(Redazione) - Lo spazio vuoto tra le lettere - 59 - Elio Pagliarani: la poesia del reale tra Neoavanguardia e romanzo in versi

 


di Sergio Daniele Donati


Un poeta nato ai margini, cresciuto nella metropoli
Elio Pagliarani nasce a Viserba, vicino Rimini, il 25 maggio 1927, da una famiglia di umili origini: il padre carrettiere e poi vetturino, la madre operaia in una corderia.
Dopo gli studi in Romagna, si trasferisce giovanissimo a Milano, città che diventerà il vero laboratorio della sua poesia, e più tardi a Roma, dove lavora come giornalista — prima per l'"Avanti!", poi come critico teatrale — fino alla morte, avvenuta nel 2012.
Questa biografia di spostamenti e di lavoro giornalistico non è a nostro avviso un dettaglio marginale ma la chiave della sua poetica.
Pagliarani, difatti, porta nei versi il linguaggio e i soggetti del mondo del lavoro — operai, camionisti, manovali, domestiche, dattilografe, commesse — in un'epoca, quella del boom economico, in cui la poesia italiana ufficiale guardava ancora altrove, spesso ad un altrove alquanto evanescente e incongruo.

Dall'endecasillabo al romanzo in versi
Le prime due raccolte, Cronache ed altre poesie (1954) e Inventario privato (1959), mostrano con ogni evidenza un poeta ancora in dialogo con la tradizione lirica novecentesca. Inventario privato si apre con la celebre “Se facessimo un conto delle cose”, componimento che apre la raccolta pubblicata nel 1959 e che recupera spesso l'endecasillabo pur muovendo verso un linguaggio più prosastico, quasi contabile (“un conto delle cose / che non tornano”): la metafora economica applicata al sentimento anticipa già l'attenzione pagliaraniana per il linguaggio del lavoro e della merce.
La svolta arriva nel 1960 con La ragazza Carla, il poemetto che consacra Pagliarani come una delle voci più originali del secondo Novecento.
Ambientato nella Milano del secondo dopoguerra, racconta la storia di Carla Dondi, giovane dattilografa alle prese con il primo impiego e con l'alienazione del lavoro d'ufficio.
L'incipit resta uno dei più citati della poesia italiana, contemporanea e non.
Pochi versi bastano a fissare l'anagrafe minima della protagonista e insieme il suo destino sociale, “diciassette [anni] primo impiego stenodattilo” all'ombra del Duomo — l'immagine del Duomo come sfondo indifferente alla vicenda individuale è tipica del procedimento pagliaraniano, che innesta il dato anagrafico e burocratico, ma anche quello territoriale e di contorno paesaggistico urbano dentro il verso.
Già Umberto Eco, nel 1961, riconosceva nel poemetto un caso esemplare: definiva Pagliarani uno dei pochi giovani maestri della sua generazione, sottolineando nella Ragazza Carla cadenze che alcuni avevano avvicinato a Brecht, pur con un asintattismo sperimentale estraneo al didascalismo del drammaturgo tedesco.
Una prima ipotesi di lettura riguarda proprio il modo in cui il corpo di Carla entra nel testo: non è mai descritto per sé, ma sempre attraverso ciò che il lavoro gli impone — postura da dattilografa, gesti meccanici, stanchezza fisica. Si potrebbe leggere questo procedimento come un'anticipazione, tutta interna alla poesia, di ciò che più tardi la sociologia del lavoro chiamerà “corpo disciplinato” o che, forse, sarebbe meglio dire, di un corpo nella postura della vita.
Il verso stesso, spezzato e arrestato, mimerebbe la frammentazione del gesto lavorativo in serie, tanto che la sintassi diventa essa stessa catena di montaggio.
A questo si affianca un secondo spunto, di natura più formale: la tecnica di Pagliarani — stacchi improvvisi, cambi di piano temporale, inserti di voci diverse senza mediazione narrativa esplicita — è spesso avvicinata al cinema neorealista più che alla poesia lirica.
Vale la pena approfondire il confronto puntuale con il montaggio di registi come Rossellini o Visconti: non si tratterebbe solo di un'affinità tematica (la periferia, il lavoro), ma di una vera trasposizione della sintassi visiva del cinema in sintassi verbale, con stacchi netti fra un'inquadratura-verso e l'altra.
Un terzo elemento merita attenzione: a differenza di molta poesia italiana del dopoguerra, che rappresenta la donna lavoratrice come figura patetica o vittimizzata dall'esterno.
In Pagliarani Carla ha una propria parola, un proprio punto di vista che entra nel tessuto del poemetto, non semplicemente riflesso dallo sguardo maschile del narratore.
È un'ipotesi da sviluppare ulteriormente: quanto questo tratto anticipi, in modo non programmatico, sensibilità che la critica femminista individuerà solo più tardi nella letteratura italiana, facendo di Carla un soggetto e non solo un oggetto di sguardo.

Il linguaggio come cortocircuito: Neoavanguardia e Gruppo '63
La ragazza Carla colloca Pagliarani tra i protagonisti della Neoavanguardia: è presente nell'antologia I Novissimi curata da Alfredo Giuliani nel 1961 e aderisce al Gruppo '63, accanto a nomi come Sanguineti, Eco, Manganelli e Anceschi. Ma a differenza di altri esponenti del gruppo, più interessati alla sperimentazione formale fine a sé stessa, Pagliarani resta ancorato a una tensione narrativa e a un impegno di denuncia sociale: la sua ricerca linguistica nasce dal bisogno di rappresentare l'alienazione del lavoro nella grande città industriale, non da un puro gioco combinatorio sulle parole.
Questo tratto — la fusione fra sperimentalismo linguistico e materia sociale — è ciò che la critica ha definito il suo farsi “romanziere in versi”: un narratore che osserva la storia collettiva attraverso il destino di singoli personaggi, mantenendo però una distanza quasi cronachistica, da reportage giornalistico, coerente con il suo mestiere di redattore.

La ballata di Rudi: trent'anni di gestazione
Il secondo grande “romanzo in versi” di Pagliarani, La ballata di Rudi, ha una storia compositiva lunghissima: concepita nei primi anni Sessanta, viene pubblicata a frammenti nelle riviste durante i decenni successivi e vede la luce come opera compiuta solo nel 1995, vincendo il Premio Viareggio.
Se La ragazza Carla aveva per sfondo Milano, La ballata di Rudi si sposta sulla riviera romagnola e insieme torna alla metropoli, intrecciando le vicende di più personaggi — tra cui la centrale Loredana D'Ambrosio — con la cronaca economica e di costume italiana, dal Dna all'Inps ai grandi scandali finanziari degli anni Ottanta.
Proprio i trent'anni di gestazione dell'opera suggeriscono una quarta ipotesi interpretativa: l'incompiutezza stessa, la scrittura a frammenti pubblicati su rivista nel corso dei decenni, potrebbe non essere soltanto un dato biografico-editoriale ma parte del significato del testo — un libro che “cresce” insieme alla storia italiana che racconta, risultando esso stesso un romanzo di formazione del paese, non solo dei personaggi che vi compaiono.
A questo si collega un quinto spunto, relativo alla lettura in chiave marxista che alcuni critici individuano nell'opera: applicata al paesaggio della riviera romagnola, questa lettura apre alla possibilità che il paesaggio costiero, apparentemente estraneo alla fabbrica e all'ufficio, venga trattato da Pagliarani come un'altra forma di merce — il turismo, l'economia balneare — rendendo la Romagna uno specchio complementare della Milano industriale, non il suo opposto idillico.
Il libro si chiude con uno dei versi più noti di Pagliarani, il celebre “verso a fisarmonica” spezzato su più righe che recita, nella sua sostanza, l'idea che si debba continuare come se non avesse senso pensare che il mare possa appassire: un'immagine di resistenza malinconica e insieme ostinata, spesso letta come testamento poetico dell'autore. Su questo verso si può proporre una sesta ipotesi di lettura: lo spezzamento tipografico non sarebbe soltanto una cifra sperimentale ereditata dalla Neoavanguardia, ma una scelta di natura etica.
La sospensione visiva imiterebbe l'esitazione del pensiero di fronte alla possibilità della fine, trasformando un dubbio esistenziale in un fatto grafico — la pagina stessa che trattiene il respiro prima della parola conclusiva.

Fortuna critica
La critica ha sempre riconosciuto in Pagliarani una posizione originale rispetto alla Neoavanguardia: non un puro sperimentatore linguistico, ma — come è stato scritto — il maggior narratore in versi del secondo Novecento italiano, capace di una tensione fra distanza cronachistica e coinvolgimento nella materia narrata. Andrea Cortellessa, curatore dell'edizione complessiva delle poesie (Tutte le poesie 1949-2011, Il Saggiatore, 2019), ha definito La ballata di Rudi uno dei vertici della letteratura italiana del secondo Novecento, mentre altri critici, come Umberto Fiori, hanno sottolineato piuttosto la difficoltà d'accesso di certi passaggi più cifrati dell'opera pagliaraniana, segno di un dibattito critico ancora aperto sulla sua eredità.

Bibliografi
Opere di Elio Pagliarani
• Cronache ed altre poesie, 1954
• Inventario privato, 1959
• La ragazza Carla, 1960 (poi in La ragazza Carla e altre poesie, Mondadori, 1962)
• I romanzi in versi. La ragazza Carla. La ballata di Rudi, Mondadori, 1997
• La ballata di Rudi, 1995 (Premio Viareggio poesia)
• Tutte le poesie (1949-2011), a cura di Andrea Cortellessa, Il Saggiatore, 2019

Studi critici
• A. Giuliani (a cura di), I Novissimi. Poesie per gli anni '60, Rusconi e Paolazzi, 1961
• U. Fiori, La ragazza Carla, «doppiozero», 4 agosto 2019
• L. Weber, «Pensare che s'appassisca il mare»: economia del paesaggio ne «La Ballata di Rudi» di Elio Pagliarani, Bologna, Clueb, 2010
• M. Marrucci, Note per un commento a La ballata di Rudi di Pagliarani, Atti del XXII Congresso ADI, Roma, Adi editore, 2020
• C. F. Eccher, Il mare appassito. La Ballata di Rudi di Elio Pagliarani, Filozofski Fakultet, 2018

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