(Redazione) - "IL BERESHIT COME FONDAMENTO POETICO: forma, parola creatrice e ricezione nella tradizione poetica occidentale" - saggio critico di Sergio Daniele Donati
IL
BERESHIT COME FONDAMENTO POETICO
Forma,
parola creatrice e ricezione nella tradizione poetica occidentale
_____
Il
saggio esamina Genesi 1,1–2,4a come matrice formale e concettuale
per una riflessione sulla parola poetica. L’analisi distingue la
configurazione letteraria del racconto sacerdotale, le
interpretazioni sviluppate in tradizioni rabbiniche e mistiche, e la
ricezione del paradigma cosmogonico nella letteratura occidentale. La
tesi è che la Genesi non fondi una genealogia lineare della poesia,
ma offra un modello di linguaggio creatore che gli autori successivi
possono riprendere, trasformare o contestare. Il confronto con Dante,
Milton, Blake, Ungaretti, Luzi, Celan e Szymborska è trattato come
insieme di casi differenziati, non come prova di un’influenza
uniforme. Si precisano inoltre i limiti dell’analogia fra parola
divina e parola poetica: nel quadro teologico biblico la prima
istituisce l’essere; la seconda configura esperienze e mondi di
significato senza coincidere con quell’atto ontologico.
Introduzione: una matrice poetologica, non una genealogia lineare
La
prima parola della Torah, בְּרֵאשִׁית
(berēʾšît),
tradizionalmente resa spesso con «In principio», introduce
il racconto della creazione in Genesi 1,1–2,4a. La sua posizione
inaugurale ha favorito una riflessione sul rapporto fra origine,
linguaggio e ordine. Il testo non racconta soltanto la comparsa delle
cose: rappresenta un mondo che prende forma attraverso separazioni,
denominazioni, valutazioni e successioni temporali. La parola divina
è parte integrante dell’azione cosmogonica.
Questo
saggio legge il racconto genesiaco come una matrice poetologica: non
perché il testo biblico sia semplicemente poesia nel senso moderno,
né perché ogni opera letteraria derivi direttamente da esso, ma
perché la sua organizzazione narrativa rende pensabile un rapporto
forte fra parola e produzione di forma. La nozione di matrice indica
un repertorio di strutture e problemi — il dire che produce, il
nominare che distingue, la ripetizione che ordina, il ritmo che rende
percepibile una totalità — suscettibile di ricezioni storicamente
differenti.
Il
metodo combina analisi letteraria ravvicinata, contestualizzazione
storico-religiosa e confronto intertestuale. Si distinguono tre
livelli: ciò che il testo di Genesi rappresenta; le interpretazioni
sviluppate in tradizioni esegetiche successive; le analogie critiche
proposte qui. Questa distinzione evita di attribuire retroattivamente
alla Genesi concetti moderni, come la performatività linguistica, e
impedisce di trattare come equivalenti autori collocati in contesti
storici e formali diversi. La tesi è che il racconto della creazione
offre un paradigma della parola come principio di ordinamento, ma la
sua ricezione poetica può assumere la forma della riscrittura
teologica, dell’analogia strutturale, della contro-cosmogonia o
della meditazione sui limiti del linguaggio.
Genesi 1,1–2,4a: composizione, ritmo e differenziazione
Genesi
1,1–2,4a viene generalmente ricondotto, nella storia dell’esegesi,
alla tradizione sacerdotale della Bibbia ebraica. Il settimo giorno e
il riposo divino compiono la sequenza, mentre Genesi 2,4b introduce
un diverso quadro narrativo dell’origine. Il brano è una
composizione teologica accuratamente organizzata: la successione
degli atti, la distinzione degli ambiti e la consacrazione del tempo
costruiscono un cosmo abitabile, la cui struttura è stata
interpretata anche in rapporto all’immagine del tempio (Brown 2010,
33–78).
La
progressione dei sei giorni è scandita da formule ricorrenti: «Dio
disse», l’adempimento dell’enunciato, la valutazione della
bontà di ciò che è stato fatto e «fu sera e fu mattina».
La ripetizione non è un ornamento aggiunto al contenuto: stabilisce
attese, scandisce le fasi del racconto e rende riconoscibile il
passaggio dal non differenziato al differenziato. L’ordine cosmico
diventa percepibile attraverso l’ordine verbale.
I
primi tre giorni predispongono ambiti distinti — luce e tenebre,
acque e firmamento, mare e terra con la vegetazione — mentre i tre
successivi li popolano o li governano mediante luminari, esseri
acquatici e volatili, animali terrestri e umanità. La struttura è
spesso descritta come formazione e riempimento, ma non va trasformata
in uno schema matematico perfetto: alcune corrispondenze sono più
strette di altre e il testo conserva una progressione narrativa
propria.
Il
numero sette svolge un ruolo strutturale e simbolico evidente,
soprattutto nel compimento dell’opera e nella consacrazione del
settimo giorno. È prudente, invece, non trasformare ogni conteggio
numerico in un dato assoluto: i risultati possono dipendere dalla
delimitazione del testo, dalla tradizione manoscritta e dai criteri
con cui si contano parole e formule. La centralità teologica del
settimo giorno è direttamente attestata dal testo; le singole tesi
numerologiche richiedono una dimostrazione filologica autonoma.
Il
racconto può essere definito solenne e formularistico; definirlo
senz’altro «poesia» richiede una precisazione
terminologica. Non presenta la versificazione regolare tipica di
molte forme moderne, ma utilizza parallelismi, ripetizioni,
simmetrie, ritmo sintattico e formule rituali.
«Prosa
poetica» o «narrazione innica» possono descriverne le
caratteristiche senza risolvere definitivamente la questione del
genere. Il racconto mette inoltre in scena la creazione come
differenziazione: Dio separa la luce dalle tenebre, distingue le
acque, nomina gli ambiti creati e stabilisce tempi e funzioni. La
denominazione è uno dei procedimenti con cui la narrazione
rappresenta la costituzione di un ordine intelligibile, ma non va
identificata automaticamente con una teoria generale del linguaggio.
Bereshit, midrash e mistica delle lettere
La
parola berēʾšît ha ricevuto, nella storia dell’interpretazione
ebraica, letture che oltrepassano la sua funzione grammaticale e
narrativa. Il midrash esplora forma delle lettere, valori simbolici e
associazioni lessicali per interrogare il testo e la creazione.
Queste letture non sono equivalenti all’etimologia storica:
appartengono a pratiche interpretative che generano significati
teologici, pedagogici o simbolici.
La
lettera bet, iniziale di berēʾšît e seconda lettera dell’alfabeto
ebraico, è stata caricata di significati simbolici nella tradizione
esegetica. Tali letture vanno comprese come interpretazioni
midrashiche o mistiche, non come etimologie storiche. Lo stesso vale
per scomposizioni omiletiche come bara sheet («creò
sei»): il loro interesse è nella storia della ricezione, perché
mostrano come la parola inaugurale diventi uno spazio di produzione
interpretativa. È quindi necessario distinguere il senso
grammaticale del testo biblico dalle possibilità simboliche
sviluppate successivamente (Scholem 1965).
Il
Sefer Yetzirah sviluppa una cosmologia in cui le ventidue lettere
ebraiche e le dieci sefirot hanno un ruolo strutturale. Le recensioni
e le traduzioni non sono identiche; per questo ogni citazione deve
essere riferita a una versione precisa. Nella versione Gra, 2,2, le
lettere vengono descritte come incise, scolpite, combinate, pesate e
permutate, e attraverso di esse sono formate le cose create e quelle
ancora da creare (Sefer Yetzirah, versione Gra, 2,2; Sefaria). Il
trattato non è una semplice spiegazione di Genesi 1, ma una
testimonianza di una storia intellettuale successiva. La cabbala
medievale approfondisce ulteriormente il nesso fra lingua divina,
nomi e struttura del reale; Scholem (1965) ricostruisce la storia di
queste concezioni.
La
leggenda del golem costituisce un ulteriore sviluppo narrativo
dell’immaginario relativo a lettere e animazione della materia. Non
è una prova diretta di ciò che Genesi 1 intende affermare, ma
testimonia la fortuna di concezioni secondo cui la manipolazione
sapienziale dei segni può essere immaginata come potenza formativa.
Distinguere Bibbia, trattati mistici e narrazioni del golem è
essenziale per mantenere rigore storico. La sua storia appartiene a
una tradizione successiva, che va letta nel proprio contesto storico
e mistico (Scholem 1965).
Parola creatrice e performatività: un’analogia da delimitare
La
formula «Sia la luce» (Gen 1,3) rappresenta in modo
concentrato il rapporto fra parola e azione: nel mondo narrato dalla
Genesi, l’enunciato non si limita a descrivere una realtà
preesistente, ma coincide con il suo prodursi. Per questo il testo
può essere messo in dialogo con la teoria degli atti linguistici di
J. L. Austin e John Searle, purché il confronto resti analogico e
non identificativo.
Austin
mostra che alcuni enunciati, in condizioni sociali determinate, non
descrivono semplicemente un fatto ma compiono un’azione:
promettere, dichiarare, nominare o sancire. La loro riuscita dipende
da convenzioni, ruoli e circostanze appropriate (Austin 1962). La
parola creatrice della Genesi è diversa: la sua efficacia non deriva
da una procedura sociale condivisa, ma dall’autorità che il
racconto attribuisce a Dio. La teoria della performatività chiarisce
la differenza fra dire e fare, ma non spiega da sola la teologia
biblica.
Il
poeta non produce materialmente l’universo nel senso attribuito al
fiat divino; produce configurazioni linguistiche che trasformano il
modo in cui un’esperienza viene percepita, ricordata e condivisa.
La poesia può istituire un mondo simbolico, riorganizzare il
visibile e rendere pensabile ciò che non aveva ancora forma
discorsiva. È una capacità reale, ma finita, mediata dalla lingua,
dalla tradizione, dai lettori e dalle condizioni storiche. La nozione
di poiesis, intesa come produzione o formazione, descrive questa
attività senza equiparare il poeta al Creatore. Ne deriva una
distinzione fra efficacia ontologica ed efficacia simbolica: nel
quadro narrativo di Genesi il dire divino produce ciò che dice; nel
testo poetico il linguaggio configura esperienze, relazioni
interpretative e possibilità di senso.
Ricezioni poetiche: continuità, riscrittura e contestazione
La
ricezione letteraria della Genesi non costituisce una linea continua
e omogenea. Alcuni autori riscrivono il racconto della creazione in
un quadro teologico esplicito; altri ne riprendono strutture o
lessici; altri trasformano il paradigma in una contestazione
dell’autorità, in una riflessione sul trauma o in
un’interrogazione sui limiti dell’immaginazione. Occorre
distinguere influenza documentabile, intertestualità plausibile e
analogia critica.
Dante: ordine cosmologico e costruzione del poema
Nella
Commedia, cosmologia cristiana, filosofia aristotelica e teologia
medievale concorrono a costruire un universo gerarchico e
intelligibile. L’ordine del cosmo è anche principio di
organizzazione del poema: le tre cantiche, la ricorrenza del numero
tre e la struttura in cento canti fanno partecipare la forma
letteraria alla rappresentazione di un ordine più ampio. In Paradiso
XXIX, 13–18, la creazione è presentata come atto libero e
immediato di Dio, non come processo necessario; nel canto XXXIII, la
visione finale tenta di rendere dicibile l’unità che eccede la
facoltà umana. Il rapporto con Genesi è quindi più solido sul
piano della teologia della creazione e dei limiti della
rappresentazione che non in una presunta equivalenza fra il sette
biblico e la struttura dantesca (Dante, Paradiso XXIX e XXXIII;
Baioni 2023).
Milton: narrare la creazione dopo la Genesi
In
Paradise Lost, Milton rielabora il racconto biblico entro la forma
dell’epica cristiana. La creazione diventa anche un problema di
rappresentazione: il poema traduce in linguaggio umano un’azione
divina che eccede l’esperienza ordinaria. Nel libro VII, Raffaele
narra l’origine del mondo; la lunga sequenza dei comandi, delle
apparizioni e delle differenziazioni cosmiche trasforma il racconto
biblico in un episodio epico, con ritmo, similitudini e una voce
narrante mediatrice. Milton non duplica la Genesi: la amplia
attraverso discorsi ed episodi e rende visibile la distanza fra
l’atto divino e il racconto che l’essere umano può farne. La
poesia partecipa alla creazione sul piano della forma e
dell’immaginazione, non come equivalente ontologico del fiat
(Milton, Paradise Lost, VII).
Blake: la contro-cosmogonia
In
The Book of Urizen, William Blake costruisce una cosmogonia
alternativa in cui Urizen incarna una legge astratta che separa,
delimita e irrigidisce l’esistenza. L’opera non è soltanto una
riscrittura della Genesi con un protagonista sostitutivo: appartiene
alla mitologia profetica di Blake e mette in scena i rischi di un
ordine che pretende di esaurire la vita entro la regola. Dove Genesi
1 presenta le distinzioni come condizione di un cosmo ordinato, Blake
rappresenta una separazione che può diventare prigionia. La
contro-cosmogonia non dimostra una semplice opposizione fra Bibbia e
poesia; mostra piuttosto come il modello dell’origine possa essere
trasformato criticamente (Blake, The Book of Urizen; Erdman 1982).
Ungaretti: creatura, origine e trauma
Un
confronto testuale particolarmente significativo è offerto da «Sono
una creatura», composta al fronte nel 1916 e poi confluita ne
L’Allegria. Il titolo richiama la condizione creaturale, ma il
componimento non mette in scena una nuova creazione: attraverso
l’analogia con la pietra del San Michele, l’io si rappresenta
come prosciugato e «disanimato». La ripetizione di «così»
e la progressiva durezza degli aggettivi costruiscono un ritmo di
svuotamento; la chiusa «La morte / si sconta / vivendo»
rovescia ogni facile consolazione. La parola poetica non ricompone il
cosmo, ma dà forma all’esperienza di una vita ferita dalla guerra.
Il legame con la Genesi va dunque inteso come tensione semantica fra
creatura e creazione, non come prova di un’intertestualità diretta
(Ungaretti, «Sono una creatura»).
Luzi: la parola come processo generativo
La
riflessione di Mario Luzi consente di articolare il tema della parola
generativa senza ricorrere a citazioni isolate di provenienza
incerta. La sua poesia presenta spesso la scrittura come
partecipazione, sempre incompleta, a un processo di formazione che
precede e supera il singolo autore. Paola Baioni interpreta questa
figura del poeta come «scriba» che collabora per
accrescimento all’opera del mondo, sottolineando il legame fra
parola, vita e luce (Baioni 2023, 7–19). Il confronto con Genesi
non implica che il poeta possieda la stessa potenza del Creatore: la
parola poetica lavora su una realtà già data, ma ne riapre le
possibilità di senso e di percezione.
Celan: Beth, dimora linguistica e storia
Il
rapporto di Paul Celan con la tradizione ebraica e con il linguaggio
non può essere ridotto a una semplice idea di ricreazione
cosmogonica. In «Hüttenfenster», il motivo della finestra e
della dimora raccoglie l’esperienza di una condizione diasporica e
la domanda su dove sia possibile abitare dopo la catastrofe. Il poema
nomina le lettere greche e quelle ebraiche e culmina nell’immagine
della Beth come casa in cui si trova un tavolo con la luce: il
linguaggio offre così una dimora, ma non una patria stabile. Nicola
Thomas legge la capanna celaniana come luogo poetico d’incontro
necessario e insieme provvisorio; la forma sintatticamente mobile del
testo impedisce di trasformare quel riparo in una soluzione
pacificata (Celan, «Hüttenfenster»; Thomas 2016). Il
confronto con Genesi è dunque mediato dalla storia, dall’esilio e
dalla fragilità della lingua.
Szymborska: immaginazione e autocoscienza dei limiti
«Ora
mattutina» di Wisława Szymborska offre il confronto più
esplicito fra percezione quotidiana e immaginario della creazione. La
voce poetica è ancora immersa nel sonno mentre la stanza riemerge
gradualmente dall’indistinzione: la finestra schiarisce, le forme
si separano, gli oggetti riacquistano contorno e colore. La sequenza
richiama, sul piano della percezione, il passaggio biblico
dall’indistinto alla differenziazione; tuttavia il miracolo non è
attribuito a un demiurgo onnipotente, ma al risveglio e alla
ricostruzione del mondo da parte dello sguardo. La chiusa definisce
la voce come «testimone in ritardo»: il mondo è già
costituito quando la coscienza se ne accorge. Come osserva Wojciech
Ligęza, la poesia interroga il rapporto fra percezione, omissione e
creazione intima del mondo, mettendo insieme meraviglia e autocritica
(Szymborska, «Ora mattutina»; Ligęza 2022).
Che cosa resta del modello cosmogonico?
I
casi esaminati non dimostrano che la poesia occidentale discenda in
modo unitario dal Bereshit. Mostrano piuttosto che il racconto della
creazione mette a disposizione problemi riattivabili in contesti
differenti. In Dante l’ordine cosmologico contribuisce a
strutturare un poema della conoscenza e della salvezza; in Milton la
Genesi diventa materia di una nuova epica; in Blake la cosmogonia è
contestata attraverso un mito alternativo. In Ungaretti la
creaturalità è segnata dalla vulnerabilità storica; in Luzi la
parola partecipa a un processo generativo senza dominarlo; in Celan
la dimora linguistica è necessaria e instabile; in Szymborska la
creazione diventa un’esperienza percettiva che si compie quasi
prima della coscienza.
È
dunque preferibile parlare di una costellazione di ricezioni
piuttosto che di un’unica eredità. La parola creatrice non passa
immutata dalla Bibbia alla modernità: è un paradigma che ogni
autore trasforma secondo la propria poetica e il proprio orizzonte
storico. L’analogia è più convincente quando viene dimostrata
attraverso dettagli testuali e quando si chiarisce se il rapporto è
documentario, intertestuale o interpretativo. Affermare che il poeta
«crea come Dio» rischia di cancellare la differenza fra
teologia e teoria letteraria; sostenere che la Genesi offre una
figura per pensare la capacità della lingua di ordinare, distinguere
e configurare l’esperienza rende il confronto più prudente e
produttivo.
______
In conclusione, Genesi
1,1–2,4a presenta la creazione attraverso parole, separazioni,
denominazioni e formule ritmiche. La forma del racconto non si limita
a riferire un ordine cosmico: lo rende percepibile attraverso la
propria organizzazione. Questa caratteristica consente di considerare
il Bereshit una matrice poetologica, purché non venga confusa con
una definizione moderna e univoca di poesia.
Le
tradizioni rabbiniche e mistiche hanno ampliato le possibilità
interpretative della parola inaugurale e delle lettere, elaborando
concezioni del linguaggio come struttura del cosmo. Tali sviluppi
vanno distinti dal testo biblico e collocati nella loro storia. Il
dialogo con la teoria degli atti linguistici chiarisce il rapporto
fra dire e fare, ma deve riconoscere che la parola divina della
Genesi e la parola umana non operano sullo stesso piano.
La
ricezione poetica da Dante a Szymborska mostra risposte differenti:
ordinamento, riscrittura, contestazione, testimonianza e
autocoscienza dei limiti. La poesia può partecipare analogicamente
al paradigma della parola creatrice perché produce forme di senso e
rende nuovamente leggibile l’esperienza; non per questo coincide
con l’atto divino descritto dalla Scrittura. La sua potenza risiede
nella finitezza: nel lavoro su parole ereditate, nella trasformazione
della memoria e nell’apertura di mondi interpretativi senza pretesa
di sostituirsi all’origine. La domanda conclusiva non è se la
poesia possa ripetere il fiat divino in senso assoluto, ma in quali
condizioni storiche e formali possa riattivare la relazione fra
parola e mondo.
il caporedattore - Sergio Daniele Donati
____
Bibliografia
essenziale
La
bibliografia raccoglie le fonti primarie e gli studi critici
richiamati nel saggio.
Fonti
primarie
- Biblia Hebraica Stuttgartensia. A cura di Karl Elliger e Wilhelm Rudolph. Stuttgart: Deutsche Bibelgesellschaft, 1997.
- La Sacra Bibbia. Versione CEI 2008. Roma: Conferenza Episcopale Italiana, 2008.
- Dante Alighieri. La Divina Commedia. A cura di Giorgio Petrocchi. Milano: Mondadori, 1965–1967.
- Milton, John. Paradise Lost. A cura di Alastair Fowler. 2ª ed. Harlow: Longman, 1998.
- Blake, William. The Book of Urizen. In The Complete Poetry and Prose of William Blake, a cura di David V. Erdman. Edizione riveduta. Berkeley: University of California Press, 1982.
- Ungaretti, Giuseppe. Vita d’un uomo. Tutte le poesie. A cura di Carlo Ossola. Milano: Mondadori, 2009.
- Luzi, Mario. L’opera poetica. A cura di Stefano Verdino. Milano: Mondadori, 1998.
- Celan, Paul. Die Niemandsrose. Frankfurt am Main: S. Fischer, 1963.
- Szymborska, Wisława. La gioia di scrivere. Tutte le poesie (1945–2009). A cura e traduzione di Pietro Marchesani. Milano: Adelphi, 2009.
- Sefer Yetzirah. Versione Gra, cap. 2, § 2. Testo e traduzione inglese consultati nella Sefaria Library, https://www.sefaria.org/Sefer_Yetzirah_Gra_Version.2.2 (consultato il 20 ottobre 2026).Studi critici e teorici
- Austin, J. L. How to Do Things with Words. Oxford: Clarendon Press, 1962.
- Baioni, Paola. La parola, la vita, la luce nella lirica di Mario Luzi. Revista de la Sociedad Española de Italianistas 16 (2022): 7–19. https://doi.org/10.14201/rsei.31304.
- Brown, William P. The Seven Pillars of Creation: The Bible, Science, and the Ecology of Wonder. Oxford: Oxford University Press, 2010.
- Ligęza, Wojciech. Il mattinale magistralmente mutato in mattutino – creando il mondo. Intorno alla poesia Ora Mattutina di Wisława Szymborska.” Fabrica Litterarum Polono-Italica 4 (2022). https://doi.org/10.31261/FLPI.2022.04.09.
- Scholem, Gershom. On the Kabbalah and Its Symbolism. Traduzione di Ralph Manheim. New York: Schocken Books, 1965.
- Searle, John R. Speech Acts: An Essay in the Philosophy of Language. Cambridge: Cambridge University Press, 1969.
- Thomas, Nicola. Stark, Necessary and Not Permanent: Huts in the Work of Paul Celan and J. H. Prynne. German Life and Letters 69, n. 3 (2016)

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