(Redazione) - Voci dall'Umanesimo-Rinascimento - 13 - Belfagor e Kir Ianulea (prima parte)
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| Di Gianni Antonio Palumbo |
La
forza generativa del Rinascimento italiano nell’immaginario
internazionale è cosa ben nota, eppure non finisce mai di stupirci.
Un’eco
del Fortleben
rinascimentale
in Europa è dato, per esempio, dall’interesse che lo scrittore
romeno Ion Luca Caragiale nutrì per l’opera di Niccolò
Machiavelli, “suo autore preferito”, come scrive Gino Lupi in La
letteratura romena
(Firenze, Sansoni, 1968, p. 200). In O
scrisoare pierdută (“Una
lettera smarrita”, 1884), opera che ammicca chiaramente – pur
essendo cosa ben diversa – a The
Purloined Letter di
Poe, Caragiale faceva dire a Trahanache, il marito becco e
inconsapevole, indignato contro quello che considerava un falsario,
Caţavencu, e che invece era entrato in possesso di una lettera del
suo amico prefetto a sua moglie Zoe: “Apoi, dacă umblă el cu
machiavelicuri, să-i dau eu machiavelicuri” (“E allora, se lui
ricorre a machiavelliche, ci ricorro pure io”, in Teatro
romeno,
a cura di G. Petronio – anche traduttore – e con note di rega di
C. Di Stefano, Firenze, Parenti, 1960, p. 63). Ne emergeva, in
sostanza, attraverso il filtro di un funzionario borghese non
particolarmente colto, Trahanache, un Machiavelli icona di precetti
politici eticamente disinvolti, immagine che ha coesistito con
l’interpretazione obliqua (quella, per intenderci, che affiora tra
gli altri in Foscolo: il “grande / Che temprando lo scettro a’
regnatori / Gli allor ne sfronda, ed alle genti svela / Di che
lagrime grondi e di che sangue”) e con l’idea, espressa da De
Sanctis nella Storia
della letteratura italiana,
di un Machiavelli proteso a “Subordinare il mondo
dell’immaginazione, come religione e come arte, al mondo reale,
quale ci è posto dall’esperienza e dall’osservazione”.
Machiavelli
affiorava dunque in questo termine, machiavelicuri,
ossia “machiavellerie”, nella commedia di Caragiale che più di
tutte mostrava il degrado del dibattito politico. L’individuazione
del candidato al parlamento era determinata da fattori
extra-politici. Il conflitto tra i tradizionalisti incarnati dal più
onesto farfugliatore Farfuridi – si veda il suo discorso del tutto
inconcludente, feticisticamente legato a una tensione vuota alla
storicizzazione – e i progressisti, guidati da Nae Caţavencu, era
viziato dal fatto che quest’ultimo era entrato in possesso della
lettera del prefetto alla signora Trahanache, Zoe. Il disinibito
avvocato stava dunque usando la scrisoarea
pierdută quale
strumento di ricatto per essere appoggiato alle elezioni in
Parlamento.
Il
finale carnascialesco vedeva la salvezza di Zoe e l’elezione di un
idiota disonesto, candidato governativo (!!), Agamenon Dandanache. In
merito a quest’ultimo, Lupi ha segnalato il contrasto tra il nome
pomposo, evocatore di contesti bellici, e l’inconsistenza
dell’individuo cui quel nome corrisponde, imposto da Bucarest alla
cittadina di provincia. Agamiţă – nomignolo con cui lo chiamavano
tutti – aveva peraltro posto in atto, ma a livelli più alti,
esattamente il medesimo odioso ricatto di Caţavencu. Alla fine, in
questa filiera di marciume, l’unica figura dotata di qualche tratto
positivo era paradossalmente il cetăţean
turmentat (il
“cittadino ubriacone”), che fungeva da esilarante bomolochos,
suscitando continuamente confusione oltre che ripugnanza per le
continue e incontrollabili ‘esternazioni gutturali’… Infatti,
trovata la lettera, il cittadino la restituiva a Zoe, perché,
essendo stato postino, sapeva che una lettera deve giungere a chi –
e soltanto a chi – è destinata. L’affermazione può leggersi
come frutto di dabbenaggine, figlia di una sorta di ingenua postinità
ontologica, ma potrebbe anche essere segno di una maggiore dirittura
morale, al di là dell’involucro greve che la racchiude. Non ci si
deve impossessare in modo disonesto né tantomeno sfruttare a proprio
vantaggio comunicazioni di cui non si è i legittimi destinatari.
Certo, significativo – e non sorprende minimamente – il fatto che
il nome di Machiavelli salti fuori in un’opera che s’insinua con
totale disincanto nel mondo della politica, rivelandone la deriva
etica. In quest’opera, come in altre di Caragiale, emergeva
un’immagine negativa dell’istituto matrimoniale, elemento anche
machiavelliano, se si pensa al coniugio Nicia-Lucrezia nella
Mandragola
ma soprattutto alla novella di Belfagor
arcidiavolo,
che gioca un ruolo decisivo in questa nostra conversazione.
Quello
che, infatti, è ancora più interessante – e che richiederà
un’analisi un tantino più approfondita – è il fatto che
Caragiale, nello schizzo Kir
Ianùlea (Padron
Giannetto) si sia ispirato – riscrivendolo – al Belfagor
arcidiavolo di
Machiavelli. Così, negli Schiţe
Nouă del
1910, figurava la riscrittura, con adattamento alla Romania dei
Fanarioti, di uno dei più divertenti testi rinascimentali.
La
novella machiavelliana, scritta presumibilmente tra il 1518 e il
1527, era stata pubblicata per la prima volta nel 1549. Raccontava la
storia di Belfagor, arcidiavolo perché in precedenza era stato un
arcangelo, inviato dal concilio infernale, presieduto da Plutone,
sulla terra. Doveva investigare – facendone esperienza diretta –
su quanto avevano dichiarato molti dannati: le donne e il matrimonio
erano stati la loro rovina. Acquisite le sembianze di Roderigo di
Castiglia, e presa in affitto una casa nel Borgo d’Ogni Santi,
aveva detto di “essersi da piccolo partito di Spagna e itone in
Sorìa e avere in Aleppe guadagnato tutte le sue facultà” (profilo
che, come segnalato da Filippo Grazzini, pare avvicinarsi a quello
dell’ebreo sefardita). Aveva quindi preso in moglie una donna che
appariva pudica e decorosa sin nel nome, monna Onesta. Come ha
evidenziato Franca Ageno in Nomignoli
e personaggi immaginari (“Lingua
Nostra, 19, 1958, pp. 73-78: 74), questo nome è riconducibile a una
personificazione della virtù femminile ipocrita nella tradizione
fiorentina quattrocentesca. La donna lo aveva presto portato alla
rovina, costringendolo a un tenore di vita superiore alle sue
possibilità, oltre che forzandolo a dotare le sorelle e a cercare di
aiutare i fratelli spiantati ad avviare delle attività
potenzialmente redditizie. Il portato disastroso di questa ‘virtù’
muliebre spingeva Roderigo-Belfagor a indebitarsi sino al collo e
sino al punto d’essere costretto a sfuggire a un’orda di
creditori inferociti. In quella circostanza, lo aveva salvato un
contadino, Gianmatteo del Brica, che lo aveva nascosto, gabbando così
gli inseguitori. Per sdebitarsi, il diavolo aveva deciso di farlo
arricchire, impossessandosi di giovani principesse e uscendo dal loro
corpo solo all’arrivo di Gianmatteo nelle improbabili vesti di
esorcista. La gratitudine del diavolo, tuttavia, – si sa – dura
ben poco e il sodalizio si era presto interrotto. Le strade si erano
divise e un giorno, a suo agio nel corpicino della figlia del re di
Francia, Belfagor si era rifiutato di uscire alla richiesta del
contadino. Eppure Gianmatteo lo aveva scongiurato di aiutarlo
un’ultima volta, perché il re aveva minacciato di farlo impiccare
se l’esorcismo non avesse avuto l’esito desiderato. Le preghiere
risultavano tuttavia del tutto inutili, ma il contadino – categoria
che ne sa una più del diavolo – riusciva comunque a salvarsi
escogitando un ingegnoso inganno. Faceva allestire un grande palco e
una manifestazione in pompa magna e, quando Belfagor gli domandava
cosa stesse succedendo, Gianmatteo gli raccontava che stava per
arrivare sua moglie, monna Onesta. Atterrito, Belfagor filava via
ratto dal corpo della principessa e preferiva tornarsene difilato
all’inferno, dove non poteva che confermare la versione misogina di
cui era stato incaricato di verificare l’attendibilità.
Machiavelli,
che pure ne ha dato la versione più godibile, non era stato
l’inventor
di questa vicenda. Consigliamo, a tal proposito, il bel volume di
Pasquale Stoppelli, intitolato Niccolò Machiavelli, Favola
di Belfagor,
in appendice Storia
di uno spirito in una fanciulla.
Accanto all’opera machiavelliana, Stoppelli segue la storia della
costruzione di questa trama, partendo dall’idea che “Il motivo
del genio che fa esperienza della cattiva natura delle donne è
presente tra gli altri sia nel Panchatantra,
la più antica raccolta di favole indiane, sia nelle Mille
e una notte,
la celebre raccolta di novelle cominciata a costituirsi nel X
secolo”. Gradualmente il genio cedeva il posto a un diavolo e si
andavano stratificando gli elementi base poi presenti nella novella
fiorentina, in una successione che annoverava due exempla
di
Giacomo di Vitry (1170 ca -1240), “un’unica storia” di Pietro
di Limoges (che metteva insieme elementi dei due exempla
di Vitry) e poi, nel XIV secolo, Les
Lamentations de Matheolus di
Jean Le Fèvre. Machiavelli avrebbe introdotto, come evidenzia
Stoppelli, due fattori rispetto ai suoi predecessori: la missione di
Belfagor era frutto di un concilio in cui Plutone gli aveva affidato
lo scomodo incarico e alla figura del medico, presente nelle
narrazioni citate, il Nostro sostituiva un contadino, sintonizzandosi
col motivo della sorridente satira del villano. Tra l’altro, prima
della pubblicazione del Belfagor,
aveva veduto la luce una novella di monsignor Giovanni Brevio,
sacerdote veneziano, che fu accusato di aver plagiato l’opera
machiavelliana. Stoppelli, invece, propendeva per riprendere l’idea
di Letterio Di Francia secondo cui Machiavelli e Brevio si fossero
ispirati a una fonte comune. Insomma, il Belfagor si inserisce in un
filone fertile materiato di misoginia e legato all’allegro motivo
del tor
moglie e
alle dissuasiones.
Come
ha potuto questa vicenda, che la letteratura rinascimentale aveva
permeato di fiorentinità anche nei riferimenti a San Giovanni
Gualberto, essere ripresa e riadattata nel contesto romeno da Ion
Luca Caragiale? Il plot, nella sostanza, non subisce significative
variazioni, pur arricchendosi di ulteriori sviluppi nel pirotecnico
finale. È dunque soprattutto nei particolari che dobbiamo cercare le
peculiarità della bella riscrittura di Caragiale, su cui ci
soffermeremo nella prossima uscita della rubrica…
(Continua)

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