(Redazione) - "Poesia e/è pensiero" (Dialogo di teoria della poesia) - Nota critica al libro "Buenos Aires, Benares" – Ed. Delta3 - di Mariachiara Grillo e Carlo Di Legge
Nota di Mariachiara Grillo
Mariachiara
Grillo è napoletana, studentessa di lettere all’Università
“Federico II”. Compone poesia; il suo libro d’esordio, “Sfiorarsi
è eterna metamorfosi”, è opera segnalata all’edizione 2025 del
premio di poesia “Mario Luzi”.
Nel
leggere le poesie presenti nella raccolta Buenos
Aires, Benares di
Carlo Di Legge, ciò che emerge con
maggiore evidenza è la costruzione di una poetica che si sottrae
deliberatamente alla linearità del discorso per collocarsi in uno
spazio sospeso tra esperienza e linguaggio. Il verso “Allora la
notte e il nascosto mi hanno parlato” (vedi pag. 119) si configura
come una vera e propria dichiarazione di poetica: non è il soggetto
a dominare la parola, è la parola a manifestarsi attraverso il
soggetto. In questa prospettiva, la poesia risuona con la réverie,
intesa come modalità conoscitiva alternativa, fondata sull’ascolto
e sull’apertura all’inconscio. La
notte e il “nascosto” non sono semplici elementi tematici, sono
dispositivi simbolici che rimandano a una dimensione pre-logica, in
cui il senso non è ancora organizzato
secondo categorie razionali. La scrittura diventa così il luogo di
un’esperienza originaria, in cui il pensiero si forma per immagini,
per frammenti, per risonanze.
Questa
impostazione implica una messa in crisi del paradigma soggettivo
moderno. Il soggetto poetico si presenta come spazio attraversato da
alterità: la
voce che emerge proviene da una zona di opacità che sfugge al
controllo. In tal senso, la poesia si avvicina a una concezione del
linguaggio come evento, più che come strumento; qualcosa
non che si usa, qualcosa che inevitabilmente accade. Questa tensione
si riflette anche nella struttura formale del testo, caratterizzata
da una evidente frammentazione. La discontinuità sintattica e visiva
appare come manifestazione concreta dell’impossibilità di
restituire un’esperienza unitaria. Il linguaggio, nel tentativo di
dire la réverie, si spezza, si moltiplica, si interrompe e ciò che
ne deriva è una scrittura che mira alla stratificazione È in questo
quadro che acquista particolare rilevanza la scelta di presentare le
poesie in più lingue, attraverso tre traduzioni. Il
plurilinguismo si configura come elemento strutturale della poetica,
poiché espone progressivamente il simbolo nella sua nudità
essenziale, tanto sul piano visivo e grafico quanto su quello
semantico. Attraversando lingue differenti, il simbolo non conserva
una forma stabile, si trasforma continuamente, modificando al tempo
stesso la propria materia espressiva e il proprio orizzonte di senso.
La dualità tra corpo e anima del testo — tra scrittura e
significato — rende così evidente il carattere processuale e
dinamico della poesia, il suo costituirsi come continuo divenire del
simbolo.
Ogni
lingua non si limita a trasporre un contenuto originario, lo
rielabora, producendo
una nuova configurazione del senso, un nuovo fraintendimento in cui
potersi intendere. La
traduzione diventa così un atto creativo, capace di generare
ulteriori livelli di réverie. In particolare, si può osservare come
ciascuna lingua attivi una diversa modalità immaginativa. Lo
spagnolo, con la sua forte componente fonica e ritmica, tende a
restituire una réverie più sensoriale e incarnata, in cui
l’esperienza del “nascosto” assume una dimensione emotiva
intensa, talvolta prossima alla tensione drammatica. L’inglese,
introduce una dimensione di apertura semantica, in cui l’ambiguità
lessicale e la sinteticità espressiva contribuiscono a mantenere il
senso in uno stato di sospensione, evitando ogni chiusura
interpretativa. Fino ad arrivare alle due poesie scritte in
cinese, in
cui, proprio
in quanto segno logografico, l’immagine poetica sembra incarnarsi.
Il
simbolo con cui viene espressa e comunicata è lo stesso a darle
corpo, rendendola insieme visibile e invisibile, conscia e inconscia.
Ne deriva una concezione della poesia come campo di possibilità, in
cui il significato non è mai fissato una volta per tutte, ma si
costruisce attraverso differenze e slittamenti. La
coesistenza di più lingue rende visibile ciò che spesso resta
implicito come l’impossibilità di una coincidenza piena tra
esperienza e parola. Tuttavia, proprio questa impossibilità si
rivela produttiva, in quanto apre lo spazio a una pluralità di
letture e di riscritture. In conclusione sento di potermi
sporgere nel
dire che la poetica
adottata nel libro si configura come una pratica della soglia, in cui
il linguaggio evoca ciò che viene percepito come reale nella sua
dimensione più sfuggente. La
réverie diventa il luogo privilegiato di questa operazione, uno
spazio in cui il pensiero si libera dai vincoli della razionalità
discorsiva e si apre a una forma di conoscenza altra, necessariamente
frammentaria e plurale. Il plurilinguismo, lungi dall’essere un
elemento accessorio, ne costituisce il compimento, trasformando la
poesia in un dispositivo di risonanze, in cui ogni lingua è al tempo
stesso traduzione e reinvenzione del medesimo enigma.
Replica di Carlo Di Legge
Carlo
Di Legge è autore di libri di poesia (di cui questo di cui si parla
è il più recente) e di filosofia; collabora con articoli e
recensioni a blog nazionali, specialmente di poesia. Il suo sito
personale è
www.carlodilegge.it.
A
volte il dialogo con chi si occupa seriamente dei versi d’un altro
cercando di leggerli, senza sovrapporvi pensieri del tutto alieni, né
esibire “bravura”, può essere chiarificante per lo stesso
autore. Credo che sia questo un caso.
I
testi presenti in Buenos
Aires, Benares
appaiono talvolta lineari, dal punto di vista del lessico e almeno
nella sintassi, talaltra più complicati; direi che l’iniziale
analisi può essere da me condivisa, in linea di massima.
La
simbolicità del tutto, chiamata in causa nella nota che precede,
torna bene a definire in qualche modo quel “qualcosa” di cui
intendiamo parlare, senza poterlo fare facilmente: per esempio, se si
parla del soprannaturale, del divino (come nelle teologie). Ma non
soltanto: simbolico
è inteso qui, a mio avviso, come il carattere del non determinato,
dello sfuggente, del pre-categoriale. Di ciò che in realtà non
sappiamo; ma quale realtà
per davvero sappiamo? Simbolico è il carattere dell’acqua della
parola, che si riversa e permea di sé l’ovunque, a meno che non
intendiamo costringerla entro limiti (perché poi?); così dell’aria
o di parola-fuoco che si appicca quasi ovunque, a meno che non usiamo
contenitori o barriere adeguati (ma, di nuovo, perché? O fino a che
punto farlo?). La terra della parola? Un altro discorso. L’esperienza
della lingua è “originaria”, come si legge, nel senso che si
tiene fede all’origine, intendo tener fede a come questa
espressione o quell’altra sono nate, alla circostanza, a come sono
“venute alla luce”; poi qualcosa si è interposto e sovrapposto e
in questo senso intendo che il linguaggio sia “stratificato” ma
non al punto da cambiare del tutto l’origine, oppure sì, può
accadere anche questo, che non la si possa più riconoscere. La
poesia è in ogni caso la poesia.
Certamente
tale punto di vista implica un mettere “in crisi il paradigma
soggettivo moderno”, ma non è questa una novità, il punto è come
lo si fa; dovrei aggiungere che, a partire da parecchio tempo
addietro, il “paradigma soggettivo moderno” ovvero, se ho bene
inteso, tra l’altro la centralità dell’io o soggetto, è stato
messo in discussione in poesia, salvo che anche la nuova acquisizione
non sia rimessa in discussione, il che pure avviene.
Il
punto su cui qui mi soffermerei è che, anche quando si scrive in
prima persona, in realtà si vorrebbe dire qualcosa che eccede l’io
e si presta più al “noi” o al “voi” o all’impersonale. P.
e. in Octavio Paz (Obra
Poetica,
ed. Galaxia Gutenberg, Barcelona, 1971) si trova tra l’altro
enunciata “la crisis de la noción de autor”. In Italia il gruppo
’63 aveva già discusso radicalmente (raccogliendo spunti
provenienti dal mondo, pensando non solo l’Occidente) il concetto
di autore e di soggetto letterario: comunque, il soggetto poetico
cambia del tutto: il soggetto può essere in questo caso il
“simbolico”, con carattere comunque superindividuale.
Circa
l’impossibilità, da parte del testo, di restituire un’esperienza
unitaria, assumo tutto come una interpretazione più che mai condotta
per
analogia,
ma che può far riflettere. Si, credo che tra l’altro nei versi di
“Buenos Aires, Benares” si possa scorgere la “impossibilità
concreta di dire un’esperienza unitaria”. Come dire fino in fondo
ciò che si è scritto e il suo senso? Lo dica un altro, come in
questo caso. Siamo comunque in un campo di tensioni labili,
sfuggenti: allora sì, la frammentazione della linea può essere, è
la forma in cui respira
questa linea. Mi soffermerei su questa analogia che vien detta come
respiro
del testo, della poesia come di qualsiasi cosa. Altra analogia,
sempre dallo stesso autore citato su: “la poesia es también, y
sobre todo, un arte respiratorio: inspiración y espiración”. E
perché la linea sarebbe frammentata, perché “respira” in questo
modo discontinuo, irregolare come qui risulta? A volte, una sola
linea una sola parola, a volte non è sufficiente impegnare l’intera
linea e bisogna andare a capo. È così, avviene, seguendo questo
filo dell’analogo, perché anche la lingua accade come percezione,
come intuizione, la lingua viene da noi, come tutte le cose in
esistenza; e se la lingua non deve tradire l’origine, essa deve in
qualche modo – per quanto infine sia impossibile – riferirvisi
(rispecchiare
è impossibile anche in un diario vero e proprio, e la poesia non è
diario). Difatti la lingua e le nostre percezioni del mondo non si
danno come flusso continuo, intendo dal punto di vista qualitativo,
ma al contrario, “flusso”, corrente (stream:
ce ne ricordiamo!) spezzettato e disuguale, nitide o confuse, veglia
e sonno, veglia e/o sogno, veglia-e-sogno, se si vuol distinguere. Se
vogliamo usare questa immagine, è stato detto che la corrente dello
stesso fiume non scorre uguale in ogni punto del fiume.
Un
libro in tre lingue, e in due casi, con i due testi in cinese, sono
quattro lingue – leggo che si presenta come elemento strutturale di
questa poetica, così aprendo altri orizzonti di senso: credo sia di
necessità anche così, mi sembra una buona idea. Ciò corrisponde
del tutto a quanto enunciò, ancora, Octavio Paz: “los poetas de la
lingua inglesa, en particular Eliot y Pound, han mostrado que la
traducción es una operación indistinguible de la creación poética…
al traducir, cambiamos aquello que traducimos, y, sobre todo, nos
cambiamos a nosotros mismos”. Sono assai d’accordo sulla
connotazione data all’uso della lingua spagnola; sulla lingua
inglese dovrei pensarci; per il cinese mandarino o lingua
degli Han
(汉
语, Hàn
yu), certamente sì, l’idea è che, a differenza delle lettere
alfabetiche, ogni carattere cinese – che spesso non solo fa,
costituisce una intera parola/concetto (in genere, ideogramma)
ma anche può avere più significati diversi, un colore o più d’uno
– abbia una personalità: un po’ l’operazione di Rimbaud in
Voyelles
ma, nel caso del cinese, assai più esplicita ed estesa a una intera
lingua. Da qui l’immagine di questa lingua, siccome conserva
traccia (uno studente di cinese sarebbe pronto a negarlo, a me sembra
di sì, invece) dell’origine pittografica, in cui cosa o azione
sembrano “incarnarsi” o meglio “materializzarsi” nelle forme
linguistiche. Qui nella lingua degli Han,
per quanto la sua versione odierna sia stata “semplificata”, la
tesi di Giambattista Vico nella Scienza
Nuova
(semplifico il titolo) sull’origine sensoriale-immaginativa della
lingua sembra verificata in pieno. Aggiungo che, a giudicare da
quanto leggo, anche l’alfabeto proto-cananeo, altra lingua degli
inizi poi modificata da fenici e greci, al principio fosse lingua
pittofonetica, se il segno vorrebbe raffigurare una immagine
sensoriale, se possibile, della cosa/azione. Si veda in proposito lo
scritto del 1936, con introduzione di Ezra Pound – che rivede e
cura l’opera, pubblicata postuma, di Ernest Fenollosa: L’ideogramma
cinese come mezzo di poesia.
Una
ars poetica
(nell’opera completa di Pound, tradotta per “i Meridiani”
Mondadori). Titolo che già suona esplicativo, e il breve saggio,
completato per la pubblicazione da Pound, sebbene risulti criticato
dai filologi, lo è ancor più per chi lo legga.
Penso
che il linguaggio non si limiti solo a voler rappresentare in qualche
modo il cosiddetto reale (quel che si dà, diciamo, al cogito),
cosa in assoluto impossibile, com’è ben noto, e che in qualche
modo/misura tenda a corrispondervi, nonostante l’impossibilità. La
lingua tende a rappresentare quel che perviene, almeno rispetto alla
menzionata “origine”, che posso intendere così: “Siempre he
creido en la máxima de Goethe: todos los poemas son poemas de
circunstancias. Cada poema es una respuesta a un estimulo exterior o
interior”. In questo modo si sostiene una origine diaristica
della poesia, a patto di precisare che “pero las circunstancias no
explican ni substituyen a los poemas, que son realidades autónomas”:
dunque (dice Paz, parlando del giapponese Matsuo Bashō, meglio noto
per il genere Haiku)
si può sostenere che un libro di poesia “es, en el fondo, un
diario”, tenendo fermo che infine “El verdadero tema de la
poesía… aunque siempre secreto y nunca explícito, es la poesía
misma”.
Certo.
Ma l’enigma di cui la poesia è re-invenzione è poi quello della
cosiddetta realtà. Interpretazione tanto più realistica,
in quanto la cosiddetta realtà viene intesa come ciò che da sempre
sfugge. La realtà è “reale”?
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