(Redazione) - "Bub von Knabensdorf - Nullus" - 06 - a cura di Alessandra Brisotto

 
A cura di Alessandra Brisotto

Bub von Knabensdorf nasce nel secolo scorso, la data esatta risulta incerta, in una cittadina della Turingia da una nobile famiglia tedesca decaduta. 
In seguito al suo atteggiamento scontroso, diretto e non raramente offensivo, perde un posto di lavoro dopo l’altro, cade in disgrazia e si ritrova a vivere sulla strada. Le avventure di Nullus, appellativo che gli viene attribuito fin dalla nascita, le scrive egli stesso in un taccuino alquanto consunto che reca sempre con sé. “Il mio tesoro inestimabile”, lo definisce. 
Alcuni capitoli, tradotti dal tedesco all’italiano ne narrano le vicende in ordine sparso, non cronologico. 
Il signor von Knabensdorf vive a Francoforte sul Meno, ora qui ora là, a seconda delle stagioni. 
Il più delle volte si può incontrare nel quartiere di Sachsenhausen.

(la curatrice - Alessandra Brisotto)
CAPITOLO VI
Le grandi navi
La mia camera era simbolicamente universale, il mio rifugio tanto razionale quanto fantasioso, il luogo in cui potevo viaggiare senza remore e zavorra, attraversare tutti i mari del globo in pochi istanti, senza bagnarmi – come mio padre– e sbaragliando un’enormità di nemici sulfurei, acquatici e terricoli. Era il mio avamposto o la retroguardia, a seconda delle situazioni in cui mi trovavo implicato – comprese le birichinate e gli esperimenti con gli insetti, di cui andavo molto fiero, ma che troppo spesso avevano terrificato la povera Albertina.
Le mie navi da battaglia, due delle quali erano appartenute a mio padre, prima di lui a suo padre e al padre di suo padre, scivolavano nel tappeto oceanico, a volte scontrandosi con il mio trenino a vapore e altri giocattoli che giacevano inermi, come isole sparpagliate in attesa di un attracco. Alcuni soldatini di peltro mi osservavano con lo sguardo di chi vuole riprendere all’istante a combattere, fieri e al contempo imprecanti aiuto.

Ho solo due mani! Dovete attendere il vostro turno, generale Von Pferd! Non mi guardate così, colonnello von Stauffenhügel. Non appena avrò tempo sarò a vostra disposizione.

Attraccata l’ultima nave all’isola più vicina mi dedicavo agli ufficiali spazientiti, donando loro due minuti di vita per poi riporli nel cestone onnivoro che tanto piaceva a mia madre. Questo lo facevo soltanto se richiesto, naturalmente, poiché sarei stato in grado di salterellare anche sui due alluci in un pavimento pieno zeppo di giochi per raggiungere il letto o la scrivania.
La porta della mia camera la tenevo sempre chiusa. Il motivo non era il desiderio di nascondermi al mondo, dato che il mondo vi era inglobato, ma volevo che la cartina appesa alla parte interna di essa restasse a vista e a portata di pensiero, dei miliardi di pensieri che scorrevano giorno e notte, incessantemente tra i miei capelli e l’universo.


Foto: K.I. Alexander


Era una vecchia foto di Trieste, una città che non avevo mai visitato, ma che mio padre conosceva bene. Mi aveva raccontato della grande piazza affacciata sul mare e del vento freddo e potente che cacciava ogni pensiero negativo ed ogni bacillo di raffreddore. Inoltre, strizzando l’occhio destro, mi aveva accennato ad un altro particolare molto femminile che aveva denominato ‘le mule di Trieste’. Perché dei muli fossero così interessanti non lo potevo capire, ma l’avrei compreso in un secondo o terzo tempo.
Mille volte avevo raggiunto la città sul mare con la mia nave ammiraglia, l’avevo attraccata al Molo Audace, mi ero addentrato per le vie del centro, con la mia divisa elegante e, ammirato da tutti e tutte, avevo comprato qualche giocattolo in un negozio che ancora esiste in qualche luogo della città, mangiato un gelato con attenzione, per non sporcare l’uniforme, infine ero salpato verso casa, attraversando lo stretto di Gibilterra, l’Oceano Atlantico e ritrovato la via del ritorno in direttissima, attraverso la Francia, la Germania dell’Ovest, fino a Eisenach.
Infatti, le mie navi potevano navigare strepitosamente anche via terra, addirittura prendere il volo, in caso di necessità.
Nella mia stanza poteva accadere tutto, come un miracolo o una magia, se soltanto lo prendevo in mano.
La sera dell’incidente avevo addirittura meditato di portare i miei genitori in camera mia, e lì, nel luogo magico per antonomasia, di abbracciarli contemporaneamente, per ricongiungere le loro anime, farle salpare dai loro porti distanti anni luce e farle attraccare a Trieste, soltanto con la forza delle mie braccia e del mio pensiero, come sapevo fare magnificamente con le mie navi.
In altre situazioni, in cui l’atmosfera in casa era quasi polare, avevo pensato di utilizzare questo stratagemma, per raggiungere i mari del sud, dove il clima è più mite e le anime si sciolgono al suo calore.
Purtroppo, non l’ho mai sperimentato, forse per paura della reazione dei due, di un inatteso ceffone, oppure per il timore di vedermi sconfitto e divenire la causa definitiva di un loro allontanamento ancora maggiore, forse fino al raggiungimento di altri pianeti.
In ogni caso possedevo un cannocchiale abbastanza preciso, grazie al quale non li avrei mai persi di vista. Quest’idea mi aveva sempre consolato.
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