il lato tragico di questo ticchettio quotidiano
è che suona operoso quasi musicale
mentre cadono sullo schermo le costellazioni
si è verificato un problema di connessione
singhiozzano i link a monconi
m’incatenano a una terra evanescente
zolle informi dove non distinguo
né radici né solchi nemmeno un lombrico
da far contorcere soffiandogli
il mio terrore sul dorso
di fronte ho interfacce
da periodo cubista sardoniche
ché ogni volta la foto mi svela
dilettante antica dei desideri
se ancora intenerisco
al miagolìo che si struscia alla caviglia
che vibra di vero più di questa battere
di falangi a stordire d’assenza
Da “Canti della prossimità”, in La Poesia Anima Mundi, puntoacapo, 2011
NOTA CRITICA
La
poesia di Annamaria Ferramosca si colloca entro una
linea di straordinaria densità semantica e intensità linguistica,
in cui il lemma si eleva a strumento privilegiato di indagine
ontologica, ascolto fenomenologico profondo e metamorfosi semantica
incessante.
Essa
erige un campo espressivo in cui si coniugano con rara armonia rigore
formale, tensione visionaria e una capacità quasi unica di dilatare
l’orizzonte del senso del mondo, rendendo il verso un luogo di
continua espansione percettiva e conoscitiva.
La
scrittura di Annamaria Ferramosca si distingue per una qualità
speculativa eccezionale che attraversa il testo come un flusso luminoso e
continuo, e per una sensibilità capace di accogliere e fondere in
un’unica architettura complessa paradigmi scientifici,
mitopoietici, geografici, tecnologici e affettivi.
La sua voce si
impone con autorevolezza nel panorama lirico contemporaneo, rivelando
in ogni componimento una consapevolezza raffinata della tradizione e,
al tempo stesso, un impulso irrefrenabile verso forme inedite di
percezione e di pensiero poetico.
Siamo dunque onorati e felici di poter pubblicare cinque sue splendide poesie tratte da diverse raccolte.
La
cosmologia dell’ascolto
Entrando nel profondo nei testi appare di poter dire, senza tema di smentita, che Annamaria Ferramosca costruisce una scena di origine in cui il
linguaggio poetico irrompe nel reale come fenomeno cosmico.
Le
parole cadono come schegge fossili e lampi di memoria trasmigrante,
configurandosi come moto primordiale che porta con sé frammenti di
tempo geologico e psichico.
La sintassi, poi, si dispiega in ampie onde
dilatate, sostenuta da enjambement costanti che dilatano il respiro e
instaurano una sospensione ritmica e temporale. Le immagini, sempre evocate ed evocative, si
susseguono in un processo metamorfico continuo: le parole si
trasformano in leve di luce che sollevano le pietre dell’umano,
fino a dischiudere il paesaggio interiore nella forma fetale del
cuore, emblema sincretico in cui biologia, psiche e cosmologia si
fondono in un unico simbolo archetipico.
Il
lessico della poeta privilegia termini attinti dalla fisica, dalla geologia e
dall’acustica – pulviscolo, onde d’urto, colpo secco della
corteccia – mentre l'apparato retorico appare affidarsi prevalentemente alla
sinestesia e alla personificazione: il bosco vibra, la corteccia
risponde, le cose si nominano pianissimo.
Si delinea
così una vera e propria cosmologia dell’ascolto – nella poetica di Annamaria Ferramosca pienamente l'ascolto è percepibile come motus, impulso iniziale di ogni scrittura – in cui il reale
si manifesta attraverso vibrazioni infinitesimali e la voce poetica
le registra con una sensibilità affine per etica poetica a quella di Rainer Maria
Rilke, capace di cogliere il tremito dell’essere e di trasmutarlo
in epifania rivelatrice.
Assenza
di interpunzione e tradizioni del Novecento
L’eliminazione
sistematica dell’interpunzione nei testi di Annamaria Ferramosca
svolge una funzione a nostro avviso strutturale decisiva, orientando l’atto
ermeneutico e intepretativo verso un flusso continuo che accoglie simultaneamente
percezione, riflessione e figurazione in un unico movimento
ininterrotto.
L’assenza
di segni interpuntivi apre un campo ritmico in cui il verso si
dispiega come corrente fluida e incessante, inducendo il lettore in
una dimensione di sospensione sospesa in cui ogni lemma si lega al
successivo per forza di attrazione semantica e musicale.
La
sintassi si distende in un movimento di giustapposizioni, scarti
minimi e accelerazioni improvvise, generando una respirazione ampia
che evoca un attraversamento esistenziale e mentale.
Questa
scelta formale instaura un dialogo fecondo e consapevole con alcune
delle esperienze più radicali del Novecento: la continuità del
dettato celaniano, che affida al bianco della pagina il compito di
pausa interiore e silenzio eloquente; la tensione visionaria di
Marina Cvetaeva, costruita su salti e sospensioni drammatiche; la
rarefazione luminosa di Edmond Jabès, in cui l’interpunzione si
ritrae per lasciare emergere la densità pura del pensiero; la linea
italiana che da Amelia Rosselli a Giampiero Neri riduce al minimo il
segno grafico per ampliare lo spazio mentale e immaginativo del
verso.
La
scrittura di Annamaria Ferramosca si colloca a nostro avviso, dunque, in questa costellazione
con una vocalità autonoma e originale in cui l’assenza di interpunzione
moltiplica le risonanze semantiche, espande il lemma e genera un’eco
polifonica che risuona a lungo nella mente del lettore.
La
mitologia del vivente
Nei testi proposti gli alberi, la figura arborea, assumono una statura mitica e quasi-sacrale.
Gli alberi si configurano come mappe di salvezza dispiegate nei rami,
introducendo una geografia del vivente che si offre come bussola
esistenziale e spirituale.
La
sintassi, ove ciò avviene, procede maggiormente per accumulo e diramazione, con periodi che si
allungano e si aprono analogamente a rami in cerca di luce vitale.
Il
lessico poi fonde elementi rituali e biologici – rito di purità, vie
tracciate sulle nervature, sgolare dei frutti – mentre la
figurazione retorica privilegia una certa metafora ascensionale, un simbolismo elevativo.
Gli alberi
si ergono con nomi di messaggeri, evocando a tratti la tensione luminosa e
profetica di Federico García Lorca.
L’imperativo
sii migliore del tuo tempo introduce poi una dimensione etica che
attraversa il testo come corrente sotterranea e ineludibile e la
ripetizione della forma verbale devo istituisce una catena di trasmissione
responsabile che passa da una fronte all’altra, prima che precipiti
il sole.
Si elabora così una mitologia del vivente in cui l’albero
diviene emblema di memoria collettiva, orientamento etico e
trasfigurazione possibile.
Biologia
visionaria e tecnosfera
Il
testo bionanostrutture rappresenta a nostro avviso uno dei vertici più complessi e
affascinanti della poetica di Annamaria Ferramosca.
Il lessico
scientifico irrompe nel verso con naturalezza e precisione –
bioappigli, angstrom, bionanostrutture – intrecciandosi a immagini
mitiche e affettive in un sincretismo originale.
La voce
poetica esplora nel proprio corpo aree inesplorate del cervello o del
cuore alla ricerca di strutture capaci di reggere il peso sfrontato
di bastione dell’altro, definito masso di Stonehenge inciso del
nome ripetuto.
L’archeologia
megalitica si coniuga alla biologia molecolare, trasformando il soma
in archivio stratificato di epoche, specie e civiltà.
Il
testo procede per quadri visivi, percettivo/tattili e sonori: aria di foresta sulle
guance, volo a braccia distese, veste monacale, notte che irradia
pulsazioni di canto.
La ripetizione della forma verbale sto scrivendo introduce una
forte componente metapoetica: la poesia documenta il proprio farsi,
la propria esposizione alla luce dello schermo, alle emoticons che
sottraggono voce e surrogano parole-carezze.
La
lingua qui accoglie la distanza e la frazione ormai plasmatica del male,
ma al contempo dischiude scenari geografici vasti e dolenti – area
desertica africa dell’abbandono, europa che nel buio scintilla di
luci infide.
La
chiusa infine ci prospetta una visione di rinascita: per-voce ancora voce, onda
di madre, nuovo sangue e cellule cellule.
Tale movimento si prolunga
nella spirale, nell’incendio, nel trasporto dei padri sulle spalle
– Enea e Iulo in cammino fino all’Antartide – fino a
contemplare la grande foresta che lampeggia, il verde corpo disteso
ben augurante, in cui la possibilità di tecno-morire coesiste con la
corsa salvifica sulla grande pianura.
Quotidiano
digitale e prossimità ferita
Nei testi il lato tragico di questo ticchettio quotidiano, il tempo della
vita digitale si manifesta come ritmo inesorabile e ambiguo, eppure onnipresente.
Il
ticchettio quotidiano suona come operoso, quasi musicale, mentre sullo
schermo cadono costellazioni e si verifica un problema di
connessione. I link singhiozzano a monconi, la terra appare
evanescente, la percezione si fa incerta e frammentaria.
Di fronte
alla voce poetica si ergono interfacce da periodo cubista sardoniche,
che svelano una dilettante antica dei desideri.
In
questo scenario di rarefazione, il miagolìo che si struscia alla
caviglia introduce una presenza animale che vibra di vero,
restituendo una prossimità tangibile e corporea.
Il gesto felino si
oppone alla rarefazione delle falangi che stordiscono d’assenza, e
il testo registra con lucidità la frattura insanabile tra corporeità
e interfaccia, tra desiderio autentico e simulacro digitale.
Conclusioni
Le
poesie di Annamaria Ferramosca qui proposte delineano una poetica della
connessione profonda, della metamorfosi incessante e dell’ascolto
radicale. Il lemma poetico attraversa il testo ma anche cosmo, foresta, polis, schermo,
soma e mito, erigendo una mappa complessa in cui ogni elemento
concorre a un unico campo semantico esteso e interconnesso.
La
scrittura di Annamaria Ferramosca sollecita pertanto una lettura lenta,
meditata e partecipativa, un’attenzione che segue le diramazioni
del testo come si seguono le nervature di una foglia o le traiettorie
di una costellazione.
E la sua opera si offre come locus privilegiato
per l’indagine sulle intersezioni tra poesia e scienza, ecologia e
linguaggio, tecnosfera e affettività, mito e contemporaneità.
il caporedattore - Sergio Daniele Donati
Nota
Biobibliografica
Annamaria
Ferramosca ha pubblicato 11 libri di poesia, tra cui: Luoghi
sospesi (Puntoacapo); Per segni accesi (Ladolfi); Curve di livello
(Marsilio), il volume di percorso Other Signs, Other Circles –
Selected Poems 1990-2009 (Chelsea Editions, N.Y., collana Poeti
Italiani Contemporanei Tradotti), traduzione della poetessa Anamaria
Crowe Serrano e dell’anglista Riccardo Duranti.
Un volume
monografico a lei dedicato è incluso nella collana Sud I Poeti delle
edizioni Macabor.
Altre due raccolte bilingui sono state pubblicate
in Argentina con il volume Volver a escribir la vida (Abisinia
Editorial, traduttore Antonio Nazzaro) e in Romania con Va veni
oceanul (Editura Cosmopoli, traduttrice Eliza Macadan). Sue poesie
sono state tradotte anche in greco, turco e arabo. Vincitrice dei
Premi Guido Gozzano, Renato Giorgi, Astrolabio, Voci Città di Roma,
è finalista per la poesia edita ai Premi Camaiore, Pascoli,
LericiPea, Montano, Pagliarani, Europa in Versi, I Murazzi. Nel 2021
le viene assegnato il Premio Speciale Montano Una vita in poesia.
Ampio materiale critico e audio-video è presente nel suo sito.
Sono profondamente grata a Sergio Daniele Donati per questa sua straordinaria lettura critica, che dilata la mia scrittura verso spazi del desiderio pure celati, che spero possano essere raggiunti nel mondo da ogni poesia.
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