(Redazione) - "Bub von Knabensdorf - Nullus" - 07 - a cura di Alessandra Brisotto
Bub von Knabensdorf nasce nel secolo scorso, la data esatta risulta incerta, in una cittadina della Turingia da una nobile famiglia tedesca decaduta.
In seguito al suo atteggiamento scontroso, diretto e non raramente offensivo, perde un posto di lavoro dopo l’altro, cade in disgrazia e si ritrova a vivere sulla strada. Le avventure di Nullus, appellativo che gli viene attribuito fin dalla nascita, le scrive egli stesso in un taccuino alquanto consunto che reca sempre con sé. “Il mio tesoro inestimabile”, lo definisce.
Alcuni capitoli, tradotti dal tedesco all’italiano ne narrano le vicende in ordine sparso, non cronologico.
Il signor von Knabensdorf vive a Francoforte sul Meno, ora qui ora là, a seconda delle stagioni.
Il più delle volte si può incontrare nel quartiere di Sachsenhausen.
(la curatrice - Alessandra Brisotto)
CAPITOLO VII
RESURREZIONE
Era
una sera come tante altre, in cui mi annoiavo, ora affondando
tragicamente la faccia nel divanetto accanto alla finestra, vittima
innocente di una guerra non mia, ora rialzandomi sbuffando
rumorosamente tutta l’energia che mi era rimasta dopo la lunga
passeggiata con Tina e il suo cagnolino di nome Rudolf, un bastardino
molto intelligente, quasi quanto me.
Ad
un tratto avevo scorto alla finestra una serie di guizzi simili a
fuochi d’artificio scoloriti dal trascorrere del tempo, che
raggiungevano a malapena l’apertura della mia visuale ottica, tra
il muro e la lastra di vetro della finestra. Da quel momento in poi
il vedere avrebbe assunto un ruolo preponderante nella mia vita, per
il fatto che il “non vedere” poteva costare la vita a una
persona, in particolare una persona cara, o perlomeno così dovrebbe
essere definito un padre per il figlio, che lo teme e riverisce al
fine di non ricevere uno schiaffone o di fare un giro nella sua
macchina prestigiosa.
I
fuochi d’artificio, o meglio i guizzi d’artificio proseguirono
per una trentina di secondi, poi terminarono in silenzio, come erano
cominciati. Soltanto in quel momento, alzandomi in piedi sul velluto
verde del divano, con le scarpe non proprio pulite, avevo tentato di
percepire la provenienza dei giochi fantasmagorici, senza riuscirvi,
purtroppo. Così ero risprofondato nella marea verde dei naufraghi
dimenticati dal mondo intero, disperatamente disperati e
annoiatamente annoiati.
Per
superare l’apatia avevo eseguito un ultimo tentativo di rivalsa,
per controllare la veridicità dei risultati delle mie ricerche, ma
senza successo. Tutto era ritornato come prima, gli uccellini avevano
ripreso a cinguettare gioiosi e la luna crescente si era appostata
sopra la quercia più grande, detta “la matrona”.
Pensai
che prima o poi me ne sarei andato da quel luogo, per trascorrere il
resto dei miei giorni alla ricerca della fonte della felicità o
della verità, che allora attivavano lo stesso formicolio nella mia
testa, un misto di paura, curiosità, riverenza e desiderio di
disfarsi di entrambe.
Nel
torpore generale, mia madre leggeva un libro con la copertina rigida
e rossa, con un sorriso accennato tra l’ironico e lo sdolcinato,
stampato da quasi due ore nel suo volto di marmo lucido e carta
pesta. Il titolo era “Resurrezione” di Lev Tolstoj. Sicuramente
un libro d’amore, avevo pensato, altrimenti non ridacchierebbe
così. Mia madre leggeva solo romanzi d’amore, forse per rattoppare
i vuoti lasciati dal marito che molti anni prima si era
improvvisamente materializzato al suo fianco, oppure per rievocare
situazioni di cui solo lei e… erano a conoscenza.
D’un
tratto apparve Tina alla porta del salotto. Il suo pallore raccontava
già di per sé una storia che nessuno voleva sentirsi raccontare. I
suoi occhi gridavano senza gridare, la sua bocca guardava senza
guardare e le sue orecchie erano svanite nella pioggia di capelli
d’artificio che si allargava a goccia d’olio nella sua testa.
Il
conte ci ha lasciati. È annegato pochi istanti fa nello stagno,
senza che nessuno se ne accorgesse. Deve aver tentato accanitamente
di salvarsi, di riemergere, strappando i fiori e le erbe sul bordo
del laghetto, ma purtroppo nessuno ha notato qualcosa. Oh mio Dio…
Mio Dio…
Mia
madre era balzata in piedi, lasciando cadere a terra il suo libro,
che aprendosi, era planato rovinosamente sul tappeto lasciando uscire
un cartoncino colorato.
A
forma di rosa.
Oh mio Dio, oh mio Dio!
Aveva
urlato veramente addolorata, richiamandomi giù in basso,
attaccandomi alla terra, mescolandomi con le croste dei vulcani, con
la lava calda, le felci del bosco, l’acqua fredda del laghetto, la
vita, che riprendeva forma nella morte, nei fuochi artificiali che in
realtà erano le ultime gocce d’acqua vivente esplose da mio padre
nel tentativo di essere visto da qualcuno.
Io
le avevo viste, ma non comprese.
Mio
padre l’avevo sempre visto, ma non compreso.
Avrei
potuto salvargli la vita, se solo fossi stato più grande, se avessi
potuto sporgermi al di là del bordo della finestra.
Se
avessi guardato davvero.
«In quell'estate presso le zie, Nechljudov aveva
vissuto quello stato d'animo d'entusiasmo e di giubilo, di quando per
la prima volta, non per sentito dire, ma per intima esperienza, un
giovane viene a conoscere a fondo la bellezza e l'importanza della
vita e tutto il significato dell'opera che in essa spetta all'uomo,
vede la possibilità d'un infinito perfezionamento sia di se stesso
sia del mondo intero, e si dà tutto a questo perfezionamento, non
solo con la speranza, ma con la piena certezza di ottenere quella
perfezione, che gli si dipinge nella mente»
(da Resurrezione, Lev Tolstoj)

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