(Redazione) - Amerinda - 09 - La poesia è anticapitalista, i poeti un po’ meno
| di Antonio Nazzaro |
«Tutta
la poesia è ostile al capitalismo / può diventare secca e dura non
/ perché sia povera ma per / non contribuire alla ricchezza
ufficiale…».
Così
scriveva Juan Gelman nel 1965 nella sua silloge Cólera
Buey (Colera del
bue), pubblicata a Cuba. Spesso si richiama questa citazione per
definire la poesia come se avesse un intrinseco anelito di libertà.
D'altronde, creare qualcosa fuori dalle leggi del mercato oggigiorno
è considerato, per molti, un atto di ribellione contro il sistema.
Nel
saggio Notizie delle
attività liriche (tre metafrasi)
– inserito nella raccolta Zig
Zag (scritta tra il
1989 e il 1997 da Hans Magnus Enzensberger, pubblicata in Italia da
Einaudi e qui citata nell'edizione spagnola di Anagrama del 1999) –
il poeta e intellettuale sottolinea un aspetto fondamentale al
riguardo: «[…] In controtendenza rispetto al progresso, nella
nostra società industrializzata è quasi impossibile trovare
qualcuno che non conosca a memoria almeno un verso […]».
La
poesia, quindi, ci abita senza bisogno di comprarla, senza la
necessità di un archivio, senza un mezzo di diffusione proprio. Un
aspetto che, non senza ironia, sottolinea Enzensberger: «[…] La
poesia condivide con la barzelletta e la voce di corridoio
l’invidiabile capacità di circolare senza mezzi di diffusione
industriali».
Possiamo
dunque considerare la poesia anticapitalista perché il suo spargersi
nel mondo non ha bisogno di un proprio canale per affermarsi nella
società. Inoltre, una delle specificità del far versi sta nel fatto
che – al netto di una manifestazione adolescenziale volta alla pura
autoanalisi e alla terapia personale – la poesia fa parte del
processo di socializzazione, vista la sua trasversalità sociale.
Ma
c’è un elemento “economico” nella poesia che supera l’idea
del profitto, come racconta con la consueta ironia il nostro
Enzensberger: «[…] La poesia è l’unico mezzo di comunicazione
in cui il numero di chi la produce supera quello di chi la consuma.
Perché il bisogno di creare poesia va di pari passo con la
riluttanza a leggerla. Spesso questi sentimenti coesistono
addirittura nella stessa persona».
Nelle
leggi economiche, la sovrapproduzione implica l’ingorgo dei canali
di vendita, il ciclo di vita ridottissimo del libro, il fenomeno
della “resa”,
il macero o i mercatini dell'usato e la svalutazione del lavoro
culturale. Una vera debacle non solo economica, ma anche sociale.
A
ciò si aggiunga il fatto che anche i “professionisti” del
versificare condividono i gusti della maggioranza, che preferisce
leggere fumetti, gialli o solamente il giornale.
Per
questo il poeta tedesco arriva ad affermare un altro punto
dell’anticapitalismo insito nella poesia: «[…] Più interessante
della scarsa domanda risulta il numero sempre uguale di un pubblico
così limitato. Infatti, empiricamente, è possibile determinare con
una certa precisione il numero di persone che prendono in mano un
nuovo volume di poesia di un certo livello: ±1.354. Questa cifra
(denominata Costante di Enzensberger) non solo è indipendente dalle
mode, dalla pubblicità e dallo spirito del tempo, ma – ed è qui
che la questione diventa misteriosa – è anche universale e
applicabile a qualsiasi comunità linguistica, sia che questa popoli
un intero continente o solo un minuscolo punto del pianeta».
In
pratica, nella Cina di miliardi di persone o nell’Islanda che non
arriva al mezzo milione, un poeta può contare sullo stesso numero di
lettori: «[…] Pertanto, i lettori di poesia sono ovunque, ieri
come oggi, una minoranza ristretta e radicale, ma stabile».
Un
altro limite della poesia, o se volete un’anomalia rispetto alle
regole generali del mercato, sta nel fatto che è impossibile «[…]
trasformare le poesie in denaro. I lamenti suscitati da questo fatto
costituiscono l’antistrofa di un’altra vecchia canzone: quella
della venalità dell’arte. In tali canti si combinano facilmente la
cordiale rinuncia alla modernità e il sacro odio per il capitalismo.
[…] Il mercato è il mercato, e ciò che conta meno è se la merce
sia musica o pittura, un romanzo o una teoria. Solo conoscendo questo
contesto possiamo renderci conto di quanto sia significativo il fatto
che in questo scenario manchi un tassello: la poesia. Non esiste
alcun mercato della poesia. La poesia è l’unico prodotto
dell’attività intellettuale dell’uomo immune a qualsiasi
tentativo di sfruttamento commerciale. Devo dire che, in questa
prospettiva, la tanto lamentata invendibilità della poesia mi sembra
un privilegio enigmatico».
Quindi,
i versi di Juan Gelman che aprono questo pezzo ci obbligano a fare un
salto nell’universo delle scelte sui contenuti anticapitalistici
della poesia; perché, alla luce di quanto mette in risalto
Enzensberger, la poesia è anticapitalista proprio per la sua
estraneità al vero mercato delle merci, inteso come quello che
produce profitto.
Gli
unici ad utilizzare la merce-poesia come tale, sono, in fin dei
conti, gli stessi poeti. Voglio dire che, racchiusi in un manifesto,
in un circolo o in una rivista, si muovono in un circuito di
reciproci favori, di pubblicazioni, di menzioni e partecipazioni a
festival. Resta comunque un “capitalismo di poveri”.
Resta
una domanda aperta che non mi sembra abbia una risposta definitiva,
ovvero l’utilità della poesia nella società. La risposta si trova
probabilmente nella storia, ossia nella misura in cui la poesia
sappia interpretare e scegliere da che parte stare: politica, sociale
e forse anche ideologica.
Per
chiudere, un’affermazione caustica di Enzensberger: «La società
dei poeti, con la sua gerarchia, le sue invidie e le sue banalità,
assomiglia alla società in generale come due gocce d’acqua. Chi si
sente deluso da questa realtà, lo deve a sé stesso e all’aura che
da sempre avvolge la poesia».
La
poesia è anticapitalista i poeti un po’ meno.
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