(Redazione) - Intervista ad Alfredo Rienzi - a cura di Sergio Daniele Donati



Intervista ad Alfredo Rienzi
a cura di Sergio Daniele Donati

§ § §

Alfredo Rienzi (1959) ha pubblicato diversi volumi di poesia, da Contemplando segni, in 7 poeti del Premio Montale (Scheiwiller 1993, pref. di M. L. Spaziani) a Sull’improvviso, (Arcipelago itaca 2021, pref. M. Cucchi). Successivi volumi (Oltrelinee, dell’Orso 1994, Simmetrie, Joker 2000 e Custodi ed invasori Mimesis-Hebenon 2005, ripubblicato da Arcipelago itaca nel 2024) sono in parte confluiti in La parola postuma. Antologia e Inediti (puntoacapo 2011). Del 2015 è Notizie dal 72° parallelo (Joker), del 2019 Partenze e promesse. Presagi (puntoacapo). Tradotto in diverse lingue, nel 2024 viene editato Di sexta y de septima grandeza (a cura di A. Nazzaro, per l’editore Mora Barnacle, Argentina). Ha tradotto testi da Œuvre poétique di L.S. Senghor, in Nuit d’Afrique ma nuit noire, a cura di A. Emina (Harmattan Italia, Torino-Paris 2004). Ha pubblicato il volume di saggi Il qui e l’altrove nella poesia italiana moderna e contemporanea (dell’Orso 2011) e curato l’antologia critica Poesia a Torino. Cent’anni e quaranta volti (puntoacapo, 2024, pref. di G. Tesio). Ha fondato e dirige il lit-blog “Di sesta e di settima grandezza”, dove è disponibile una più dettagliata biobibliografia.

Lo intervista oggi per le Parole di Fedro Sergio Daniele Donati


Introduzione: identità, postura, sguardo

SDD: quando ti presenti come poeta, che cosa senti di affermare davvero? È un ruolo, una postura, una necessità, o un modo di stare nel mondo che non potresti evitare?

AR: per quanto creda – o meglio: constati – la sostanziale interdipendenza di ogni elemento costitutivo del mondo (potremmo richiamare l’ἐν τὸ πᾶν - tutto è uno), in queste ultime stagioni della mia scrittura in versi, accogliendo comunque tutte le opzioni che proponi, ritengo prevalga di gran lunga l’ultima, un modo ineludibile di stare al mondo.


SDD: se dovessi indicare un punto d’origine della tua voce poetica, quale sarebbe? Un luogo, un incontro, un trauma, una lettura, o qualcosa che non ha nome?

AR: qualcosa che non ha nome e a cui, strenuamente, con la parola poetica si cerca di dare voce: «Il mio soffio porta quel che non ha / nome e nel mio sangue ha preso casa / Senza Nome, la dea senza nome / la regina senza nome / la regina delle cose nascoste» (da VII. Septima, inediti). 
Più spesso lo incontro in condizioni extramoenia, nella natura, in solitudine.

SDD: Nel tuo percorso convivono scienza e poesia. In che modo queste due forme di conoscenza si parlano dentro di te, e dove senti che si toccano davvero?

AR: domanda importante cui risulta arduo fornire una risposta adeguata, per stabilità e coerenza. Potrei aggrapparmi a un parallelismo tra tempo misurato (il guardare con precisione l’ora, i minuti, i secondi nel nostro fare) e tempo percepito (dimensione plastica e ineffabile, memoria sbiadita, ricostruita, inventata). Ma anche così non credo di fornire argomento chiaro. Un aspetto minimale, ma per me fondamentale, da sempre, è il convivere dei linguaggi della scienza e di quelli della poesia, dove il linguaggio della poesia è a sua volta somma e risultante di detto e non detto, di unione e disgregazione, di ostensione e allusione ecc..

Il tuo “laboratorio” di scrittura

SDD: quando inizi un testo, da cosa parti? Da un’immagine, da un ritmo, da un’urgenza, da un vuoto? E come capisci che quella scintilla merita di diventare un poema?

AR: credo, nei decenni di esperienze (il primo testo salvato in volume edito, in forma di epigrafe anonima, è del 1976, mezzo secolo fa) di avere attraversato, in momenti o fasi o nella simultaneità di ogni singola scaturigine, tutte le sorgenti cui accenni. 
In alcuni lavori ho utilizzato cornici macrometaforiche o concettuali (es. il viaggio catabatico di Nigredo in "Simmetrie", 2000; l’ascesa al monte di "Oltrelinee", 1994; più recentemente la dimensione concettuale dell’attesa e del profetismo in "Partenze e promesse. Presagi", del 2019 o quella della inspiegabile aleatorietà della vita in "Sull’improvviso", 2021). 
In quelle situazioni la parola si era disposta in maniera attiva, si era cioè mossa per esplorare temi e concetti guida. 
Questo non si è più verificato nelle ultime produzioni, ancora inedite (che, con discreta certezza, non rappresenteranno che una fase o un percorso, riconoscendo sempre una molteplicità dinamica di modi, registri, occasioni…); non sono più stato in grado di farlo accadere e, lo ammetto, non ho più voluto che accadesse. 
La volontà di dire ha lasciato intero dominio, così mi piace credere, alla volontà delle occasioni di farsi parola – una parola di frequente rarefatta, essenziale, incompiuta. 
I versi sono talora scaturiti da un primitivo emergere di sintagmi o versi-seme, dal loro ossessivo ritornare, dalla loro pretesa di essere e di essere detti. 
Ma più spesso sono stati innescati in situazioni di solitaria osservazione – per esempio di minute compresenze di elementi naturali, di balzi della percezione, di sconfinamenti epifanici, da una frequentazione della soglia, del limine tra il visibile, rappresentato dalle stelle di sesta magnitudo o grandezza, che l’occhio nudo può vedere, e l’invisibile custodito dalle stelle di settima grandezza e che, con un neanche troppo ardito slittamento sinestesico, convoca il non dicibile, l’appena intuibile, il germinale.

SDD: la tua lingua è precisa, sorvegliata, mai esibita. Questa precisione è un metodo, una difesa, o un modo per non tradire ciò che percepisci?

AR: potrei ribaltare la tua domanda e dire che è invece una lingua che esibisce precisione e sorveglianza. Il primo impulso sarebbe di negare l’idea del nascondimento, del mascherare “ciò che percepisco”. Ma la storia della mia scrittura mi smentirebbe: basti pensare al mio libro più sincero e nudo, "Notizie dal 72° parallelo" (2015), nel quale dico a volte in maniera aperta e quasi confessionale, ma comunque difeso da io poetici mascherati e occultati che fungono da miei alias. Ma la sorveglianza deriva più che dalla necessità di mascheramento, dalla preoccupazione, che talora diventa, con un ossimorico pizzico di iperbole, orrore e terrore del già detto (da me e da altri), del prevedibile e – qui il rischio è inevitabile – dell’inessenziale.

SDD: che rapporto hai con il tempo della e nella scrittura? Sei un poeta che attende, che lima, che torna indietro e rielabora, o uno che si affida all’improvvisa intuizione e poi costruisce attorno ad essa il proprio testo? Oppure alterni i due approcci?

AR: non c’è una sola modalità. A volte nascono e si completano in breve testi anche articolati. Anche in questi casi un ricontrollo, la disponibilità al perfezionamento e alla revisione (più spesso alla cassazione e cancellazione) ci sono sempre, ma a volte non servono o servono in dose minima. Non mi viene quasi mai bene un testo progettuale (non intendo una raccolta, ma proprio il singolo componimento), l’affrontare un argomento, un tema prefissato. Sarà anche per questo che la mia parola non si cimenta quasi mai con il fatto reale collettivo, con la cronaca o con la storia. In quelle situazioni rischio di imputridire nelle sabbie mobili della retorica e, pesando bene il termine, della cialtroneria.

SDD: quando un testo “funziona”, per te cosa accade? È un equilibrio raggiunto, una risonanza, un varco che si apre, o altro?

AR: non lo so, perché temo che nessuno dei miei testi funzioni del tutto e per sempre. Quindi la risposta dialoga con il contrario della domanda: quando un testo non funziona (del tutto o per sempre), superato con buon allenamento qualche forma di scoramento e fastidio, aspetto di riprovarci con il successivo. Non ossessivamente, sia chiaro: i pochi libri consegnati alle stampe – ad oggi sei in tutto, meno di uno a lustro – testimoniano di una paziente attesa dell’occasione, piuttosto che della forzosa ricerca del "poetabile".

Le figure, le soglie, l’alterità

SDD: nella tua opera ricorrono figure liminari: il custode, l’invasore, il viandante. Da quale di queste posizioni senti di parlare più spesso? E cosa ti fa cambiare postura?

AR: implicitamente, come postura, nella poesia come nella vita, mi sento un viandante, seppur pigro e lento. Forse la postura interiore non si riflette adeguatamente o in maniera diretta e univoca nella scrittura (che, anche in questo passaggio sono quasi costretto a declinare al plurale, evidenziando la differenza e gli scarti tra i miei diversi volumi). Il viandante rappresentato icasticamente dalla IX Lama dei Tarocchi, l’Eremita, che procede col solo aiuto di una debole lanterna che illumina a pena il poco spazio innanzi ai suoi piedi.

SDD: la tua poesia sembra abitata da un “tu” implicito, a volte umano, a volte cosmico. A chi parli davvero quando scrivi?

AR: anche qui faccio difficoltà a rispondere a questa ancora una volta attenta domanda. Ho scritto poesie consegnate direttamente nelle mani del destinatario, ma sono eccezioni. Altre volte, più spesso in questa fase, accade che la poesia parli all’occasione che l’ha germinata, che si crei una sorta di dialogo tra l’indicibile e il mio spesso stentato tentativo di dire.
Succede, inoltre, con una certa frequenza che tornino in mente e che riusi poesie dedicate a me stesso, a qualche livello del mio sé; sono confessioni mascherate e diari di bordo al tempo stesso. L’avere colto e cristallizzato in versi alcuni aspetti di me, è ciò che, a posteriori, mi ha fatto acquisire una certa stabilità nel considerarle come stelle utili per la viandanza.

SDD: la soglia — ciò che appare e scompare — è centrale nei tuoi libri. Che cosa cerchi in quella soglia? Una forma di conoscenza, un’etica dello sguardo, o un modo di abitare il mondo?

AR: nelle mie prime opere ha prevalso l’attenzione a una visione simmetrica, ipersimbolicamente duale – e ternaria nella risoluzione degli opposti: in "Oltrelinee" il basso e l’alto; in "Simmetrie" – al di là dei simbolismi verbati – ogni singolo testo era centrato sulla pagina e simmetrico rispetto a un verso mediano, come lo è una clessidra; in Custodi ed invasori si fronteggiavano due realtà antitetiche, nelle quali i diversi lettori hanno incontrato talora riferimenti simbolico-esoterici, talora storico-civili (sic), a testimonianza della polisemia di cui può nutrirsi un testo poetico (dal Convivio dantesco quasi istitutivamente). Più recentemente, facendomi carico di una certa ripetitività che agli amici più stretti spero non risulti troppo insistita, traduco il concetto di soglia con la metafora astronomica, già sopra accennata, delle stelle di sesta e di settima grandezza (o magnitudo). Rispetto a questa accezione di soglia, come scrivo nella Nota in "Sull’improvviso", «La poesia si fa strumento ulteriore, tenta il superamento dell’occhio-ragione, rischiando di tangere l’immaginifico e il fantastico, per attingere all’intuizione» e quindi, sì, la poesia (e l’agire dell’autore) cercano una forma di conoscenza. Discutere se sia, questa intenzione, causa o effetto di una certa etica dello sguardo e del modo di abitare (e percorrere) il mondo e la vita è, in fin dei conti, inessenziale.

Tradizione, responsabilità, presente

SDD: quali autori senti come compagni di cammino, non per influenza ma per consonanza? E cosa riconosci in loro che riconosci anche in te?

AR: dovrei innanzitutto riconoscere il mio cammino, i suoi percorsi, le modalità. Questo non si è ancora sufficientemente compiuto. 
Ritorna la figura simbolica dell’Eremita dei Tarocchi, che per definizione è solitaria. Tra le decine di compagni di cammino non so e non sarei capace di fare nomi e cognomi. 
Riconosco ad alcune e alcuni certi aspetti, forse indefinibili perché attingono e sfociano in piani né tecnici né razionali, che possono di volta in volta richiamare qualche nume tutelare, tra cui mi limito a citare il più potente: Jorge Louis Borges.

SDD: viviamo in un tempo che chiede alla poesia di essere immediata e comunicativa. Tu invece lavori sulla complessità, sulla stratificazione. Come vivi questa tensione tra ciò che la poesia è e ciò che il presente sembra chiedere?

AR: con molta serena convinzione non sento fondamentali per me l’immediatezza e la comunicatività. Occorrono decenni, una vita intera magari, per entrare in comunicazione profonda con se stessi e con il proprio Sé – obiettivo che penso sia quello primario di ogni Arte e della vita stessa. Vivo anzi con una certa diffidenza (oltre a vari altri aspetti dell’epoca presente) l’idea di immediatezza e facile comunicatività ad ogni costo. E se a quest’ultima, la comunicazione con il lettore, non posso che assegnare comunque un importante valore, penso debba avvenire con un certo lavorio di entrambi, forzando qualche limite e invitando me stesso e il lettore alla frequentazione di linguaggi, idee e intuizioni che aggiungano sostanza al già noto. Se comunico al lettore, per banalizzare, che “il cielo è azzurro” cosa aggiungo alla nostra visione del cielo? Quindi: nessuna tensione, ma neppure alcuna contrapposizione per chi adotta altri valori, altri modi e altre finalità.

SDD: che cosa chiedi oggi alla poesia — alla tua e a quella degli altri? Una funzione, una responsabilità, una forma di resistenza, o semplicemente un modo di continuare a interrogare il reale?

AR: sicuramente alla mia poesia o – con maggior precisione – al mio processo poietico chiedo (o forse accade spontaneamente, senza alcuna richiesta) di continuare a esplorare – uso le tue parole, per intenderci – il reale e la mia relazione-collocazione con e in esso. A quella degli altri affido la speranza di una alleanza – fattiva, involontaria, lampeggiante – di aiutarmi in questa impresa. Alla parola poetica, limitandomi, ammesso che sia possibile (non lo è) enucleare il linguaggio come entità a se stante, chiedo che attui una forma di resistenza, di custodia, di arricchimento della ricchezza espressiva. Visto che hai introdotto o richiamato lo sguardo sul presente, chiedo che non sia complice dell’impoverimento e del degrado del linguaggio, soffocante avvisaglia dell’impoverimento del pensiero, individuale e collettivo.
stampa la pagina

Commenti