Poesie inedite di Tania Chimenti - con nota critica di Sergio Daniele Donati
I testi qui raccolti costituiscono un ciclo di inediti di Tania Chimenti che si colloca, per densità espressiva e per nitidezza di sguardo, in una zona intermedia fra la poesia diaristica e la meditazione filosofica sul quotidiano.
Non si tratta di un canzoniere unitario nel senso tradizionale, bensì di una sequenza di nuclei lirici autonomi, legati da un medesimo temperamento: l’osservazione minuziosa del dettaglio banale che, per eccesso di fedeltà al reale, si rovescia in allegoria della condizione contemporanea.
Gli animali e gli oggetti che popolano questi versi – pinguini, pesci dell’abisso, cavalli disegnati nelle pieghe dei pantaloni, sgabello Ikea, monopattino, tapparella abbassata – assolvono una funzione di rivelazione. La fedeltà dei pinguini, «automí silenziosi / lavoratori stanchi / in fila davanti alla timbratrice», non è solo un’immagine ironica del lavoro salariato: è il ritratto di una esistenza che ha interiorizzato la devozione all’azienda fino a diventare automatismo, e che, nel privato, simula la data della pensione sul sito Inps. La malinconia nasce dalla consapevolezza di questa doppia simulazione: la missione pubblica e la speranza privata di «una felicità colta al volo».
Un secondo nucleo tematico riguarda la morte e la cura. Nel testo dedicato allo sgabello Bolmen e alle scarpe parallele, la morte interrompe la routine dell’accudimento: «Da qualche giorno la tapparella / resta abbassata. / La morte, più di noi, / anticipa i suoi doveri». L’osservazione è di una sobrietà quasi documentaria, e proprio per questo efficace. Non vi è lamento, ma registrazione di un’assenza che rende visibile ciò che prima era abitudine dello sguardo. La dirimpettaia che richiamava al dovere con lo sguardo, l’anziana che tendeva le calze: piccoli gesti che, una volta interrotti, rivelano la loro densità etica.
La brevità estrema di alcuni componimenti («Dopo il giorno zero ogni vita / divora sabbia e la chiama pane, / scava nel vuoto, ma senza fame») richiama la tradizione dell’epigramma moderno e, insieme, certe aperture ungarettiane. Il «giorno zero» allude a una cesura storica o esistenziale dopo la quale ogni nutrimento è impostura e ogni scavare è privo di appetito. La densità metaforica è alta, ma resta ancorata a un lessico concreto: sabbia, pane, vuoto, fame.
Particolarmente riuscita è la riflessione sull’anima come «pesce dell’abisso». L’immagine, di matrice quasi scientifica (la differenza di pressione che lacera il corpo risalito in superficie), diventa allegoria della vulnerabilità interiore: ogni tentativo di mostrarsi agli «adorati altri, i compassionevoli altri» provoca collasso. L’anima esibisce la propria trasparenza solo in profondità; in superficie si sfigura. Si tratta di una delle formulazioni più nette del ciclo, e di una delle più consapevoli rispetto al rischio della poesia confessionale.
Il registro si fa talvolta più ironico e sociale, come nel testo sul monopattino che si schianta e sulla guida come «osservatorio / di questa fretta in fotogrammi». Qui la poesia intercetta la precarietà urbana, la sanità che annega nelle carte, la tristezza curata con una birra. L’amico tassista che ammonisce «Diffida di chi guida col cappello» introduce una nota di saggezza popolare che bilancia l’osservazione sociologica. Altrove, nei testi sull’amore e sul disamore, il tono si fa più duro e fisico: l’amore e la sua negazione «scendono fino / a stringere / lacci sulle caviglie» e producono «necrosi».
Gli aggettivi spariscono, gli articoli restano indeterminativi: la lingua stessa registra lo svuotamento.
Un filo rosso attraversa l’intero ciclo: la domanda su chi sia ancora vivo, sulla possibilità di lasciare «accostata / la porta dei mondi», sull’acufene come «conferma d’infinito». La poesia di Chimenti non offre consolazioni. Offre piuttosto una forma di fedeltà allo sguardo, anche quando lo sguardo registra la fatica, la simulazione, la morte anticipata, la difficoltà di mostrare l’anima. In questo senso i testi dialogano con la seconda silloge dell’autrice, Versi orfani di ignoto destinatario (2024), dove già la parola si rivolgeva a un destinatario assente o incerto. Qui l’assenza diventa condizione strutturale, e la parola tenta di abitarla senza riempirla di retorica.
Formalmente, i componimenti prediligono il verso libero, la scansione breve, l’enjambement che isola i termini chiave, l’uso di oggetti di marca (Ikea, Bolmen) che ancorano il discorso a un presente riconoscibile. L’ironia non è distacco: è lo strumento con cui la voce resiste alla sentimentalità e, insieme, alla disperazione. Il risultato è una poesia che osserva il quotidiano con precisione quasi etnografica e, nel momento stesso dell’osservazione, lo trasfigura in figura esistenziale.
Questi inediti confermano una voce già matura, capace di tenere insieme il dettaglio minimo e l’orizzonte filosofico, l’ironia sociale e la meditazione sulla mortalità. Meritano di entrare nel discorso critico sulla poesia italiana contemporanea proprio per la loro capacità di dire il tempo presente senza retorica e senza rassegnazione.
I TESTI
I
Che malinconia la fedeltà dei pinguini:hanno ali che trascinano a terra
come automi silenziosi
lavoratori stanchi
in fila davanti alla timbratrice,
immolati alla devozione per l’azienda.
Così impigriti al mattino
scivoliamo nella vestaglia,
svogliati andiamo in cucina
a preparare il primo caffè,
ciabattando con pantofole larghe
come pagaie affondate nel pavimento,
spinti in avanti da un’unica
ostinata direzione di marcia.
A guardarci dall’esterno
nessuno penserebbe mai
che abbiamo passato la serata
sul sito Inps a simulare
la data della pensione.
Tutta la vita a fingere una missione!
sperando forse, all’ultimo giorno,
nel miracolo di una felicità colta al volo.
come automi silenziosi
lavoratori stanchi
in fila davanti alla timbratrice,
immolati alla devozione per l’azienda.
Così impigriti al mattino
scivoliamo nella vestaglia,
svogliati andiamo in cucina
a preparare il primo caffè,
ciabattando con pantofole larghe
come pagaie affondate nel pavimento,
spinti in avanti da un’unica
ostinata direzione di marcia.
A guardarci dall’esterno
nessuno penserebbe mai
che abbiamo passato la serata
sul sito Inps a simulare
la data della pensione.
Tutta la vita a fingere una missione!
sperando forse, all’ultimo giorno,
nel miracolo di una felicità colta al volo.
II
Sgabello Bolmen, plastica Ikea,
dove sedevi a fumare sul balcone.
Scarpe da ginnastica, parallele;
il vetro della finestra, pulito.
L’anziana che accudivi
pareva felice, mentre tendeva
le sue calze sullo stendino.
Ti distraevi il tempo d’una sigaretta:
piccole abitudini degli occhi.
Avrei voluto guardarmi
con la tua prospettiva,
la tua dirimpettaia che con lo sguardo
ti richiamava al dovere.
Da qualche giorno la tapparella
resta abbassata.
La morte, più di noi,
anticipa i suoi doveri.
Sgabello Bolmen, plastica Ikea,
dove sedevi a fumare sul balcone.
Scarpe da ginnastica, parallele;
il vetro della finestra, pulito.
L’anziana che accudivi
pareva felice, mentre tendeva
le sue calze sullo stendino.
Ti distraevi il tempo d’una sigaretta:
piccole abitudini degli occhi.
Avrei voluto guardarmi
con la tua prospettiva,
la tua dirimpettaia che con lo sguardo
ti richiamava al dovere.
Da qualche giorno la tapparella
resta abbassata.
La morte, più di noi,
anticipa i suoi doveri.
III
Dopo il giorno zero ogni vita
divora sabbia e la chiama pane,
scava nel vuoto, ma senza fame.
Dopo il giorno zero ogni vita
divora sabbia e la chiama pane,
scava nel vuoto, ma senza fame.
IV
Non è previsto un verso per il volo
L’ala è sempre ala
Anche se la leggi al contrario
oggi mi sono schiantata
sulla Terra
ho invertito
La retorica del volo
Non è previsto un verso per il volo
L’ala è sempre ala
Anche se la leggi al contrario
oggi mi sono schiantata
sulla Terra
ho invertito
La retorica del volo
V
Se ci penso, ho la sensazione
che ogni volta che cerchiamo
di mostrare la nostra anima agli altri —
gli adorati altri, i compassionevoli altri —
ogni volta la sento collassare.
Così mi sono convinta
che l’anima è un pesce dell’abisso:
esibisce la sua stupefacente trasparenza
solo in profondità,
e, risalita in superficie,
si lacera, si sfigura, si distrugge
per differenza di pressione.
Se ci penso, ho la sensazione
che ogni volta che cerchiamo
di mostrare la nostra anima agli altri —
gli adorati altri, i compassionevoli altri —
ogni volta la sento collassare.
Così mi sono convinta
che l’anima è un pesce dell’abisso:
esibisce la sua stupefacente trasparenza
solo in profondità,
e, risalita in superficie,
si lacera, si sfigura, si distrugge
per differenza di pressione.
VI
Il monopattino si schianta
sulla portiera distratta di un’auto,
mentre chiude la consegna
per un impiegato che, in ascensore,
già risale.
La guida si fa osservatorio
di questa fretta in fotogrammi:
corpi tesi a raggiungere un divano,
il rito di una partita, la nazionale.
Queste schegge di asfalto e luci
danno ragione al mio amico tassista:
«Diffida di chi guida col cappello».
Mettono la freccia a sinistra
per poi svoltare a destra.
Ed è subito politica, sanità,
il conto salato di una tosse
mentre il medico annega nelle carte;
per farsi ascoltare il petto
servirà uno specialista,
per curare la tristezza
ci faremo bastare una birra.
Il monopattino si schianta
sulla portiera distratta di un’auto,
mentre chiude la consegna
per un impiegato che, in ascensore,
già risale.
La guida si fa osservatorio
di questa fretta in fotogrammi:
corpi tesi a raggiungere un divano,
il rito di una partita, la nazionale.
Queste schegge di asfalto e luci
danno ragione al mio amico tassista:
«Diffida di chi guida col cappello».
Mettono la freccia a sinistra
per poi svoltare a destra.
Ed è subito politica, sanità,
il conto salato di una tosse
mentre il medico annega nelle carte;
per farsi ascoltare il petto
servirà uno specialista,
per curare la tristezza
ci faremo bastare una birra.
VII
Promettiamoci
che chi andrà via prima
lascerà accostata
la porta dei mondi.
Resterà un acufene,
un sibilo remoto,
specchio d’acqua
a capovolgersi con gli alberi:
conferma d’infinito.
Dimmi, adesso:
chi di noi è ancora vivo?
Promettiamoci
che chi andrà via prima
lascerà accostata
la porta dei mondi.
Resterà un acufene,
un sibilo remoto,
specchio d’acqua
a capovolgersi con gli alberi:
conferma d’infinito.
Dimmi, adesso:
chi di noi è ancora vivo?
VIII
Quando piange il mare
le onde vedo giunte
in una preghiera
che non so più fare.
Da bambina la maestra
se piangevo mi diceva
che avrei riempito il mare.
Ora che non temo più l’iperbole
confesso che è un peccato
riempire chi è già di suo
colmo d’azzurro.
Quando piange il mare
le onde vedo giunte
in una preghiera
che non so più fare.
Da bambina la maestra
se piangevo mi diceva
che avrei riempito il mare.
Ora che non temo più l’iperbole
confesso che è un peccato
riempire chi è già di suo
colmo d’azzurro.
IX
Tu ami gli animali,
così tra le pieghe dei pantaloni
si formano gli occhi silenziosi
di un cavallo, e più giù la sua
bocca leggera, al tuo comando,
al nitrire ironico, quando mi
dici che non mi basta più
guardare le forme delle nuvole
e ascoltare le parole del ventilatore.
«Vieni giù» mi dici.
Per rotolarsi è richiesta la terra,
il fango.
Tu ami gli animali,
così tra le pieghe dei pantaloni
si formano gli occhi silenziosi
di un cavallo, e più giù la sua
bocca leggera, al tuo comando,
al nitrire ironico, quando mi
dici che non mi basta più
guardare le forme delle nuvole
e ascoltare le parole del ventilatore.
«Vieni giù» mi dici.
Per rotolarsi è richiesta la terra,
il fango.
X
Così ci hanno sparpagliati,
come il croupier sul tavolo le fiches.
A giochi fatti siamo ancora qui
a tentare la fortuna di ritrovarci.
È per questo che subiamo
il fascino del gioco, la sua ipnosi:
«A me gli occhi»
e noi li abbassiamo.
Perché sprofondare nell’abisso interiore
richiede fiducia:
nel richiamo di chi ti fa cadere,
e poi ti rianima.
Così ci hanno sparpagliati,
come il croupier sul tavolo le fiches.
A giochi fatti siamo ancora qui
a tentare la fortuna di ritrovarci.
È per questo che subiamo
il fascino del gioco, la sua ipnosi:
«A me gli occhi»
e noi li abbassiamo.
Perché sprofondare nell’abisso interiore
richiede fiducia:
nel richiamo di chi ti fa cadere,
e poi ti rianima.
XI
Ehi bimba,
non ti sentire superiore,
non guardare chi urla o chi tace,
perché le coppie collaudate, quelle vere,
a tavola spesso si mandano a fanculo.
Ehi bimba, col tuo fidanzatino,
la rosa al centro e il sushi nel piatto,
sembrate un quadro dentro una vetrina.
Credi nell’amore? Fai bene.
Ma ascolta
prima impari il disamore,
più a lungo durerà il tuo amore.
Quello collaudato dentro un piatto
rotto, e vestiti impregnati di arrosto.
Ehi bimba,
non ti sentire superiore,
non guardare chi urla o chi tace,
perché le coppie collaudate, quelle vere,
a tavola spesso si mandano a fanculo.
Ehi bimba, col tuo fidanzatino,
la rosa al centro e il sushi nel piatto,
sembrate un quadro dentro una vetrina.
Credi nell’amore? Fai bene.
Ma ascolta
prima impari il disamore,
più a lungo durerà il tuo amore.
Quello collaudato dentro un piatto
rotto, e vestiti impregnati di arrosto.
XII
L’amore e la sua negazione
sono eclissi di tutto
hanno verbi che strappano
senza presagio di durata.
Scendono fino
a stringere
lacci sulle caviglie
e insistono su legamenti,
muscoli e nervi.
Non ci sono aggettivi,
gli articoli sono indeterminativi.
Quando il sangue
non sgorga più,
la necrosi del disamore
intinge i grigi tessuti.
Qualcuno, chiunque o nessuno
potrebbe forse fare qualcosa?
Qui è l’intuito che frana.
L’amore e la sua negazione
sono eclissi di tutto
hanno verbi che strappano
senza presagio di durata.
Scendono fino
a stringere
lacci sulle caviglie
e insistono su legamenti,
muscoli e nervi.
Non ci sono aggettivi,
gli articoli sono indeterminativi.
Quando il sangue
non sgorga più,
la necrosi del disamore
intinge i grigi tessuti.
Qualcuno, chiunque o nessuno
potrebbe forse fare qualcosa?
Qui è l’intuito che frana.
NOTE BIOBIBLIGRAFICHE
TANIA CHIMENTI
È nata a Bari nel 1968. Da sempre legata alla sua città natale, è qui che ha completato gli studi scientifici e conseguito la laurea in Giurisprudenza. Ha partecipato a diversi concorsi ricevendo menzioni di merito e le sue liriche sono presenti in alcune antologie. Ha pubblicato la sua prima silloge poetica "Abbracciami Cielo" (Wip, Bari, 2023) e la seconda “Versi orfani di ignoto destinatario” (Macabor, Cosenza, 2024).

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