senza rivelare il proprio scopo a Sara, a Eliezer, allo stesso Isacco: non può parlare, perché la lingua che parlerebbe nessuno saprebbe intenderla. Timore e tremore si chiede, nel Problema III, se fosse eticamente lecito tacere.[9] L’etico, per Johannes de silentio, coincide con l’universale, cioè con ciò che si può dire a tutti, e il silenzio di Abramo sta oltre il dicibile, dove la grandezza e la solitudine si confondono.
La poesia sembra aver capito prima della filosofia che il limite può far lavorare chi lo incontra. «E questa siepe, che da tanta parte / dell’ultimo orizzonte il guardo esclude»: un ostacolo di tutti i giorni toglie la vista, e dallo spazio sottratto nascono «interminati / spazi di là da quella, e sovrumani / silenzi».[10] Leopardi rinuncia a descrivere l’infinito e lo lascia nascere accanto a un fatto minimo, una siepe, la cui funzione consiste nel nascondere.
Montale rifiuta la parola risolutiva. In Non chiederci la parola il poeta respinge «la formula che mondi possa aprirti» e offre al lettore «qualche storta sillaba e secca come un ramo», perché ciò che può dire è soltanto «ciò che non siamo, ciò che non vogliamo».[11] Clodagh Brook ha mostrato che in Montale negazione e silenzio sono strumenti con cui il linguaggio forza i propri confini, e dedica un capitolo al silenzio come reticenza, tra mistero e segreto.[12] In Ungaretti il silenzio entra nella metrica. Daniela Baroncini ha descritto la rarefazione del Porto sepolto: il verso frantumato, le parole staccate dalle pause e sospese nel bianco della pagina, in una poetica che nasce insieme da una scelta di stile e da un’esperienza, quella dei versi scritti in trincea. Quando la parola arriva, il poeta la ritrova dentro il silenzio: «Quando trovo / in questo mio silenzio / una parola».[13]

IV
C’è un silenzio che nessuna interpretazione può pretendere di sciogliere, quello dei testimoni che non sono tornati. Primo Levi lo disse con una precisione che non lascia scampo: «chi ha visto la Gorgone, non è tornato per raccontare, o è tornato muto», e per questo i sopravvissuti non sono, a suo giudizio, «i testimoni veri».[14] Il silenzio, qui, indica una testimonianza che manca, e chi interpreta deve imparare a non riempirla.
Celan rispose con una lingua che porta il silenzio dentro di sé. A Brema, nel 1958, disse che la lingua tedesca era rimasta, ma che aveva dovuto attraversare «furchtbares Verstummen», un terribile ammutolire;[15] nell’Atemwende (1967) scrisse un verso che somiglia a una sentenza, «Niemand zeugt für den Zeugen», nessuno testimonia per il testimone.[16] Ajazzi Mancini legge in questa poesia una erschwiegenes Wort, una parola strappata al silenzio dell’annientamento e insieme una parola messa a tacere: la parola silenzio.[17]
La responsabilità che ne discende ha una grammatica, che Levinas ha cercato di descrivere distinguendo il Detto, ciò che un discorso afferma, dal Dire, l’atto con cui ci si espone all’altro prima di ogni contenuto.[18] Prima di sapere che cosa dirò, qualcuno mi sta davanti e mi chiede di rispondere, e la parola nasce da questa esposizione. L’interpretazione che la dimentica trasforma l’altro in un tema.
A chi interpreta Simone Weil indica una disciplina che somiglia a un silenzio interiore: l’attenzione consiste «nel sospendere il proprio pensiero, nel lasciarlo disponibile, vuoto e permeabile all’oggetto».[19] È il contrario della fretta con cui riempiamo le pause, e suppone che si sia disposti ad aspettare che l’altro, o il testo, si manifesti.

V
Sarebbe comodo concludere che il silenzio va sempre rispettato. Vi sono silenzi che proteggono e silenzi che coprono. Chi sa di un abuso e tace per quieto vivere risponde di quel tacere; chi promette una spiegazione e la rimanda per sempre usa il silenzio come un’arma. In questi casi l’inferenza dal silenzio ha un fondamento, a patto di poggiare su altro che il silenzio stesso: circostanze, precedenti, prove. L’argumentum e silentio diventa legittimo quando smette di essere un argomento dal solo silenzio.
La misura sta allora nel concedere a ciascun silenzio il tempo di mostrare di che silenzio si tratta. A chi non risponde dobbiamo la possibilità di un’altra spiegazione; al testo che tace, la fatica di una lettura che non lo forzi; al testimone scomparso, il riguardo di non parlare al suo posto. In ogni caso l’interprete risponde di due cose: di ciò che dice e di ciò che dà per scontato.
Torniamo al telefono muto. Di quella sera non sappiamo niente, e abbiamo già scritto una pagina. Potevamo scriverne una più breve: «non ha ancora risposto». Chi ama le parole sa che a volte il gesto più esatto consiste nel lasciare una frase interrotta.

BIBLIOGRAFIA
Ajazzi Mancini M., La parola silenzio, «Enthymema», XXIV (2019).
Austin J. L., Come fare cose con le parole, a cura di C. Penco e M. Sbisà, Marietti 1820, Genova-Milano 2019.
Baroncini D., Parola e silenzio nel «Porto sepolto», «Rivista di Letteratura Italiana», XXXV, 3 (2017).
Brook C. J., The Expression of the Inexpressible in Eugenio Montale’s Poetry: Metaphor, Negation, and Silence, Clarendon Press, Oxford 2002.
Celan P., Atemwende, Suhrkamp, Frankfurt a.M. 1967.
Celan P., Gesammelte Werke in fünf Bänden, hrsg. B. Allemann – S. Reichert unter Mitwirkung von R. Bücher, Suhrkamp, Frankfurt a.M. 1983.
Celan P., La verità della poesia. «Il meridiano» e altre prose, a cura di G. Bevilacqua, Einaudi, Torino 1993.
Eco U., I limiti dell’interpretazione, Bompiani, Milano 1990.
Eco U., Lector in fabula. La cooperazione interpretativa nei testi narrativi, Bompiani, Milano 1979.
Heidegger M., Essere e tempo, nuova ed. a cura di F. Volpi sulla versione di P. Chiodi, Longanesi, Milano 2010.
Kierkegaard S., Opere, vol. I, a cura di C. Fabro, Piemme, Casale Monferrato 1995.
Leopardi G., Tutte le opere, a cura di W. Binni con la collaborazione di E. Ghidetti, Sansoni, Firenze 1969.
Levi P., I sommersi e i salvati, Einaudi, Torino 1986.
Levinas E., Autrement qu’être ou au-delà de l’essence, Nijhoff, La Haye 1974.
Mallarmé S., Igitur – Divagations – Un coup de dés, préface d’Yves Bonnefoy, Gallimard («Poésie»), Paris 1976.
Montale E., L’opera in versi, a cura di R. Bettarini e G. Contini, Einaudi, Torino 1980.
Ungaretti G., Vita d’un uomo. Tutte le poesie, a cura di L. Piccioni, Mondadori, Milano 1969.
Weil S., Attesa di Dio, Adelphi, Milano 2008.
Wittgenstein L., Lettere a Ludwig von Ficker, a cura di D. Antiseri, Armando, Roma 1974.
Wittgenstein L., Tractatus logico-philosophicus e Quaderni 1914-1916, a cura di A. G. Conte, Einaudi, Torino 1964.

NOTE
[1]M. Ajazzi Mancini, La parola silenzio, «Enthymema», XXIV (2019), https://doi.org/10.13130/2037-2426/12590.[2]M. Heidegger, Sein und Zeit, § 34, Niemeyer, Halle a.d.S. 1927; trad. it. Essere e tempo, nuova ed. a cura di F. Volpi sulla versione di P. Chiodi, Longanesi, Milano 2010. Traduzione mia.
[3]U. Eco, Lector in fabula. La cooperazione interpretativa nei testi narrativi, Bompiani, Milano 1979.
[4]U. Eco, I limiti dell’interpretazione, Bompiani, Milano 1990.
[5]J. L. Austin, How to Do Things with Words, Clarendon Press, Oxford 1962; trad. it. Come fare cose con le parole, a cura di C. Penco e M. Sbisà, Marietti 1820, Genova-Milano 2019. L’esclusione dell’uso poetico, giudicato parassitario, è formulata nella seconda lezione.
[6]S. Mallarmé, Crise de vers (1897), in Divagations, Bibliothèque Charpentier-Fasquelle, Paris 1897; ora in Igitur – Divagations – Un coup de dés, préface d’Yves Bonnefoy, Gallimard («Poésie»), Paris 1976.
[7]L. Wittgenstein, Tractatus logico-philosophicus, prefazione e proposizione 7 (prima edizione in «Annalen der Naturphilosophie», XIV, 1921); trad. it. Tractatus logico-philosophicus e Quaderni 1914-1916, a cura di A. G. Conte, Einaudi, Torino 1964.
[8]L. Wittgenstein, lettera a L. von Ficker (autunno 1919), in Briefe an Ludwig von Ficker, hrsg. G. H. von Wright – W. Methlagl, Otto Müller, Salzburg 1969; trad. it. Lettere a Ludwig von Ficker, a cura di D. Antiseri, Armando, Roma 1974.
[9]S. Kierkegaard, Timore e tremore (ed. orig. Frygt og Bæven, København 1843), Problema III, in Opere, vol. I, a cura di C. Fabro, Piemme, Casale Monferrato 1995.[10]G. Leopardi, L’infinito, vv. 2-6, in Canti, XII; in Tutte le opere, a cura di W. Binni con la collaborazione di E. Ghidetti, vol. I, Sansoni, Firenze 1969.
[11]E. Montale, Non chiederci la parola (1923), in Ossi di seppia, Gobetti, Torino 1925; ora in L’opera in versi, a cura di R. Bettarini e G. Contini, Einaudi, Torino 1980.
[12]C. J. Brook, The Expression of the Inexpressible in Eugenio Montale’s Poetry: Metaphor, Negation, and Silence, Clarendon Press, Oxford 2002 (si veda in particolare il capitolo sul silenzio).
[13]D. Baroncini, Parola e silenzio nel «Porto sepolto», «Rivista di Letteratura Italiana», XXXV, 3 (2017). G. Ungaretti, Commiato (Locvizza, 2 ottobre 1916), in Vita d’un uomo. Tutte le poesie, a cura di L. Piccioni, Mondadori, Milano 1969.
[14]P. Levi, I sommersi e i salvati, Einaudi, Torino 1986.
[15]P. Celan, Ansprache anlässlich der Entgegennahme des Literaturpreises der Freien Hansestadt Bremen (26 gennaio 1958), in Gesammelte Werke in fünf Bänden, hrsg. B. Allemann – S. Reichert unter Mitwirkung von R. Bücher, Suhrkamp, Frankfurt a.M. 1983, vol. III; trad. it. in La verità della poesia. «Il meridiano» e altre prose, a cura di G. Bevilacqua, Einaudi, Torino 1993. Traduzione mia.
[16]P. Celan, Aschenglorie, in Atemwende, Suhrkamp, Frankfurt a.M. 1967. Traduzione mia.
[17]M. Ajazzi Mancini, La parola silenzio, cit.
[18]E. Levinas, Autrement qu’être ou au-delà de l’essence, Nijhoff, La Haye 1974.
[19]S. Weil, Attesa di Dio, Adelphi, Milano 2008 (ed. orig. Attente de Dieu, La Colombe, Paris 1950).
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