(Redazione) - Anfratti - 20 - La luce

A cura di Alessandra Brisotto

Tra lo scuro e il chiaro si viaggia per un tempo indistinto sulla scia della notte, a rincorrere i primi raggi di sole.
Sono le sei e mezza del mattino, è sabato. Un sabato come tanti, abbandonato a se stesso. I lampioni delle strade sono ancora accesi, ma si stanno affievolendo dentro il ventre della luce a venire.
La via in cui abito è a senso unico. Al momento non passa nessuno, tranne il mio avanzare veloce e un’auto improvvisatasi fantasma che viaggia nella direzione opposta al senso comune. Avessi attraversato la strada un paio di secondi prima mi avrebbe centrata, forse ferita o uccisa.
Ma non è il tempo della fine. Il giorno comincia proprio adesso, all’imbrunire, quando la speranza della luce si radica nei ricordi del giorno prima, nella consapevolezza dell’atavico ritmo giorno-notte e notte-giorno.
Mi soffermo ad osservare il bolide impazzito che forse ha confidato nella stanchezza delle persone, nella protezione della notte. Invece il manto oscuro si è già divelto, non protegge più chi si reca al lavoro o vagabonda silenzioso dopo una lunga serata in qualche locale.
Il semaforo è rosso. Una donna con gambe a trampoli e l’uomo con gambe normali, entrambi provvisti di valige a rotelle attraversano la strada senza curarsene. Ne prendo atto, non si vedono altre auto in giro, nonostante ciò, attendo il verde; in parte per i rimasugli di una coscienza ancora assonnata, in parte per rispettare i bambini che possono trovarsi nelle vicinanze e scoprire il mio reato. Sorrido, perché a quest’ora i bambini sono a letto.
Poco più avanti, mentre il venticello fresco di fiume e stelle attraversa i miei capelli e mi fa quasi volare con loro, raggiungo il panificio. La luce potente e la fragranza del pane coinvolgono il marciapiede, il mio volto, attraendolo a sé, verso il piccolo mondo del fornaio, che sorprendo dietro il bancone con due occhi stralunati, fondi di levataccia e fatica. Mi guarda, riconosce e saluta con un sorriso. Gli faccio un cenno con la mano e gli occhi illuminati di fresco, a passo veloce, con il vento tra i capelli e lo zaino sulle spalle. Intanto ascolto un messaggio vocale della mia amica che si trova a un migliaio di chilometri da questo marciapiede, dal venticello capriccioso e dal fornaio che saluta.
Una cinquantina di metri più avanti sento la voce di una bambina di circa tre anni, che dovrebbe essere a letto, accartocciata tra le braccia del padre, sorridente e forte. Sussurra qualcosa che fa divertire lui e me, di passaggio. Si raccontano storie a vicenda, continuando a sorridere, nella strada semideserta, tra gli alberi del viale, ancora per poco signori del tempo e dello spazio, e la mia camminata veloce. Li sorpasso e attraverso l’ennesima strada, facendo molta attenzione a come mi comporto, da buon esempio per la piccola e per chi mi potrebbe osservare da una finestra del secondo o terzo piano.
Un uomo accompagna il cane oppure il cane accompagna l’uomo da qualche parte. Indossa i sandali e i calzini (l’uomo) e non ha l’aria di rincorrere la luce. È spettinato, porta occhiali leggermente sghembi, appoggiati alla meno peggio, tanto per vederci qualcosa. Forse approfitterà della passeggiata per acquistare il pane. Ma questo non lo potrò mai sapere, perché devo continuare il mio viaggio.
Una foglia sgomina il vento e si scaraventa sul mio braccio. Penso all’autunno che prima o poi ne ammucchierà molte di foglie. Le foglie sopra e quelle sotto definiscono le stagioni. Anche le persone sopra e quelle sotto.
Arrivo alla metropolitana, scendo le scale lasciando un messaggio vocale alla mia amica che si trova in un giardino mille chilometri più a sud e prendo per un pelo la metro. L’essere affannata mi fa respirare profondamente, mi regala energia e curiosità. Alcune persone sfatte siedono nel vagone, in attesa. Altre due si recano al lavoro, vestite da cameriere, nere e bianche. Anche i volti sono neri e bianchi.
Scendo alla mia stazione, saltello sulla scala mobile, sfioro una coppia alquanto strana che pare non riesca a sorreggersi se non a vicenda, salgo le scale e con l’ultimo balzo all’esterno giungo alla Piazza ‘Hauptwache’, poi ancora due passi e…
La luce…

Foto: Goetheplatz, Francoforte sul meno (A.Brisotto)

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