(Redazione) - Anfratti - 20 - La luce
Tra lo scuro e il chiaro si viaggia per un tempo indistinto sulla scia della notte, a rincorrere i primi raggi di sole.
Sono
le sei e mezza del mattino, è sabato. Un sabato come tanti,
abbandonato a se stesso. I lampioni delle strade sono ancora accesi,
ma si stanno affievolendo dentro il ventre della luce a venire.
La
via in cui abito è a senso unico. Al momento non passa nessuno,
tranne il mio avanzare veloce e un’auto improvvisatasi fantasma che
viaggia nella direzione opposta al senso comune. Avessi attraversato
la strada un paio di secondi prima mi avrebbe centrata, forse ferita
o uccisa.
Ma
non è il tempo della fine. Il giorno comincia proprio adesso,
all’imbrunire, quando la speranza della luce si radica nei ricordi
del giorno prima, nella consapevolezza dell’atavico ritmo
giorno-notte e notte-giorno.
Mi
soffermo ad osservare il bolide impazzito che forse ha confidato
nella stanchezza delle persone, nella protezione della notte. Invece
il manto oscuro si è già divelto, non protegge più chi si reca al
lavoro o vagabonda silenzioso dopo una lunga serata in qualche
locale.
Il
semaforo è rosso. Una donna con gambe a trampoli e l’uomo con
gambe normali, entrambi provvisti di valige a rotelle attraversano la
strada senza curarsene. Ne prendo atto, non si vedono altre auto in
giro, nonostante ciò, attendo il verde; in parte per i rimasugli di
una coscienza ancora assonnata, in parte per rispettare i bambini che
possono trovarsi nelle vicinanze e scoprire il mio reato. Sorrido,
perché a quest’ora i bambini sono a letto.
Poco
più avanti, mentre il venticello fresco di fiume e stelle attraversa
i miei capelli e mi fa quasi volare con loro, raggiungo il panificio.
La luce potente e la fragranza del pane coinvolgono il marciapiede,
il mio volto, attraendolo a sé, verso il piccolo mondo del fornaio,
che sorprendo dietro il bancone con due occhi stralunati, fondi di
levataccia e fatica. Mi guarda, riconosce e saluta con un sorriso.
Gli faccio un cenno con la mano e gli occhi illuminati di fresco, a
passo veloce, con il vento tra i capelli e lo zaino sulle spalle.
Intanto ascolto un messaggio vocale della mia amica che si trova a un
migliaio di chilometri da questo marciapiede, dal venticello
capriccioso e dal fornaio che saluta.
Una
cinquantina di metri più avanti sento la voce di una bambina di
circa tre anni, che dovrebbe essere a letto, accartocciata tra le
braccia del padre, sorridente e forte. Sussurra qualcosa che fa
divertire lui e me, di passaggio. Si raccontano storie a vicenda,
continuando a sorridere, nella strada semideserta, tra gli alberi del
viale, ancora per poco signori del tempo e dello spazio, e la mia
camminata veloce. Li sorpasso e attraverso l’ennesima strada,
facendo molta attenzione a come mi comporto, da buon esempio per la
piccola e per chi mi potrebbe osservare da una finestra del secondo o
terzo piano.
Un
uomo accompagna il cane oppure il cane accompagna l’uomo da qualche
parte. Indossa i sandali e i calzini (l’uomo) e non ha l’aria di
rincorrere la luce. È spettinato, porta occhiali leggermente
sghembi, appoggiati alla meno peggio, tanto per vederci qualcosa.
Forse approfitterà della passeggiata per acquistare il pane. Ma
questo non lo potrò mai sapere, perché devo continuare il mio
viaggio.
Una
foglia sgomina il vento e si scaraventa sul mio braccio. Penso
all’autunno che prima o poi ne ammucchierà molte di foglie. Le
foglie sopra e quelle sotto definiscono le stagioni. Anche le persone
sopra e quelle sotto.
Arrivo
alla metropolitana, scendo le scale lasciando un messaggio vocale
alla mia amica che si trova in un giardino mille chilometri più a
sud e prendo per un pelo la metro. L’essere affannata mi fa
respirare profondamente, mi regala energia e curiosità. Alcune
persone sfatte siedono nel vagone, in attesa. Altre due si recano al
lavoro, vestite da cameriere, nere e bianche. Anche i volti sono neri
e bianchi.
Scendo
alla mia stazione, saltello sulla scala mobile, sfioro una coppia
alquanto strana che pare non riesca a sorreggersi se non a vicenda,
salgo le scale e con l’ultimo balzo all’esterno giungo alla
Piazza ‘Hauptwache’,
poi ancora due passi e…
La
luce…

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