(Redazione) - Nel verso del tempo: piccolo breviario di poesia - 08 - Tanto gentile e tanto onesta pare

 
Di Ester Guglielmino



In quella parte del libro de la mia memoria,
dinanzi a la quale poco si potrebbe leggere,
si trova una rubrica la quale dice:
Incipit vita nova.
[Dante, Vita Nova, cap. I]

Il termine ‘rubrica’ deriva dal latino rubrīca (da ruber: rosso) che rimanda all’ocra o terra rossa che nell’arte libraria antica s’usava per porre in evidenza particolari luoghi della stesura: l’asticella centrale del volume (l’umbilicus), la custodia che lo ricopriva, l’index che riportava titoli e autori, le lettere d’inizio capitolo, le annotazioni e i richiami. 
Così, per estensione, nel corso dei secoli, il termine ‘rubrica’ ha finito per indicare ciò che, nel libro della memoria, si salva come ineliminabile ed essenziale. 
Nella fattispecie, questa rubrica vuole essere uno spazio agevole e leggero dedicato alle poesie più famose che hanno accompagnato la nostra vita, quelle che abbiamo imparato ad amare assieme al profumo della carta sulle nuove antologie di scuola, quelle che abbiamo odiato più di un poco in vista di una verifica temuta, quelle che non abbiamo mai capito ma che abbiamo comunque fatto nostre imparandole a memoria, quelle che abbiamo riscoperto dopo anni perché più nessuno ce ne imponeva la lettura. 
Perché, nel bene o nel male, le poesie restano come uno scrigno raro tra le sinapsi da cui scintillano ogni giorno miriadi di sogni e di pensieri, restano come una nenia oscura, come un rosario inconsapevole che sgrana il succo dei suoi piccoli frutti nel corso di una vita intera.

1.Tanto gentile e tanto onesta pare

Henry Holiday, olio su tela, 1882-1884, Walker Art Gallery di Liverpool nel Regno Unito.




Tanto gentile e tanto onesta pare
la donna mia quand’ella altrui saluta,
ch’ogne lingua deven tremando muta,
e li occhi no l’ardiscon di guardare.

Ella si va, sentendosi laudare,
benignamente d’umiltà vestuta;
e par che sia una cosa venuta
da cielo in terra a miracol mostrare.

Mostrasi sì piacente a chi la mira,
che dà per li occhi una dolcezza al core,
che ’ntender no la può chi no la prova:

e par che de la sua labbia si mova
un spirito soave pien d’amore,
che va dicendo a l’anima: sospira.

[Dante, Vita Nuova, XXVI, 5-7]1

Me le sono sempre immaginate piene di splendore le strade di Firenze, ne ho squadrato da lontano la grandezza delle piazze, ascoltato nell’aria il chiacchiericcio della gente, intravisto il sole filtrare piano tra i panneggi delle stoffe. Beatrice me la sono sempre figurata bella e, più per cliché che per realismo, incredibilmente bionda; attraverso quel dedalo di vie mi è sembrato quasi possibile seguirla: nuvola aurea e aulente che sparge tra la folla semi inconsapevoli di fascino dimesso. Dante l’ho sempre collocato lì accanto, forse all’angolo, appoggiato a una fontana zampillante e cristallina, nel tentativo di stemperare i fumi di una reiterata e indescrivibile emozione. Vista così mi è sempre apparsa come una scena d’amore plausibile e leggera, un accadere di cose che appartengono alla vita di ciascuno: ah l’amore, anche in poesia quanto può e quanto gli si deve!
Certo - direte - Tanto gentile e tanto onesta pare non ha mica bisogno della mia presentazione, è forse il sonetto più famoso della nostra tradizione letteraria, famoso almeno quanto il suo celebre autore e la donna a cui esso rivolge la sua totale ammirazione. Tuttavia, come ogni poesia, credo non possa restare scevro d’una qualche suggestione, d’un ricostruire sognante di luoghi e luci e situazioni, d’un restituire vita laddove ritroviamo narrate sensazioni. Scritto d’età giovanile, pregno di quel trasporto e di quella fascinazione che solo il primo innamoramento può donare, il sonetto venne in seguito inserito nella Vita Nova, una sorta di diario cui il giovane fiorentino affidava la memoria dei momenti più rappresentativi della sua storia d’amore. In questo componimento, in particolare, la donna amata si manifesta “tanto gentile e tanto onesta” mentre, passeggiando per le vie cittadine, dona il suo saluto-salute a chiunque la incontri sul cammino. E la sua bellezza è tale che ogni lingua ammutolisce per evitare di tremare e gli occhi s’abbassano perché non reggono l’ardore di guardare nei suoi occhi. Ma non è solo di bellezza fisica che il giovane poeta qui ci vuol parlare, piuttosto di quanto traluca da essa la luminosità d’una creatura eccezionale: bisbiglia d’approvazione chi la loda, eppure la sua modestia non la fa mai smarrire; ella passa, osserva e dona grazia con una benevolenza naturale, obbedendo quasi al dovere imperscrutabile d’essere tale. Ed è questo che la rende una creatura sovrumana, una meraviglia inviata dal cielo sulla Terra per mostrare che i miracoli esistono e che esiste ab origine un principio di bene superiore.
Così la fascinazione potente che proviene dal suo semplice mostrarsi attraversa gli occhi e, per loro tramite, riesce a raddolcire il cuore: è la consolazione che tocca chi riesce a percepire la bellezza nella sua più pura essenza. Per questo sembra che dal suo aspetto si muova uno spirito leggiadro e pien d’amore, che ammonisce ogni passante ad accettare il mistero insondabile della sua figura e che va dicendo all’anima: sospira.
In realtà, al tempo della Vita Nova (più tarda rispetto alla composizione del sonetto) Beatrice apparteneva già a una dimensione ultraterrena: nel 1290 un parto difficile o una malattia improvvisa se l’era portata via, lasciando Dante nella più cupa disperazione; eppure, pur di non rinunciare al suo grande amore, il poeta cerca un’altra strada, difficile e accidentata ma plausibile per un animo dotato d’un sentire superiore: trasformare in perenne ciò che è contingente, rintracciare nell’esperienza individuale la chiave interpretativa che mantiene vivo l’universale. E allora eccola Beatrice sfumarsi dei contorni reali della sua persona, eccola diventare ‘figura’ - nel senso auerbachiano del termine - di un duplice percorso di iniziazione: quello terreno della parola poetica che salva diventando testimonianza eterna e sacra, motivo per cui Beatrice prefigura e riassorbe in sé la funzione altissima della Poesia, e quello sovra-terreno per cui l’amore divino si rivela tramite quello umano, così che il rosso e il bianco che si associano a questa venerabile creatura diventano rimando cristologico costante, morte che travalica la morte e che significa rinascita, resurrezione.
Ma c’è dell’altro ancora, perché questa poesia non è solo una tappa fondamentale del sentire poetico, ideologico e umano di Dante, essa rappresenta anche una pietra di paragone di quel gusto letterario che, proprio grazie al Nostro, porta il nome di Dolce Stilnovo. Tanto gentile e tanto onesta pare ospita infatti tutte le parole chiave implicite in questa tradizione e ne diffonde i valori filosofici e ideologici, tramite riferimenti ben più profondi di ciò a una prima lettura potrebbe sembrare.
Ad esempio Beatrice non la si incontra, ella ‘appare’, ‘si manifesta’ con l’unicità impeccabile d’una creatura speciale. Pare, nel senso di apparire, è la parola più reiterata del componimento, delegata a far sentire al meglio l’idea dell’epifania estatica che ammicca quasi a una rivelazione sacra. Ella, inoltre, si mostra onesta ossia pura di cuore e, soprattutto, gentile. E non si tratta d’una gentilezza che discende dall’appartenenza al prestigio indiscusso di una schiatta, è una gentilezza di natura allocata dentro al cuore, una superiorità d’animo che rende capaci di provare ciò che altri non possono nemmeno immaginare. D’altronde già Guido Guinizzelli, che del movimento era stato celebre precursore, aveva affermato che “al cor gentil rempaira sempre amore”, rivendicando nel contempo il giusto riscatto sociale d’una borghesia mercantile emergente e sempre più presente nella vita politica e culturale del comune. Altro tema fortemente caratterizzante, che percorre tutto il sonetto da inizio a fine, è quello dell’ineffabilità del dire ovvero la costatazione di come la vicinanza di Beatrice renda pressoché nulle le facoltà espressive di chiunque abbia con lei a che fare.
Un motivo, questo, che consente pure di inserire il sonetto a conclusione d’una triade compositiva che parte da Io voglio del ver la mia donna laudare di Guido Guinizzelli (1230-1276):

Io voglio del ver la mia donna laudare
ed asembrarli la rosa e lo giglio:
più che stella dïana splende e pare,
e ciò ch’è lassù bello a lei somiglio.
Verde river’ a lei rasembro e l’âre,
tutti color di fior’, giano e vermiglio,
oro ed azzurro e ricche gioi per dare:
medesmo Amor per lei rafina meglio.
Passa per via adorna, e sì gentile
ch’abassa orgoglio a cui dona salute,
e fa ’l de nostra fé se non la crede;
e no·lle pò apressare om che sia vile;
ancor ve dirò c’ha maggior vertute:
null’ om pò mal pensar fin che la vede2.

Sonetto che, pur mantenendosi nella prima parte aderente a molti degli stereotipi della poesia cortese (la donna viene paragonata per bellezza alla rosa e al giglio, all’azzurro dell’aria, al colore dei fiori, ai gioielli più preziosi che si possano regalare), introduce dei termini di paragone trascendenti come la stella del mattino e tutto ciò che di meraviglioso custodisce il regno del cielo, per poi virare, nella seconda parte, verso dei contenuti propriamente innovativi: di questa donna si sottolinea al di sopra di tutto la gentilezza d’animo e la capacità salvifica che da essa emana, spianando la strada a una visione quasi mistica che si scosta sensibilmente dalla concretezza sensuale della precedente tradizione.
Sulla stessa scia di contenuto si colloca, più tardo, Chi è questa che vèn, ch’ogn’om la mira di Guido Cavalcanti (1255-1300):

Chi è questa che vèn, ch’ogn’om la mira,
che fa tremar di chiaritate l’âre
e mena seco Amor, sì che parlare
null’omo pote, ma ciascun sospira?

O Deo, che sembra quando li occhi gira!
dical’ Amor, ch’i’ nol savria contare:
cotanto d’umiltà donna mi pare,
ch’ogn’altra ver’ di lei i’ la chiam’ira.

Non si poria contar la sua piagenza,
ch’a le’ s’inchin’ ogni gentil vertute,
e la beltate per sua dea la mostra.

Non fu sì alta già la mente nostra
e non si pose ’n noi tanta salute,
che propiamente n’aviàn canoscenza3.

Qui è evidente come l’omaggio guinizzelliano alla concretezza dell’immaginario cortese venga completamente superato a favore di una dimensione epifanica trascendente ritenuta inconoscibile dal pensiero umano: l’aria che trema di luce, l’incapacità di proferire parola o di riferire tale esperienza su un piano verbale, la figura della donna che trascolora nella personificazione di Amore, l’umiltà che pone questa creatura su un piano superiore in cui virtù e bellezza si intrecciano in un’unica indissolubile soluzione. Un’atmosfera insomma che anticipa quella dantesca di Tanto gentile e tanto onesta pare, che conclude il percorso e ne costituisce l’estrema coerente evoluzione.
Ferme restando le chiare intersezioni fra i tre componimenti: il tema centrale dell’ineffabilità del dire che è incapacità di spiegare la bellezza autentica a parole; il tema dell’incedere della donna che è manifestarsi angelico d’una dimensione superiore; il tema della gentilezza d’animo di cui solo pochi eletti possono far tesoro; il tema del saluto che è facoltà di curare l’anima, di darle salvezza e consolazione rispetto al negativo della vita, diventa evidente l’esistenza di un tessuto di riferimento condiviso, che i tre poeti attraversano e consacrano come un comune credo letterario ed etico. In Dante il processo sembra giungere al livello estremo di smaterializzazione, pur evidenziando per converso una ben più nitida volontà di riferire l’esperienza con stile aperto e piano, di creare – quasi evangelicamente - un primo livello facilmente accessibile di significato dal quale possa poi staccarsi e andare oltre chi sia dotato dei riferimenti culturali più appropriati. Uno stile che programmaticamente si affida a un lessico dolce e rotondo nel suono; una nenia romantica che permane nella testa con l’incidenza reiterata di un’anafora e s’apre alla bellezza come una vertigine inattesa che invade gli interstizi della vita e vi custodisce il senso eterno dell’umano.

Bibliografia essenziale
Dante Alighieri, Le Opere, a cura di Michele Barbi, Società Dantesca Italiana, Firenze 1960.
Poeti del Duecento, volume II, tomo 2: Dolce Stil Novo, a cura di Gianfranco Contini, Classici Ricciardi Mondadori, 1995.
Treccani, Vocabolario della Lingua italiana, 2003.
1 Da Rime in Le Opere di Dante, a cura di Michele Barbi, Società Dantesca Italiana, Firenze 1960.
2 In Poeti del Duecento, volume II, tomo 2: Dolce Stil Novo, a cura di Gianfranco Contini, Classici Ricciardi Mondadori, 1995.
3 Ivi.
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