(Redazione) - “Il largo e la muta” - nota critica a "La pazienza delle meduse" di Carla Ghisani (Interno Libri Edizioni, 2026) di Sergio Daniele Donati
Cenni alla struttura
La
pazienza delle meduse è la seconda raccolta di Carla Ghisani
dopo Prove di volo (Les Flâneurs, 2022), e nasce già come un
corpo che sa di dover mutare. Si apre con un testo senza titolo e
senza numero di pagina che fissa il gesto d’avvio — «Così mi
avvito su me stessa / come un’erba, come la serpe / sotto il sasso,
mi abbraccio» — e si chiude a p. 118 con un altro rettile, quando
«si è concluso il ciclo del serpente, / nella muta della pelle ci
aspettano i nove anni del cavallo».
Fra
il ripiegamento iniziale e la muta finale corrono otto sezioni:
cinque «Incipit» datati (1978, 1982, 1985, 1986, 1990) e tre senza
anno (VI Dell’amore e di altre strane creature, VII Di
necessità umane, VIII Di mali sottili, guerre e pace). La
data in testa a ogni blocco non è ornamento cronologico, ma il punto
da cui la memoria prende la rincorsa; e ogni rincorsa, senza
eccezione, approda al corpo. Nella sezione del 1985 l’infanzia
contiene già l’adulta — «Adulta, non ero / Nemmeno dopo mezzo
secolo lo sarei diventata» (p. 33) — perché il tempo, qui, non
scorre in avanti: si avvita, come l’io che si avvita su se stesso.
La
figura del titolo compare due sole volte, e proprio in questa
rarefazione sta la sua forza. A p. 9 le meduse sono ancora uno
sciame, un plurale che coincide con le parole stesse: «Ricordo il
momento esatto in cui ho iniziato a cercare le parole, / o forse
hanno cominciato loro a cercarmi / sciame di meduse».
A
p. 62 diventano una virtù al singolare, assegnata all’io: «ho
spalle forti, // la pazienza delle meduse, / a trovare il largo».
Tra i due luoghi passa l’intero percorso del libro. L’asindeto di
p. 62 accosta due fisiologie che sembrano incompatibili — le
spalle, struttura ossea, e la medusa, corpo senza scheletro — e le
compone in un unico movimento verso il largo. Non c’è
contraddizione: c’è muta.
Ciò
che all’inizio era sciame di parole che cercano il soggetto
diventa, alla fine, la pazienza di un corpo che ha imparato a
lasciarsi portare dalla corrente.
Il lessico
A
fronte di numerossisime occorrenze il vocabolario si concentra poi
sulle soglie del corpo e del mondo: «terra» (31), «occhi» (28) e
«sguardo/i» (19), «pelle» (20), «cielo/cieli» (20), «mare/mari»
(17), «ombra/e» (16), «cuore/i» (15), «vento» (14), «ossa»
(11).
L’asse
verticale pende interamente verso il basso: «sotto» ricorre
ventidue volte, «sopra» soltanto due.
Il
libro dunque pare abitare la sottoposizione e la abita con
insistenza quasi rituale: «quasi sempre sotto la superficie / c’è
mare, falda» (p. 10); e ancora, a p. 48, «Adesso mi nascondo sotto
la superficie, / fra l’erba, sotto il pelo dell’acqua, / nel
tronco, sotto la roccia, / nelle celle delle api», dove l’anafora
di «sotto» scava involucri sempre più stretti, sempre più intimi.
Le «branchie» — tre occorrenze soltanto, ma decisive — segnano
il versante opposto e complementare di questa discesa: l’acqua come
ritorno.
A
p. 16 è ipotesi evolutiva («avremo branchie, / abiteremo di nuovo
le acque»); a p. 92 è sostituzione del cuore stesso («oggi ho
branchie, / orche, / al posto del cuore»).
Anche
il volo, con le sue tredici occorrenze tra «volo» e «volare»
e le undici di «ali», procede nella stessa direzione: non verso
l’alto, ma verso il basso. «Ed era un volo in discesa» (p. 57),
«la breve sensazione di volo prima del suolo» (p. 48), «prove di
volo / senza ali, senza vento» (p. 51) — sintagma che richiama, e
insieme supera, il titolo della raccolta precedente. Tre versi di p.
10 condensano l’intera fisica del libro: «Affondare, / dall’alto,
/ è più lento».
Quattro
campi lessicali si intrecciano senza gerarchia e senza soluzione di
continuità. Il primo è clinico e anatomico: «filo di
sutura» (p. 9), «Circolo di Willis» (p. 39), «edemi cerebrali»
(p. 88), «manovra di Heimlich» (p. 92), «Il Parkinson sulla pelle»
(p. 99), «ipermetropia» (p. 112). Il secondo viene dalla
fisica, dalla cosmologia e dalla biologia: «iperspazio» e
Saturno (p. 24), «spirali secondo Fibonacci» (p. 57), «Il sigma di
rottura» (p. 62), «I principi della Fisica rovesciati» (p. 77), i
buchi neri che «hanno infine / risucchiato tutta la luce» (p. 78),
le «bombe mitocondriali al napalm» (p. 110), gli «alveoli
polmonari» e «la clorofilla nelle piante» (p. 117). Il terzo è
bellico: «tiro al piattello» (p. 15), «Linea Maginot» (p.
37), «schegge di granata» (p. 98), «campi minati nel corpo» (p.
101), «carri armati su confini d’aria taglienti come lame» (p.
104). La guerra, qui, non è sfondo: è contemporaneità del corpo e
della storia insieme, e il testo d’apertura le assegna il tempo
presente — «ogni respiro è sacro / in questo tempo di guerra».
Il quarto campo appartiene al mestiere del disegno e alla cultura
scritta: il «tecnigrafo», «la china», «il foglio da lucido»
(p. 12); l’«hapax legomenon» cercato altrove mentre l’io, in
metropolitana, «naviga a vista fra gli umori insulsi / della gente
in attesa» (p. 40); il latino di «Lux perpetua / in umbra» (p.
46); il francese di «Rien ne va plus» e «Les jeux sont faits» (p.
74); il codice binario che, a p. 100, compone la parola «Amore».
A
p. 11 questo lessico lavora in serie nuda: «gatta matassa nido nuda
proprietà lama statua scheggia». Otto parole senza interpunzione
passano dall’animale al tessile, dal riparo alla condizione, dal
diritto all’arma, dall’arte al frammento, e sfuggono a ogni
definizione dell’io. Il «Nessuno deve sapere» che segue chiude in
disparte, ma lascia aperta, proprio grazie all’assenza di virgole,
la lettura giuridica di «nuda proprietà»: e la ricorrenza di
«nuda/nudo» (otto volte nel libro) assume allora tutto il peso di
una condizione di esposizione totale. Le parole della totalità e del
vuoto — «sempre» (28), «mai» (25), «nulla» e «niente» (23
insieme) — presidiano i punti di chiusura come sentinelle. «Al
principio di tutto non c’è passato, / non c’è futuro» chiude
il testo di p. 12; «Nulla sta succedendo, / se tutto è già stato»
chiude quello di p. 16; e la sezione del 1990 si congeda con un
paradosso che è quasi una dichiarazione di poetica: «E che fosse
vero, che niente / è per sempre // Perché tutto, / sempre, / è per
sempre» (p. 66). Un solo aggettivo regge, in profondità, l’intera
struttura semantica del libro: «sottile» (dodici occorrenze con le
sue varianti). La «calma sottile» (p. 16), la «bestia sottile»
(p. 28), l’«inganno sottile alla salvezza» (p. 39), i «mali
sottili» del titolo dell’ultima sezione, e soprattutto «la
sottile membrana invincibile che ci separa dal mondo / e sta fra vita
e morte, fra me e te» (p. 47), a cui risponde, a p. 77, «la parete
sottile che separa un mondo dall’altro». L’emblema di questa
sottigliezza è il corpo stesso della medusa — trasparente, senza
ossa, capace di lasciarsi attraversare — mentre le «ossa» del
libro ne rappresentano la controparte rigida, necessaria e, allo
stesso tempo, destinata a essere abbandonata.
Anche
il verbo del ricordo — quattordici occorrenze tra «ricordo»,
«ricordi», «ricordati», «ricordami» — cambia coniugazione e
direzione man mano che le sezioni avanzano. A p. 9 è memoria attiva:
«Ricordo il momento esatto». A p. 27 diventa richiesta di
sopravvivenza: «Ricordami strana, / libera, / viva, // sola». A p.
74 si sposta nel futuro: «Nella prossima vita, / ti prego, ricordati
di me». A p. 86, nel testo sulla nascita di un figlio, la memoria
cede e lascia spazio a un’altra forma di presenza: «Non ricordo
con nitida certezza / il tuo viso». Il ricordo non è mai semplice
recupero del passato; è sempre un atto di muta.
Suono e ritmo
Il
verso libero oscilla tra due estremi che non si elidono ma si
alimentano: il versicolo da chiusa e il verso lungo che supera le
quindici sillabe, come quello che apre il ricordo delle parole a p.
9. Molti testi terminano con una scalinata di versi spostati verso il
margine destro, e questa disposizione non è solo grafica: disegna la
discesa. «Affondare, / dall’alto, / è più lento» (p. 10), «giù,
nelle falesie / senza ritorno» (p. 15), «Tu sei / la mia luce /
eterna» (p. 46). Queste chiuse hanno andamento di sentenza, e
corrispondono alla «sentenziosità da preghiera in atto» che
Alberto Bertoni indica nella postfazione (p. 123). La rima compare di
rado, e proprio per questo, quando arriva, assume peso di sigillo.
«Confine / fine» (p. 22), con il secondo termine già contenuto nel
primo; «piume / fiume» (p. 45); «festa / tempesta» (p. 59);
«pelle / stelle» (p. 99), che unisce il lessico clinico del
Parkinson a una coppia quasi proverbiale; la terzina «dita / ferita
/ vita» (p. 100); «terra / guerra» (p. 111); «sirene / catene»
(p. 115). A p. 77 una rima porta addirittura la tesi del testo: «ogni
abbandono / è una conquista pura, / cristallina, / di perdono»,
dove «abbandono» e «perdono» incorniciano la gradinata e
trasformano la perdita in conquista.
Sul
piano fonico domina l’imitazione, e l’imitazione non è
ornamento: è modo di far entrare il mondo dentro la parola. Nel
testo d’apertura, «mentre tutto intorno sibila, stride» fa
precedere due verbi onomatopeici da una serie di dentali: la
sibilante di «sibila» e il nesso str- di «stride» portano
il suono dentro il verso e lo fanno vibrare. A p. 15, «Silenzi
tagliano come coltelli / scagliati da lontano da goffi lanciatori, /
domande scavano la gola», una serie di velari — «coltelli»,
«scagliati», «goffi», «scavano», «gola» — dà durezza al
verso e lo fa graffiare. «Rallenta il tempo col meccanismo / del suo
trascorrere che s’ingrippa» (p. 21) accumula nessi consonantici
(tr-sc-rr, gr-) finché il verso stesso si inceppa
insieme al congegno che descrive; il verso seguente, «si morde la
coda e cade all’indietro», recupera scorrevolezza proprio nella
caduta, appoggiandosi alle dentali di «morde», «coda», «cade».
A p. 12, «Sul fondo limaccioso si muove lento / il pesce siluro»
affida a una serie di l l’andatura lenta e limacciosa del
pesce. Due scelte di scrittura regolano, infine, il respiro
dell’intero libro. La prima è la barra obliqua, che racchiude un
secondo livello di voce, spesso il più violento o il più teologico:
«/l’oscenità di ossimori stampata a fuoco a spezzare la schiena/»
(p. 9), «/a nostra immagine e somiglianza/» (p. 16), «/invettiva
indesiderata, sono già morta infinite volte, e resuscitare è
opzione crudele/» (p. 89). La più compressa è
«/madretuapersempre/» (p. 91): quattro parole saldate in un solo
fiato che, leggendo «tua» in due sillabe, danno un settenario con
ictus sulla sesta. La seconda scelta è l’alternanza di blocchi in
prosa a margini pieni e di versi brevi a scalinata. I testi di pp.
27, 46 e 76 aprono con un periodo lungo, senza rallentamenti, e si
concludono con una coda a gradini. Il movimento ricorda la pulsazione
della medusa — contrazione e rilascio — e riecheggia il «ritmo
da extrasistole» di cui scrive Bertoni, che a p. 27 il testo stesso
nomina con i battiti «in petto con ritmo folle e incongruo».
Timbrica
Il
timbro vocalico segue il campo semantico con una fedeltà quasi
fisiologica. Nei luoghi del seppellimento e della notte dominano le
vocali scure, o e u: «Nel cuore dell’ombra» (p.
28), «resta vuoto d’orbite» (p. 28), «Ho un cuore di ossidiana,
// dorme sotto la neve» (p. 58). Le vocali chiare, e soprattutto la
i, affiorano dove il testo imita un suono acuto o una levità:
«mio padre fischia fortissimo, / fischia come a richiamare i cani da
caccia» (p. 28), dove l’anafora di «fischia» porta la i
in posizione tonica; e «come un bacio di libellula scompiglia
l’acqua ferma» (p. 12), dove la l e la i di
«libellula» e «scompiglia» alleggeriscono il verso rispetto al
«Fulmine di rombo lontanissimo» che lo precede, dominato da nasali
e labiali e dalla o di «rombo». La stessa opposizione
attraversa l’intero libro: la o e la u di «tuono»
(p. 59), «luna» (p. 64) e «urna» (p. 48) disegnano il basso; la i
di «fischio» (p. 34), «brividi» (p. 47) e «sottile» disegna il
margine in cui la voce si assottiglia fino a diventare membrana. A p.
34 le due famiglie si toccano e si trasformano l’una nell’altra:
«il suono sommesso delle sue incessanti fusa fino al sonno, / fino
al sottile fischio delle narici di gatta», con la serie di f
e s («fusa», «fino», «fino», «fischio») che imita il
ronfare e lo assottiglia in sibilo.
Anche
il registro della voce cambia con l’interlocutore, e cambia senza
mai perdere coerenza. Il colloquiale ironico — «ve l’assicuro, /
non è cosa, / non si può fare» (p. 33); «prendi la codina sì sì
sì» e «e Baby, guardami» (p. 92) — convive con il registro
gnomico («Nessuno è buono», p. 36) e con quello freddamente
referenziale della scienza («il misterioso anello arterioso alla
base / del cervello», p. 39). Le parole altrui entrano fra apici
singoli e restano brevi, quasi citazioni di un mondo esterno che l’io
registra senza assorbirlo del tutto: «‘Hai quell’aria da gatta
soddisfatta’» (p. 11), «‘Morirai centenaria’ mi dici» (p.
89), «‘Sei qui, ma è come se fossi / già andata via’» (p.
112). Al discorso altrui la voce risponde con un periodo lungo o con
una battuta asciutta, ma risponde sempre. Il «tu» è un
destinatario mobile — l’amante, il figlio (pp. 86 e 90), il morto
a cui si smette di parlare (p. 109), il compagno il cui padre viene
disseppellito (p. 116) — e proprio questa mobilità permette al
libro di tenere insieme l’intimità e la storia, il privato e il
pubblico, senza mai sciogliere l’uno nell’altro.
Significati e significanti
La
poetica di La pazienza delle meduse procede per sottrazione, e
la sottrazione non è impoverimento: è metodo. Le parole cercano il
soggetto (p. 9), poi riconoscono la propria inadeguatezza — «Perché
nessuna parola / è capace di dire chi siamo noi» (p. 38), «nessuna
parola / nessun diagramma / può dire all’altro chi siamo» (p. 59)
— e infine trovano una funzione ridotta e concreta. A p. 83 lo
scrivere diventa «come levare un tappo / a una vasca troppo piena»,
e l’ambizione si fa minima e perciò assoluta: «Qualcosa, / a
salvare qualcosa / di noi». Tra la medusa-parola di p. 9 e la
pazienza di p. 62 passa esattamente questo ridimensionamento: lo
scrivere accetta di lavorare a scala di insetto, di rosa, di
frammento, e proprio in questa scala ritrova la propria necessità.
L’identità
si costruisce per estraneità crescente, e l’estraneità non è
perdita ma conquista di uno sguardo. Il testo di p. 33 parte da un
vincolo sociale enunciato con tono comico e amaro insieme —
«scendere dagli alberi a gambe chiuse» — e subito lo allarga a
una condizione generale: «mai bambina, / mai adulta, / mai del tutto
umana» (p. 27), «L’alieno che ancora sono» (p. 86), «tutti
quanti stranieri al mondo» (p. 72), «straniero alla terra, /
assente alla guerra» (p. 111). La mediazione passa per l’animale —
«animale fra le anime» (p. 35) — che dà all’io un corpo di
preda e di predatore insieme e gli permette di nominarsi attraverso
specie diverse: gatta, lupa, falena, carapace. Non c’è metafora
decorativa: c’è metamorfosi continua.
Il
lutto ricorre come cellula di partenza e, insieme, come forma di
conoscenza. La scena d’apertura, con «il bambino» nato morto e
«quella bara piccolissima, / bianca scatola di legno laccato opaco»
(p. 10), ritorna come immagine di «bambole rotte»: «la bambola che
ero è nata già rotta» (p. 64), «Bambini come bambole rotte
sepolti in mare» (p. 88). Nel secondo luogo l’immagine esce dalla
biografia ed entra nella cronaca; il testo autorizza questa lettura
con l’identità stessa della formula. Il padre che fischia nella
notte a p. 28 trova un controcanto nel padre del compagno a p. 116,
«vittima della follia omicida», dove l’urna «in piena luce /
satura la stanza». Il paradosso di p. 89 — «Pensa a te stesso, io
voglio morire / ancora viva» — respinge l’augurio di longevità
dell’altro e rivendica l’intensità dell’io fino al termine.
L’amore, infine, occupa le ultime tre sezioni come riparo e rischio
insieme: «A quali vette porta / il desiderio // A quali disastrose
cadute, / l’amore» (p. 51). L’eros mantiene l’altezza e la
caduta nello stesso respiro; la solitudine di p. 27, «sola», trova
risposta in «Siamo stati insieme, / mai soli» (p. 79); e il chiasmo
di p. 103 — «La mia pace, sei tu / La pace, sono io» — risolve
nella coppia la sezione intitolata «guerre e pace».
Affinità e dialoghi sottesi
La
scrittura di Ghisani dialoga, senza mai citare esplicitamente, con
alcune linee forti della poesia del Novecento e oltre. Il gesto di
avvitarsi e scendere, la predilezione per il «sotto» e per la
membrana sottile, richiamano la discesa montaliana — non quella dei
limoni e del «male di vivere» in superficie, ma quella più tarda e
sepolcrale degli Ossi di seppia e soprattutto di La bufera,
dove il corpo e la storia si intrecciano sotto una superficie che non
protegge più. Allo stesso tempo, l’insistenza sul ritmo
irregolare, sull’extrasistole, sulla voce che si spezza e riparte,
dialoga con Amelia Rosselli: non per imitazione della frammentazione
sintattica, ma per la stessa urgenza di far passare la violenza del
corpo e della storia attraverso una lingua che non vuole
addomesticarli. Il «ritmo da extrasistole» che Bertoni legge nella
postfazione e che il testo stesso nomina a p. 27 trova in Rosselli
un’antenata diretta.
C’è,
inoltre, una linea di continuità con la poesia che ha fatto del
corpo femminile un luogo di muta e di resistenza. L’immagine della
bambola già rotta, della gatta, della lupa, della medusa senza
scheletro, riecheggia, a distanza, certe zone di Alda Merini e, più
indietro, di Antonia Pozzi: non nel tono confessional, ma nella
capacità di trasformare la ferita in forma. Dove Merini spesso alza
la voce fino all’invocazione, Ghisani la abbassa fino al sibilo e
alla membrane; dove Pozzi cerca ancora una purezza possibile, Ghisani
accetta la nuda proprietà dell’esposizione. Il dialogo più
interno, però, resta quello con se stessa: La pazienza delle
meduse continua e insieme supera Prove di volo. Le «prove
di volo / senza ali, senza vento» di p. 51 non sono più tentativi
di elevazione; sono già voli in discesa. La muta ha sostituito
l’ascesa.
Infine,
sul piano della costruzione formale, le chiuse a gradini e la
rarefazione della rima come sigillo ricordano certe soluzioni di
Giuseppe Ungaretti e, più vicino a noi, di alcuni testi di Giovanni
Giudici e di Milo De Angelis: la parola portata all’osso, la
sentenza che chiude senza chiudere. Ma in Ghisani l’osso è
destinato a essere lasciato; resta la medusa. È proprio questa
disponibilità a restare senza scheletro, a lasciarsi attraversare
dalla corrente, ciò che distingue la sua voce e la colloca, con
naturalezza e senza enfasi, in una genealogia di poeti che hanno
scelto la sottigliezza come forza.
Coerenza e forza della raccolta
La
raccolta ha una coerenza figurale rara. Un’unica immagine — il
corpo che si ripiega, muta e si lascia portare — governa lessico,
ritmo e struttura, e questa coerenza non è monotonia: è
intensificazione. Le ali ferite ritornano — «ali strappate» (p.
22), «ali spezzate» (p. 78), «ali bruciate» (p. 100) — e ogni
ritorno le carica di un dettaglio nuovo, fino alle «fiammelle / di
zucchero e assenzio» che, nell’ultima occorrenza, trasformano la
ferita in combustione dolce e amara insieme. Il lessico della
catastrofe storica non è prestito esterno: è modo di misurare la
ferita privata sulla scala della storia. «Olocausto interiore» (p.
36) alza la posta perché la posta è alta; il «gatto di
Schrödinger» (p. 116) e lo «spettro di Kierkegaard» (p. 118) non
sono citazioni di repertorio, ma punti di contatto tra la fisica
quantistica, la filosofia e il corpo che abita entrambi. Accanto a
questi, e con pari forza, sta il «Circolo di Willis», dove il
termine tecnico regge da solo l’intero senso del testo. Non c’è
gerarchia tra sapere specialistico e sapere della carne: c’è
un’unica lingua capace di contenerli entrambi.
I
testi più forti si ancorano a una scena concreta e, proprio perché
concrete, le scene irradiamo. A p. 34 il gatto salvato dal fiume e i
cuccioli «chiusi in sacchetti di plastica» creano una durezza che
non ha bisogno di lessico cosmico per reggere. A p. 92 la giostra di
Livorno, con il giostraio che salva un bambino soffocato da una
caramella, regge fino alla frase che dà il tono all’intero libro:
«La vita ti uccide in modo assai meno garbato / di una caramella di
zucchero». A p. 108 compaiono i luoghi milanesi di «Via Ponzio a
Venezian», dove «si intersecano vita, malattia» e i «carri
funebri» «resecano i bordi / fra speranza e commiato». In questi
punti il «sotto» del libro smette di essere categoria e diventa
dettaglio: e la medusa smette di essere emblema e diventa un modo di
stare nel mondo — attesa, trasparenza, corrente.
_____________
Così
il libro chiude il cerchio che aveva aperto. Dall’avvitamento
iniziale sotto il sasso alla muta finale del serpente, dalla ricerca
delle parole-sciame alla pazienza che trova il largo, La pazienza
delle meduse non racconta una storia: costruisce una fisiologia.
Una fisiologia del corpo che scende, che si lascia attraversare, che
accetta di non avere scheletro e proprio per questo sa nuotare. Le
spalle forti e la medusa senza ossa non si contraddicono: si
completano. L’una regge; l’altra attende. Insieme, e solo
insieme, trovano la corrente.
Non
c’è, in queste pagine, consolazione facile. C’è, invece, una
forma di fedeltà ostinata al presente — al «tempo di guerra» in
cui «ogni respiro è sacro» — e una forma di fiducia, altrettanto
ostinata, nella possibilità di mutare senza tradire. La medusa non
fugge la corrente: la aspetta. E quando la corrente arriva, la porta.
Questo, e non altro, è il largo.
Per
la Redazione de Le parole di Fedro
Il
caporedattore – Sergio Daniele Donati
[N.D.R]
- Le citazioni e i rimandi di pagina seguono la bozza di stampa; la
barra obliqua indica l’accapo. I conteggi lessicali riguardano il
corpo dei testi poetici, escluse postfazione e ringraziamenti.
Nota biobibliografica
Carla
Ghisani (Cremona, 1969) vive fino ai vent’anni in un paese al
confine con il parmense, sul fiume Po. Del grande fiume vive campi e
natura, inondazioni e un’infanzia brevemente spensierata. La vita
la porta ad abitare in varie regioni e città d’Italia. Onnivora in
letteratura, appassionata di arte ed architettura, biologia e
scienze, atea, esteta, tendenzialmente apolide, ama le parole, gli
spazi aperti, le piante. Gli animali, umani inclusi. Il mare e il
cielo, sopra ogni cosa. Lavora come Segretaria scientifica/Case
manager in Fondazione Istituto dei Tumori, a Milano. Pubblica nel
2022 Prove di volo, Les Flaneurs Edizioni.

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