(Redazione) - Lo spazio vuoto tra le lettere - 57 - Il deserto che parla: genealogia della parola nel deserto. Neher, Jabès e la radice che li precede (Midbar / Davar / Dever — ד־ב־ר)
| di Sergio Daniele Donati |
La radice ebraica ד־ב־ר (dalet–bet–resh) – se ne è già parlato su queste pagine – costituisce uno dei nuclei semantici più complessi e stratificati dell’intero lessico biblico. Non solo, questo discorso, che ha radici millenarie, non interessa solo l’ermeneutica e l’esegesi biblica, ma è in grado di illuminare ogni discorso attorno alla parola, specie se poetica, in relazione al silenzio.
Essa genera, con una coerenza che non è quindi mai puramente fonetica o meramente inerente i radicali.
Tre termini che sembrano divergere e invece si richiamano, se seguiamo una particolare linea interpretativa, derivano da quella radice: davar (דבר), parola, cosa, costrutto evento; midbar (מדבר), deserto; dever (דבר), peste, flagello, piaga.
La filologia qui non ci consegna, badate bene, una semplice famiglia di vocaboli, ma una vera e propria costellazione ontologica, in cui il dire/fare/costruire, il luogo (del silenzio, un non-spazio desertico) e la ferita, o la potenzialità offensiva del dire si implicano reciprocamente.
La lingua ebraica, più di altre, conserva la memoria di un pensiero in cui la parola non è un segno descrittivo del reale, ma un atto di esso costitutivo; non un mero contenuto, ma un accadere, anzi, ancor più, un creare dicendo.
Non è solo il significato a pulsare nelle parole, ma una forza spirituale che attraversa il mondo per mezzo della parola e, in una certa estensione, lo crea.
Il davar non è “parola” nel senso logocentrico occidentale: è anche, dunque, evento costitutivo del reale.
Nella Bibbia, “E Dio disse” non introduce un enunciato, ma un atto creatore.
Il dire è fare, permettere all’ancora inesistente di prendere forma.
La radice ד־ב־ר porta in sé un’idea di impulso, di spinta performativa, di energia che si manifesta.
L'enunciazione di una legge, o di una formula, crea il suo stesso oggetto, non si limita a descriverlo.
In questo senso ogni parola ha in sé un valore sia evocativo che invocativo.
Per questo la stessa radice genera anche, se mal impiegata, dever, la peste, qualcosa i cui effetti, come in diffamazione e maldicenza, non possono più essere controllati, nemmeno in caso di pentimento del soggetto agente.
La parola, quando si rovescia in flagello, porta l’evento che ha creato a perdere la sua misura e diventa devastazione, irrefrenabile e incontrollabile.
La peste biblica non è un fenomeno naturale: è un davar che ha smarrito la sua forma, un dire che si è trasformato in giudizio. La filologia, qui, non è ancella della teologia: è la sua matrice.
Quando il davar (parola) si tramuta in dever (piaga, epidemia) non perde la sua potenza creatrice, affatto; solamente la polarizza in negativo.
In tanto la parola può creare, in tanto essa può devastare e lasciare un segno indelebile (piaga) sulla pelle di tutti, anche dei soggetti non interessati alla parola stessa.
Il midbar (deserto), poi, è un caso ancora più rivelatore. La forma מדבר può essere letta come “luogo del parlare”, ma anche come “luogo del condurre”, poiché la radice ד־ב־ר significa anche “guidare un gregge”.
Il deserto è dunque il luogo in cui la parola guida e insieme si perde; è spazio di orientamento e di disorientamento; è grembo e tomba della voce.
Il midbar è il luogo in cui la parola si misura con la propria origine nel silenzio, in un vuoto di meditazione simile all’attimo prima del dire.
Un luogo spoglio, privo di eco, in cui il dire non può appoggiarsi a nulla se non alla propria nudità.
Un luogo di pura attesa fremente, di pre-vibrazione sonora.
La tradizione rabbinica lo sapeva: la Torah è data nel deserto perché solo nel vuoto la parola può essere ascoltata senza essere deformata.
Ed è data su un monte perché è necessaria una ascesa perché la parola torni ad essere creatrice: un’ascesa del ricevente, badate bene.
Chi attende nel silenzio la parola elevando il suo spirito per poterla ricevere le permette di essere di nuovo davar (e non dever).
Attenzione: questo pensiero se portato in campo poetico dovrebbe dire molto a chi si ritiene in possesso della parola che scrive.
Perché? Perchè ci dice che anche la è parola più pregna diviene sacra solo se chi la riceve sa preparare il campo per l’elevazione di quel dire.
Allora, di chi è la parola stessa?
È su questo terreno filologico che si comprende la profondità del pensiero di André Neher. filosofo dell’ebraismo, erede della fenomenologia e della teologia negativa.
In L’Exil de la Parole (L'esilio della parola) Neher costruisce una teoria della rivelazione come sottrazione.
«La parola si dà nel suo ritrarsi», scrive, e questa formula, apparentemente paradossale, è in realtà una lettura rigorosa della radice ד־ב־ר.
Il davar è evento, ma è evento che nasce dal vuoto; la rivelazione non è un pieno, ma un intervallo; la voce divina non si impone, ma si sottrae.
Il midbar è il luogo in cui la parola diventa etica: non ordina, ma chiama; non schiaccia, ma espone; non domina, ma invita alla responsabilità. Il Sinai è deserto perché la parola, per essere vera, deve essere fragile.
Neher legge la radice in oggetto come un movimento verso l’altro (e verso/dall’Alto): la parola si ritrae per lasciare spazio alla risposta umana, all’accoglimento del ricevente.
Edmond Jabès, poi, poeta dell’esilio e della frattura, abita lo stesso deserto ma lo percepisce come un abisso.
Per lui il midbar non è un intervallo pedagogico, ma una cicatrice ontologica.
La Shoah non è per lui, ad esempio, un evento da interpretare teologicamente: è una frattura che ha spezzato la voce, quasi in chiave adorniana, pur se con diversi accenti.
Per lui la parola quindi non è più appello: è resto, rimanenza di briciole di sacro nel dever, nella devastazione.
Nel Livre des Questions scrive: «Il libro è il luogo del deserto», e ancora: «Ogni parola è un esilio».
Ma esilio da cosa, se non dalla radice pura ed elevativa del dire o dello scrivere?
La scrittura è ciò che sopravvive quando la voce è stata annientata.
Il davar non è più per il poeta evento rivelativo, ma frammento che testimonia una perdita, anzi, la piu grande delle perdite.
Il libro per Jabès è un deserto perché (non quindi) la parola è cenere.
Jabès non cerca la voce: cerca la traccia della sua assenza, per tornare al sacro.
Il sacro è per il poeta ciò che era primna di quel dire devastato e in quel ritorno sta l’unica possibilità di ricostruzione.
La radice ד־ב־ר diventa, nella sua scrittura, un campo di rovine.
Il dever non è più un flagello biblico: è la condizione del mondo dopo Auschwitz.
La parola è ciò che resta dopo la peste della storia.
La tradizione biblica e rabbinica — il terzo autore implicito di questo discorso — è il terreno su cui entrambi si muovono. Nei testi biblici la radice ד־ב־ר appare nei momenti decisivi: nella creazione («E Dio disse…»), nella rivelazione («E Dio parlò…»), nel giudizio («E il Signore mandò il dever…»), nell’erranza («Nel midbar camminerete…»).
La parola crea, guida, distrugge. La filologia mostra che la lingua ebraica non separa questi gesti: li tiene insieme.
La parola è un rischio. Il deserto è un rischio. La peste è un rischio. La radice è una mappa dell’ambivalenza del dire.
Neher e Jabès leggono questa mappa in modi diversi.
Neher la legge come un invito etico: la parola è fragile e per questo chiede cura.
Jabès la legge come una ferita: la parola è un resto che testimonia la perdita. Ma entrambi riconoscono che la parola nasce nel deserto. Entrambi riconoscono che il davar è un evento che accade nel vuoto. Entrambi riconoscono che il dever è la possibilità oscura che accompagna ogni atto di dire. La radice ד־ב־ר è il loro punto di contatto e il loro punto di divergenza.
Alla fine, ciò che la radice ד־ב־ר ci consegna è una verità che precede Neher e Jabès e che entrambi, ciascuno a suo modo, hanno saputo ascoltare: la parola è un deserto che prende forma.
È un varco nel silenzio, un rischio che si assume, un evento che accade nel vuoto.
È fragile come una voce che si ritrae, resistente come una traccia che sopravvive alla catastrofe.
È promessa e rovina, rivelazione e peste.
Neher la custodisce come responsabilità; Jabès la custodisce come ferita. Ma entrambi sanno che la parola autentica non nasce nella pienezza, bensì nella sottrazione; non nella città, ma nel deserto; non nella sicurezza, ma nell’esposizione.
E forse è questo il lascito più alto della radice ד־ב־ר: che ogni parola vera è un atto di coraggio, che ogni deserto è un luogo di ascolto, e che persino la peste, nella sua devastazione, ricorda all’uomo la potenza e il pericolo del dire.
La parola è un filo teso tra rivelazione e rovina.
Sta a noi — come lettori, come parlanti, come esseri esposti — decidere se attraversarlo come Neher, nella responsabilità, o come Jabès, nella memoria della ferita. In entrambi i casi, la parola resta ciò che è sempre stata: un deserto che parla.
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