(Redazione) - TRA CRONACA E MITO: IL ROMANZO IN VERSI DI ELIO PAGLIARANI E GIANCARLO MAJORINO - nota critica di Sergio Daniele Donati
1.
Una breve premessa
All’alba
degli anni Sessanta, la poesia italiana si trova ad affrontare una
duplice, ineludibile sollecitazione: da un lato, l’eredità di un
neorealismo ormai esaurito nelle sue istanze più ingenue;
dall’altro, l’urgenza di un rinnovamento formale che la
neoavanguardia andava predicando con crescente veemenza. In questo
crocevia storico-culturale, due opere si stagliano come esperienze
parallele e, al contempo, profondamente divergenti: La ragazza Carla di Elio
Pagliarani (1962) e La capitale del nord di Giancarlo Majorino
(1959).
Entrambi
i testi, ascrivibili alla categoria del “romanzo in versi”,
si configurano come tentativi di rispondere alla crisi della lirica
tradizionale attraverso un investimento narrativo e oggettivante, ma
le loro strategie espressive e le loro prospettive ideologiche
rivelano una distanza che merita di essere indagata con gli strumenti
dell’analisi stilistica e metrico-prosodica.
Il
presente saggio si propone di delineare un raffronto critico tra i
due autori, muovendo da un’analisi contestuale per poi addentrarsi
nelle rispettive poetiche e nelle soluzioni lessicali, timbriche e
sonore, al fine di mettere in luce non solo le tangenze, ma
soprattutto le divergenze che ne fanno due esperienze complementari
e, per certi versi, antitetiche.
2.
Il contesto: la “linea lombarda”, la neoavanguardia e la crisi
del lirismo
Per
comprendere appieno l’operazione di Pagliarani e Majorino, è
necessario collocarla entro quella costellazione critica che Luciano
Anceschi, nel 1952, battezzò “linea lombarda”.
Sotto
questa etichetta si raccolgono esperienze poetiche caratterizzate da
un realismo non neorealista, postermetico, antilirico, privo di
illusioni, in un linguaggio quotidiano e quasi prosastico.
Si
tratta di una tradizione che, da Porta a Manzoni, da Dossi a Sereni,
privilegia uno sguardo morale e civile sulla realtà, refrattario
alle seduzioni dell’analogia simbolista. La linea lombarda non è
rappresentabile da un’unità stilistica, ma piuttosto da una
comunanza di tematiche, ambientazioni e indole degli autori, in cui
si riunisce una Weltanschauung tipicamente lombarda [1].
Sia
Pagliarani che Majorino, pur con esiti diversissimi, si situano in
questo solco: entrambi milanesi d’adozione — Pagliarani vi si
trasferisce nel 1951, Majorino vi nasce nel 1928 —, entrambi
esordienti alla fine degli anni Cinquanta, entrambi impegnati in
un’operazione di abbassamento del tono lirico e di apertura al
linguaggio della cronaca e del quotidiano.
Tuttavia,
il contesto più immediato è quello della neoavanguardia. Pagliarani
è tra i firmatari dell’antologia I novissimi (1961) e partecipa
attivamente al Gruppo 63, pur mantenendo una posizione autonoma e
personale [2].
Majorino, invece, pur essendo vicino a certe istanze
sperimentali e collaborando a riviste come Il Verri e Quaderni
piacentini, non aderisce mai pienamente al gruppo, preferendo una
collocazione più defilata, in una posizione relativamente periferica
rispetto ad altri protagonisti della poesia novecentesca.
Questa
diversa militanza si rifletterà in modo decisivo nelle rispettive
poetiche.
Come
è stato osservato, se per Pagliarani interveniva una solida cornice
teorico-programmatica entro cui l’erosione dei confini tra poesia e
prosa trovava la sua giustificazione, per Majorino l’operazione si
configura piuttosto come un’espansione delle possibilità
espressive del discorso in versi, senza un programma di gruppo alle
spalle.
3.
: il poema come laboratorio critico
3.1
Struttura e poetica
è
un poemetto in tre capitoli, composto tra il 1954 e il 1957 ed edito
in volume nel 1962 [3].
La critica è concorde nel riconoscervi il
momento di passaggio dal neorealismo allo sperimentalismo della
neoavanguardia. La vicenda è quella di Carla Dondi, una giovane
dattilografa milanese che si muove in una città alienante, tra un
impiego presso la Transocean Limited e le modeste aspirazioni di una
vita piccolo-borghese. Pagliarani adotta una strategia narrativa di
tipo epico-drammatico: la prima persona è soppressa e sostituita da
personaggi portavoce o da recitativi eseguiti coralmente.
L’operazione
di Pagliarani è, in primo luogo, una rifondazione dei generi
letterari: il poemetto diventa il luogo di una sperimentazione che
investe la metrica, il lessico e la struttura narrativa. Come ha
scritto Cecilia Bello, Pagliarani punta a una rifondazione dei generi
letterari, facendo del poema un laboratorio critico in cui la parola
non è mai trasparente, ma sempre esposta nella sua materialità
storica e sociale [4].
3.2
Analisi lessicale: il plurilinguismo come mimesi del reale
L’analisi
lessicale del rivela una stratificazione di registri che costituisce
uno dei tratti più distintivi dell’operazione pagliaraniana. Il
poeta stesso ha dichiarato di voler mettere in scena le
contraddizioni presenti nel linguaggio di classe, adoperando un
materiale lessicale plurilinguistico [5].
Questo plurilinguismo non è
però un semplice esercizio di virtuosismo stilistico: esso risponde
a un’esigenza mimetica e critica insieme.
Da
un lato, Pagliarani attinge a un lessico di tipo colloquiale e
familiare, con parole come «mestiere», «pacea» o
con verbi d’uso gergale come «sfottere».
Il
ricorso a questi materiali linguistici “bassi” serve a radicare
il poemetto nella realtà socio-culturale della Milano postbellica,
restituendo la concretezza di un mondo impiegatizio e
piccolo-borghese che la lirica tradizionale aveva sistematicamente
rimosso. La mimesi del parlato non è però mai mera registrazione:
essa è, al contrario, grammaticalizzata, cioè sottoposta a un
trattamento formale che la rende significante.
Dall’altro
lato, il lessico de accoglie inserti di linguaggio tecnico,
burocratico, commerciale: termini come «Transocean Limited»,
«cambiali», «protocollo», «stralcio»
penetrano nel tessuto poetico con una funzione di straniamento. La
parola tecnica, decontestualizzata dal suo ambito d’uso, acquista
una risonanza inedita, rivelandosi nella sua durezza di significante.
È questa la cifra più propriamente neoavanguardista del
plurilinguismo pagliaraniano: non la semplice citazione del reale, ma
la sua messa in tensione attraverso il montaggio di frammenti
linguistici eterogenei.
3.3
Metrica e prosodia: il verso “a fisarmonica”
Sul
piano metrico-prosodico, si segnala per quella che Curi ha definito
una «polimetria in cui versi colici si alternano a versi sillabici,
cola a ritmemi, misure brevi a misure lunghe» [6].
Si tratta di una
versificazione che rifiuta tanto la regolarità della metrica
tradizionale quanto la pura anarchia del verso libero, optando per
una sorta di “atonalismo ritmico e fonico” che tiene
legate insieme le diverse soluzioni.
Pagliarani
stesso ha parlato, a proposito del proprio verso, di una «fisarmonica
spalancata», un verso che si restringe e si allunga a seconda delle
necessità del racconto. Giuliani ha parlato di un verso «epico»
atonale, «a fisarmonica», che si espande e si contrae seguendo le
esigenze ora espressionistiche ora veristiche della narrazione,
influenzato dal «filone Eliot-Pound-Majakovskij-Brecht» [7].
Questa
definizione è particolarmente preziosa perché chiarisce la
genealogia culturale del verso pagliaraniano: non la lirica “latina”
di ascendenza petrarchesca, ma il verso epico-drammatico di matrice
anglosassone e sovietica, con la sua attenzione alla funzione sociale
della letteratura e alla dimensione teatrale della parola.
L’estensione
della superficie versale è, come nota Cortellessa, la caratteristica
più appariscente della parola di Pagliarani: si tratta di un verso
che «si espande sempre più, oltre ogni misura conosciuta dalla
tradizione italiana», sino a doversi frammentare in due o più
“scalini” per poter essere retto dal fiato del declamatore
[8].
Questa frammentazione non è un espediente grafico, ma una
necessità fisiologica: il verso di Pagliarani è così lungo perché
«deve accogliere tante cose», diventando quasi un
contenitore strofico.
3.4
Timbro e sonorità: il paesaggio acustico della metropoli
L’analisi
timbrica e sonora de rivela una cura estrema per la dimensione
acustica del testo. Pagliarani, che dà estrema importanza alla
realizzazione orale e pone i propri testi in una prospettiva
teatrale, costruisce una vera e propria partitura sonora in cui la
dimensione grafica trova una fortissima motivazione nei risvolti
ritmici ed esecutivi.
Il
paesaggio acustico del poemetto è dominato da quelli che sono stati
definiti «rintocchi di quotidianità, intromissioni sarcastiche,
melodie di fondo interrotte da imprevisti e alterazioni» [9].
Si
tratta di una tessitura sonora in cui la parola è costantemente
esposta nella sua materialità fonica: le allitterazioni, le
assonanze, le rime interne non sono ornamenti, ma dispositivi di
significazione. La regolarità metrica è tenuta ben salda da coppie
di rime baciate — «mia-sia», «pancia-guancia», «lavora
ancora», «permette-strette», «fosse-tosse» —
che confluiscono in triadi di versi.
Queste
rime non hanno nulla di tradizionale: esse funzionano piuttosto come
rintocchi, come segnali sonori che scandiscono il ritmo della
narrazione.
Particolarmente
significativa è la presenza di un ritmo “ossessivo”, che
dalla Ballata di Rudi si distende in versi sempre più estesi, nel
tentativo di inglobare gli oggetti e i meccanismi di una realtà
caotica e dispersiva. L’intonazione del parlato, la filastrocca e
il ritmo ossessivo vanno a intensificarsi dal poemetto alla ballata,
ma non mutano sostanzialmente la loro natura.
La dimensione sonora
dell'incedere è dunque quella di una città mitteleuropea nell’immediato
dopoguerra: un paesaggio acustico fatto di rumori, voci, frammenti di
discorso, in cui la parola poetica si sforza di contenere il caos
senza ridurlo.
4.
La capitale del nord: il poema come epica dell’alienazione
4.1
Struttura e poetica
La
capitale del nord, pubblicato da Schwarz ed. nel 1959, precede di
pochi mesi la circolazione del su rivista. Majorino vi lavorava da
anni e il testo, in tre capitoli, presenta non poche analogie
strutturali con il poemetto di Pagliarani: «stessa strutturazione
(tre capitoli), coerenza semantica, presenza di una macrostruttura
narrativa» [10].
Anche qui la scena è Milano, anche qui il mondo
del lavoro impiegatizio e bancario fa da sfondo a una vicenda di
formazione (o, meglio, di deformazione) della coscienza. Il
protagonista, Carlo, trova il suo primo impiego in via Larga, presso
un droghiere, e poi in banca; Virginia, uno dei personaggi, è
dattilografa come Carla.
Tuttavia,
la poetica di Majorino è profondamente diversa.
Se
Pagliarani punta a una rifondazione dei generi, Majorino punta,
attraverso l’investimento di una strategia romanzesca, soprattutto
all’ampliamento delle possibilità espressive del discorso in
versi. La sua è un’operazione di espansione, non di frantumazione:
il poema si fa epica dell’alienazione metropolitana, con un respiro
narrativo più ampio e una voce autoriale più riconoscibile.
4.2
Analisi lessicale: la fusione dei sostantivi e la stilizzazione
dell’oralità
Sul
piano lessicale, La capitale del nord presenta caratteristiche
affatto originali. La sintassi mostra frequentemente un aspetto
sconnesso, incidentato, irregolare: si fa ricorso a manovre
ellittiche, all’utilizzo del nominalismo, alla troncatura
improvvisa del discorso e al suo mancato recupero, alla sottrazione
dei verba dicendi.
Il
dato più vistoso è quello che è stato definito un «certo gusto
linguistico per la fusione dei sostantivi»: esempi come
«isolespie sovversivisospetto», «manopiedelingua»,
«un servocapo» testimoniano di una propensione alla junctura
lessicale che ha qualcosa di espressionistico [11].
Queste fusioni
non sono semplici neologismi: esse rispondono a un’esigenza di
condensazione semantica, di addensamento del significato in unità
lessicali ibride che sfuggono alla logica della lingua comune.
Accanto
a questo gusto per la fusione, Majorino mostra una spiccata
attenzione per la «stilizzazione delle movenze scorciate
dell’oralità».
Il
parlato quotidiano — o meglio, cittadino, secondo la definizione di
Raboni — viene filtrato attraverso una prosodia «ironicamente
cadenzata» con cui l’autore deforma sarcasticamente le vicende
dei personaggi [12].
L’antilirismo,
il tenore argomentativo, una certa sentenziosità moralistica sono
gli aspetti che si colgono in questo orientamento a non tenere
separati letteratura e società, per agganciarsi «direttamente a una
realtà non cartacea».
4.3
Metrica e prosodia: la tradizione come base dell’innovazione
Sul
piano metrico, La capitale del nord si distingue per una
scelta apparentemente paradossale: Majorino, nella sua prima opera in
versi, ha preferito i metri della tradizione, endecasillabi e
settenari [15].
Questa scelta non è però un ritorno all’ordine:
essa costituisce, al contrario, la base a partire dalla quale
l’autore gioca la propria partita sperimentale.
Come
è stato osservato, anche rispetto a Pagliarani, Majorino «mantiene
più frequentemente una base ritmica di matrice endecasillabica da
giocare in funzione» di una tensione tra oggettività e
stilizzazione [16].
Non si giunge quindi a soluzioni destrutturanti,
ma si muove tra i due poli dell’oggettività e della stilizzazione.
La
metrica tradizionale diventa così una sorta di scheletro ritmico sul
quale innestare le deformazioni prosodiche e le tensioni espressive
della materia narrativa.
La
sintassi, con la sua sconnessione e irregularità, contribuisce a
questa tensione: la troncatura improvvisa del discorso, la
sottrazione dei verbi dichiarativi, l’uso del nominalismo producono
un effetto di frantumazione che è insieme mimetico — della
caoticità del reale — e critico — della disgregazione della
coscienza sotto la pressione dell’alienazione metropolitana.
4.4
Timbro e sonorità: la polifonia della città
L’analisi
timbrica e sonora de La capitale del nord rivela una dimensione
polifonica di straordinaria complessità. Majorino costruisce quello
che è stato definito un «ipertesto tonale che armonizzava
molteplici assoli, assemblandoli e amalgamandoli al suo interno»: è
come se più voci confluissero nell’unica voce possibile, quella
che «musicava» una socialità poeticamente ricompattata e
rappresentata nella sonorità ricapitolante [13].
Questa
polifonia non è però armonia prestabilita: è piuttosto una
«lievitazione delle varie atmosfere (linguistiche)», una
«magmaticità carica di tensione» in grado di tenere assieme
quelle «molecole spezzate» che sono i personaggi della
storia. La capitale del nord mette insieme, attraverso la
forma-canto, una comunità di individui in realtà slegati, in
concorrenza tra loro; attraverso le loro rappresentanze verbali, essi
entrano a far parte del canto e lì vengono armonizzati. Quasi che
nella forma-canto precipitasse l’equivalente sonoro delle vite
disperse, la cui solitudine era risarcita dalla presenza in un canto.
Il
paesaggio sonoro è quello di una città che è insieme protagonista
e contenitore: Milano, «quel grande contenitore spaziale di
storie e figure che tutti i giorni incrociano il loro destino fino a
formare un’immagine tanto negativa quanto paradigmatica della vita
cittadina durante il decollo industriale del dopoguerra» [14].
La città è intesa come risultante “sonora” dell’accordo
polifonico delle singole voci: non uno sfondo, ma una presenza
acustica totalizzante.
5.
Confronto: due strategie agli antipodi
Il
raffronto tra i due testi rivela una serie di divergenze che
investono la concezione stessa della poesia e del suo rapporto con la
realtà.
La
prima riguarda la funzione del linguaggio. In Pagliarani, la parola è
costantemente messa in crisi: il plurilinguismo, la mimesi
dell’oralità, l’irruzione di materiali extra-letterari servono a
mostrare l’alienazione di Carla come un fatto anzitutto
linguistico. Il processo di reificazione della protagonista è
leggibile nelle pieghe di un discorso che non le appartiene mai
completamente, che la trascende e la determina. In Majorino, al
contrario, il linguaggio è più saldamente controllato dall’autore:
la «frontalità e franchezza del suo rapporto-scontro con la
materia» produce una scrittura che, pur nella sua prosasticità,
non rinuncia a una certa magniloquenza. La capitale del nord è
«letteratura di opposizione, è un testo (anche) politico», dove la
denuncia passa attraverso una voce autoriale che non si nasconde
dietro i personaggi.
La superiorità prospettica del narratore-autore
sul mondo rappresentato impedisce ai personaggi di mantenersi
autonomi e di sfuggire ai pericoli di una eccessiva stilizzazione.
La
seconda divergenza concerne il rapporto tra individuo e città. In
Pagliarani, Milano è una presenza insieme ossessiva e sfuggente: la
città coincide con il percorso della protagonista, ma non si lascia
mai ridurre a sfondo o a simbolo. È una città fatta di capannoni e
di fabbriche, di cielo color di lamiera, di uffici e di tram, ma è
anche un luogo mentale, un labirinto di discorsi in cui Carla si
perde e si ritrova. In Majorino, la città assume una dimensione più
mitica e totalizzante: il vero protagonista del romanzo è Milano,
quel grande contenitore spaziale di storie e figure. La Milano di
Majorino è allucinata, percorsa da una tensione epica che la
trasfigura in una sorta di inferno dantesco, popolato di «crani
animaleschi» e di «vipere» linguistiche.
La
terza divergenza, forse la più significativa, riguarda il
posizionamento degli autori rispetto alla neoavanguardia. Pagliarani,
pur nella sua autonomia, opera all’interno di una solida cornice
teorico-programmatica: la sua sperimentazione è consapevole,
programmatica, orientata a un’erosione dei confini tra poesia e
prosa che ha un preciso orizzonte ideologico. Majorino, invece, pur
condividendo alcune istanze sperimentali, non aderisce mai a un
progetto di gruppo: la sua è una ricerca solitaria, inafferrabile,
che sfugge alle categorizzazioni. La sua poesia non è mai puramente
letteraria: è sempre anche un atto morale, un gesto di resistenza.
Sul
piano metrico, la divergenza è netta: Pagliarani opta per il verso
lungo “a fisarmonica”, per la polimetria spinta, per la
frammentazione grafica; Majorino mantiene una base endecasillabica e
settenaria, giocando sulla tensione tra regolarità metrica e
irregolarità sintattica. Sul piano lessicale, Pagliarani privilegia
il montaggio di frammenti eterogenei, la citazione di linguaggi
altri; Majorino lavora sulla fusione dei sostantivi, sulla
condensazione espressionistica, sulla stilizzazione dell’oralità.
Sul piano timbrico, Pagliarani costruisce un paesaggio acustico
frammentato e dissonante; Majorino elabora una polifonia totalizzante
in cui le voci si armonizzano nella forma-canto.
________
In
definitiva, e concludendo, le due opere rappresentano due risposte
speculari alla stessa crisi: quella della poesia lirica di fronte
alla modernizzazione capitalistica e alla massificazione della vita
urbana. Pagliarani sceglie la via della rifondazione dei generi,
facendo del poema un dispositivo critico che mette in scena
l’alienazione attraverso la moltiplicazione delle voci e la
corrosione del monologo lirico.
Majorino
opta per un’epica dell’alienazione, in cui la città diventa il
teatro di una battaglia morale e politica che non rinuncia a una voce
autoriale forte e riconoscibile.
Entrambi,
però, condividono un’istanza comune: quella di restituire alla
poesia una funzione conoscitiva e critica, di sottrarla
all’autoreferenzialità del lirismo per rimetterla in contatto con
la storia e con la società. In questo senso, la loro opera congiunta
segna una tappa decisiva nella mappa della poesia italiana del
secondo Novecento, ridisegnando i confini tra realismo,
sperimentalismo e impegno.
E
se Pagliarani ha conosciuto una fortuna critica più ampia, Majorino
resta forse il più “eccentrico” e il più inattuale dei due: un
poeta che ha saputo turbare in un paese di “poeti operai” e di
“lirici col tubino”, lasciando un’impronta indelebile nella
storia della nostra lingua poetica. La loro lezione — che la poesia
può e deve essere insieme forma e conoscenza, suono e pensiero —
resta oggi più che mai attuale, in un tempo in cui la parola poetica
rischia di smarrire la propria funzione civile e la propria tensione
etica.
Per la Redazione de Le parole di Fedro
il caporedattore - Sergio Daniele Donati
NOTE
[1]
Cfr. L. Anceschi (a cura di), Linea lombarda: Sei poeti,
Varese, Magenta, 1952. Sulla definizione di “linea lombarda” come
costellazione non di unità stilistica ma di comunanza tematica e di
Weltanschauung, si veda anche G. Luzzi, Poeti della Linea Lombarda
1952-1985, Milano, Nuova Editrice, 1987.
[2]
Per un inquadramento della posizione di Pagliarani all’interno
della neoavanguardia, si veda A. Giuliani, I Novissimi. Poesie
per gli anni ’60, Milano, Rusconi e Paolazzi, 1961, e la
bibliografia critica ivi contenuta. La definizione di “posizione
autonoma e personale” è della Treccani, Enciclopedia Italiana, ad
vocem Pagliarani, Elio.
[3]
Sulla genesi e la struttura de , si veda E. Pagliarani, Altre poesie, Milano, Mondadori, 1962 (ed. definitiva 1978). Il
poemetto fu pubblicato per la prima volta su «Il Menabò» nel 1960.
[4]
Cfr. C. Bello, La poesia di Elio Pagliarani, Roma, Carocci,
2005, in particolare il capitolo dedicato alla rifondazione dei
generi letterari.
[5]
E. Pagliarani, cit. in La testualizzazione del parlato, tesi
di dottorato, Università di Siena, p. 141. Sul plurilinguismo
pagliaraniano si veda anche P. V. Mengaldo, Poeti italiani del
Novecento, Milano, Mondadori, 1978, pp. 233-236.
[6]
F. Curi, La scrittura e la morte, Milano, Mursia, 1980, p.
178. Sulla “polimetria” del si veda anche G. Di Paola, Elio
Pagliarani, Firenze, La Nuova Italia, 1984.
[7]
A. Giuliani, cit. in La testualizzazione del parlato, tesi di
dottorato, Università di Siena, pp. 14-15. L’elenco dei modelli è
tratto da un articolo di Pagliarani uscito su «La Fiera letteraria»
il 3 luglio 1960, pp. 3-4.
[8]
A. Cortellessa, cit. in Le aquilavano più venti, tesi di
dottorato, HAL, 2019, p. 40. La citazione è tratta da un passo in
cui Cortellessa riflette sulla lunghezza del verso pagliaraniano.
[9]
Rintocchi di quotidianità, cit., p. 558. Sulle “rime baciate”
nel si veda anche Ibid., p. 64.
[10]
Sulla genesi de La capitale del nord, si veda G. Majorino, La
capitale del nord, Milano, Schwarz, 1959 (nuova edizione con
introduzione di M. Cucchi, Milano, Mondadori, 2003).
[11]
Cfr. La capitale del nord, cit., pp. 92-97. Sul gusto per la fusione
dei sostantivi si veda anche G. Raboni, Poeti del Novecento,
Milano, Mondadori, 1978, pp. 30-35.
[12]
G. Raboni, cit. in La capitale del nord, introduzione di M.
Cucchi, p. 30. Sulla “frontalità” e “franchezza” del
rapporto-scontro di Majorino con la materia si veda anche Ibid., pp.
31-35.
[13]
La capitale del nord, cit., p. 98. Sulla polifonia e sulla
“forma-canto” si veda anche M. Cucchi, introduzione a La
capitale del nord, cit., pp. 5-25.
[14]
M. Cucchi, introduzione a La capitale del nord, cit., p. 12.
Sulla città come “grande contenitore” si veda anche Ibid., pp.
12-15.
[15]
Cfr. Adnkronos, Letteratura: addio a Majorino, poeta della
sperimentazione plurilinguistica, 20 maggio 2021. Sulla scelta dei
metri tradizionali in Majorino si veda anche Encyclopedia of
Contemporary Italian Culture, ad vocem Majorino, Giancarlo.
[16]
Cfr. Il romanzo in versi dal 1959 al 1970 (Pagliarani, Majorino,
Cesarano), tesi di dottorato, Università di Pisa, p. 46.
Sulla tensione tra oggettività e stilizzazione in Majorino si veda
anche Ibid., pp. 46-52.

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