(Redazione) - Anfratti - 18 - Il cane fedele

 

A cura di Alessandra Brisotto

Di Francoforte fanno parte case anzianotte, ristrutturate, risalenti all’inizio del ‘900, grattacieli slanciati, giovanotti spavaldi, con l’aria di voler sopraffare il mondo sottostante, che tutto sommato li sorregge, condomini datati, costruiti negli anni ’90, integratisi armoniosamente con avi e discendenti. Alcune case esotiche, erette forse per ritrovare un pezzo di patria e di identidiversità nel paese straniero, guizzano ora
qui ora lì con non poca esuberanza. 
Infine, pullulano le case invisibili, quelle bassissime, talmente modeste e sommesse da non poter essere scorte se non dai propri abitanti.
Sono le dimore dei cosiddetti “senza tetto”, che semmai dovrebbero venir chiamati “lo spettacolo continua”, costituite da una logora coperta e un mucchietto di stoffe, cianfrusaglie personali, stelle implose, pesantissime nane bianche, simboli di case e palazzi da conservare in una mano.
Ci si accorge di esse dall’olezzo nauseante che le avvolge e protegge dagli sguardi indiscreti, di condanna dei passanti. Camminando in centro si è improvvisamente colpiti dall’odore acre di chi non si lava da giorni, settimane, mesi, che, come una lama tagliente, squarcia lo schermo di proiezione, ombreggiato da comparse a passeggio, sorridenti e spendenti, profumate da volti truccati a stampa e costose fragranze. Ci si tappa il naso, voltandosi a destra e a sinistra per trovare il punto d’inizio, la sorgente del disturbo olfattivo.
Eccolo.
Eccola.
Disteso a terra o seduta, con le gambe incrociate, in preghiera, la coperta a mo’ di velo e lo smarrimento a mo’ di disperazione che non lasciano spazio al respiro.
Poi c’è la casa viaggiante, la metropolitana, dove si incontrano ospiti identidiversi.
Ci salgo.
Si parte.
Un cane, un umile Levriero, ha lo sguardo assorto. Lo noto soltanto dopo essermi seduta, in equilibrio precario.
La mia perlustrazione sale alle orecchie, strisciando lungo il guinzaglio, fino alla mano della padrona. È un uomo. Porta una parrucca enorme, due piedi enormi, una statura enorme. Tutta questa enormità si accorge del mio sorriso rivolto al cane e si alza in piedi, scaraventando ovunque delle parole d’acciaio 
Adesso andiamo, dobbiamo scendere! È la nostra fermata, tesoruccio! Vieni, amorino mio, forza, vieni! 
Contemporaneamente si alza un altro uomo, vestito da uomo, senza parrucca, così non so più se il ‘tesoruccio mio’ sia il cane o l’uomo, oppure entrambi. 
L’uomo-parrucca-gigante, i piedi giganti e la voce in falsetto perseverano, forse per farsi notare.
Non capisco perché alzi il tono della voce in quel modo così esagerato. Poi scorgo gli auricolari, seminascosti dalla parrucca e dagli orecchini-caramella. Probabilmente sta ascoltando musica o qualcos’altro, per cui non percepisce il volume della propria voce, quello adatto alle circostanze. 
Chi si percepisce in modo adatto alle circostanze è meno sé stesso di chi, per qualsiasi motivo, non si percepisce?
L’enormità continua a urlare le poche parole, scandite con estrema attenzione. Il cane si alza e segue parrucca, orecchini, auricolari, scarpe e unghie ricoperte di smalto viola.
L’altro uomo, quello che gli sta dietro, pare si vergogni degli sguardi puntatigli addosso, dei sorrisetti multicolori di chi osserva la scena e ascolta, con un guizzo di irritazione nelle sopracciglia.
La parrucca si allontana con le orecchie del cane e le sopracciglia irritate dell’altro uomo. 
Alla fermata successiva scendo io, seguita da una scia di voce in falsetto, di profumo, di occhiali troppo grandi per quel volto, seppure molto vasto, di unghie colorate e lo sguardo del suo cane fedele.
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