Cinque poesie di Annamaria Ferramosca - con nota critica di Sergio Daniele Donati

 


I TESTI

sembra che cadano dall’alto le parole
della poesia - mi dici -
come da un tremito di stelle
sembra un bruciare di schegge fossili
lampi di una memoria che trasmigra

hanno esili braccia come leve di luce
a sollevare le pietre dell'umano
non vanno per salti ma
per larghissimi voli
sulla nostra laguna sconsolata
a intercettare un centro innocente
la forma fetale del cuore

è vero un pulviscolo di parole
invade l’universo   lo informa   lo plasma
se resti in ascolto puoi avvertire
le onde d’urto nel bosco
il colpo secco della corteccia
il tuffo della rana di Basho
un chiamarsi tra loro - pianissimo - delle cose
e quella nostra stramba contentezza
nell'ascoltare

Da Andare per salti, Arcipelago Itaca, 2017

***
alberi

non sappiamo di avere accanto mappe di salvezza
dispiegate nei rami
gli alberi sono bestie mitiche
invase dall’istinto   fieri suggerimenti
restarci accanto
non per generosità ma per pienezza
-- intorno l’aria splende in rito di purità --
la terra tenere salda
perché sia quiete ai vivi

gli alberi hanno strani sistemi di inscenare la vita
prima di descrivere la morte
s’innalzano
con quei loro nomi di messaggeri
le vie tracciate sulle nervature
lo sgolare dei frutti
sii migliore del tuo tempo  dicono

devo
far correre quest’idea sulla tua fronte
devo
e tu su altra fronte ancora
e ancora
prima che precipiti il sole

Da Ciclica, La Vita Felice, 2014

***
bionanostrutture

avrò anch’io, come il geco nelle zampette
in qualche area inesplorata del cervello o del cuore
sterminati minimi bioappigli
angstrom capaci di sorreggere
il tuo peso sfrontato di bastione

ti sostengo
urtando urlando contro il cielo
mio masso di Stonehenge
inciso del nome tuo ripetuto
sul mio petto
in finissime impronte
come nella foglia di loto

un’aria di foresta mi batte sulle guance

un’aria di foresta mi batte sulle guance

sto volando
a braccia distese esploro un sogno
siamo voci in stormo
come in cammino su un sentiero d’aria
con la conchiglia e la veste monacale
la notte irradia pulsazioni di canto

sto scrivendo
della mia stanza dell’incertezza
nel bagliore tenue dello schermo
emoticons
a sottrarre voce a surrogare
parole-carezze sulla pelle pelle
che almeno scorticasse
della distanza della competizione
della frazione ormai plasmatica del male
oh quanti siamo in astinenza
e la dose d’amore intravista
è materia immigrante flujo peligroso
frutto ibridato - era mela divina - ora
a marcire negli angoli

sorvolo l’area desertica africa
                       dell'abbandono
e l’europa che nel buio scintilla
di luci infide in macchie urbane

sto scrivendo
della mia illusione sulle fondamenta
cittàmondo in molle subsidenza del desiderio
sentirmi lambire da lingue-incendio lingue
dell'incontro a parlarsi   poi   solo   buio

ma il risveglio sarà per-voce   ancora voce
canto battesimale onda di madre
scalderà d’accoglienza nuovo sangue e cellule   cellule
a generare ancora ancora a spegnersi
nella spirale l’urto l’incendio   pure
il trasporto dei padri sulle spalle
Enea e Iulo in cammino fino all’Antartide

sto guardando
la grande foresta giù che lampeggia
il verde corpo disteso ben augurante
a vegliare sui flussi naturali   sui nuovi nati
- potrebbero tecnomorire - o vivi
tornare a correre sulla grande pianura
salvarsi mano sul cuore
      di diluvio in diluvio

Da Other Signs, Other Circles -- Selected Poems 1990-2009, Chelsea Editions, N.Y., 2009

***

il lato tragico di questo ticchettio quotidiano
è che suona operoso quasi musicale
mentre cadono sullo schermo le costellazioni
si è verificato un problema di connessione
singhiozzano i link a monconi
m’incatenano a una terra evanescente
zolle informi dove non distinguo
né radici né solchi nemmeno un lombrico
da far contorcere soffiandogli
il mio terrore sul dorso

di fronte ho interfacce
da periodo cubista   sardoniche
ché ogni volta la foto mi svela
dilettante antica dei desideri
se ancora intenerisco
al miagolìo che si struscia alla caviglia
che vibra di vero più di questa battere
di falangi a stordire d’assenza

DaCanti della prossimità”, in La Poesia Anima Mundi, puntoacapo, 2011

NOTA CRITICA

La poesia di Annamaria Ferramosca si colloca entro una linea di straordinaria densità semantica e intensità linguistica, in cui il lemma si eleva a strumento privilegiato di indagine ontologica, ascolto fenomenologico profondo e metamorfosi semantica incessante.
Essa erige un campo espressivo in cui si coniugano con rara armonia rigore formale, tensione visionaria e una capacità quasi unica di dilatare l’orizzonte del senso del mondo, rendendo il verso un luogo di continua espansione percettiva e conoscitiva.
La scrittura di Annamaria Ferramosca si distingue per una qualità speculativa eccezionale  che attraversa il testo come un flusso luminoso e continuo, e per una sensibilità capace di accogliere e fondere in un’unica architettura complessa paradigmi scientifici, mitopoietici, geografici, tecnologici e affettivi. 
La sua voce si impone con autorevolezza nel panorama lirico contemporaneo, rivelando in ogni componimento una consapevolezza raffinata della tradizione e, al tempo stesso, un impulso irrefrenabile verso forme inedite di percezione e di pensiero poetico.
Siamo dunque onorati e felici di poter pubblicare cinque sue splendide poesie tratte da diverse raccolte.

La cosmologia dell’ascolto
Entrando nel profondo nei testi appare di poter dire, senza tema di smentita, che Annamaria Ferramosca costruisce una scena di origine in cui il linguaggio poetico irrompe nel reale come fenomeno cosmico.
Le parole cadono come schegge fossili e lampi di memoria trasmigrante, configurandosi come moto primordiale che porta con sé frammenti di tempo geologico e psichico. 
La sintassi, poi, si dispiega in ampie onde dilatate, sostenuta da enjambement costanti che dilatano il respiro e instaurano una sospensione ritmica e temporale. Le immagini, sempre evocate ed evocative, si susseguono in un processo metamorfico continuo: le parole si trasformano in leve di luce che sollevano le pietre dell’umano, fino a dischiudere il paesaggio interiore nella forma fetale del cuore, emblema sincretico in cui biologia, psiche e cosmologia si fondono in un unico simbolo archetipico.
Il lessico della poeta privilegia termini attinti dalla fisica, dalla geologia e dall’acustica – pulviscolo, onde d’urto, colpo secco della corteccia – mentre l'apparato retorico appare affidarsi prevalentemente alla sinestesia e alla personificazione: il bosco vibra, la corteccia risponde, le cose si nominano pianissimo. 
Si delinea così una vera e propria cosmologia dell’ascolto  nella poetica di Annamaria Ferramosca pienamente l'ascolto è percepibile come motus, impulso iniziale di ogni scrittura – in cui il reale si manifesta attraverso vibrazioni infinitesimali e la voce poetica le registra con una sensibilità affine per etica poetica a quella di Rainer Maria Rilke, capace di cogliere il tremito dell’essere e di trasmutarlo in epifania rivelatrice.

Assenza di interpunzione e tradizioni del Novecento
L’eliminazione sistematica dell’interpunzione nei testi di Annamaria Ferramosca svolge una funzione a nostro avviso strutturale decisiva, orientando l’atto ermeneutico e intepretativo verso un flusso continuo che accoglie simultaneamente percezione, riflessione e figurazione in un unico movimento ininterrotto.
L’assenza di segni interpuntivi apre un campo ritmico in cui il verso si dispiega come corrente fluida e incessante, inducendo il lettore in una dimensione di sospensione sospesa in cui ogni lemma si lega al successivo per forza di attrazione semantica e musicale.
La sintassi si distende in un movimento di giustapposizioni, scarti minimi e accelerazioni improvvise, generando una respirazione ampia che evoca un attraversamento esistenziale e mentale.
Questa scelta formale instaura un dialogo fecondo e consapevole con alcune delle esperienze più radicali del Novecento: la continuità del dettato celaniano, che affida al bianco della pagina il compito di pausa interiore e silenzio eloquente; la tensione visionaria di Marina Cvetaeva, costruita su salti e sospensioni drammatiche; la rarefazione luminosa di Edmond Jabès, in cui l’interpunzione si ritrae per lasciare emergere la densità pura del pensiero; la linea italiana che da Amelia Rosselli a Giampiero Neri riduce al minimo il segno grafico per ampliare lo spazio mentale e immaginativo del verso.
La scrittura di Annamaria Ferramosca si colloca a nostro avviso, dunque, in questa costellazione con una vocalità autonoma e originale in cui l’assenza di interpunzione moltiplica le risonanze semantiche, espande il lemma e genera un’eco polifonica che risuona a lungo nella mente del lettore.

La mitologia del vivente
Nei testi proposti gli alberi, la figura arborea, assumono una statura mitica e quasi-sacrale. 
Gli alberi si configurano come mappe di salvezza dispiegate nei rami, introducendo una geografia del vivente che si offre come bussola esistenziale e spirituale.
La sintassi, ove ciò avviene, procede maggiormente per accumulo e diramazione, con periodi che si allungano e si aprono analogamente a rami in cerca di luce vitale.
Il lessico poi fonde elementi rituali e biologici – rito di purità, vie tracciate sulle nervature, sgolare dei frutti – mentre la figurazione retorica privilegia una certa metafora ascensionale, un simbolismo elevativo.
Gli alberi si ergono con nomi di messaggeri, evocando a tratti la tensione luminosa e profetica di Federico García Lorca.
L’imperativo sii migliore del tuo tempo introduce poi una dimensione etica che attraversa il testo come corrente sotterranea e ineludibile e la ripetizione della forma verbale devo istituisce una catena di trasmissione responsabile che passa da una fronte all’altra, prima che precipiti il sole.
Si elabora così una mitologia del vivente in cui l’albero diviene emblema di memoria collettiva, orientamento etico e trasfigurazione possibile.

Biologia visionaria e tecnosfera
Il testo bionanostrutture rappresenta a nostro avviso uno dei vertici più complessi e affascinanti della poetica di Annamaria Ferramosca. 
Il lessico scientifico irrompe nel verso con naturalezza e precisione – bioappigli, angstrom, bionanostrutture – intrecciandosi a immagini mitiche e affettive in un sincretismo originale.
La voce poetica esplora nel proprio corpo aree inesplorate del cervello o del cuore alla ricerca di strutture capaci di reggere il peso sfrontato di bastione dell’altro, definito masso di Stonehenge inciso del nome ripetuto.
L’archeologia megalitica si coniuga alla biologia molecolare, trasformando il soma in archivio stratificato di epoche, specie e civiltà.
Il testo procede per quadri visivi, percettivo/tattili e sonori: aria di foresta sulle guance, volo a braccia distese, veste monacale, notte che irradia pulsazioni di canto. 
La ripetizione della forma verbale sto scrivendo introduce una forte componente metapoetica: la poesia documenta il proprio farsi, la propria esposizione alla luce dello schermo, alle emoticons che sottraggono voce e surrogano parole-carezze.
La lingua qui accoglie la distanza e la frazione ormai plasmatica del male, ma al contempo dischiude scenari geografici vasti e dolenti – area desertica africa dell’abbandono, europa che nel buio scintilla di luci infide.
La chiusa infine ci prospetta una visione di rinascita: per-voce ancora voce, onda di madre, nuovo sangue e cellule cellule
Tale movimento si prolunga nella spirale, nell’incendio, nel trasporto dei padri sulle spalle – Enea e Iulo in cammino fino all’Antartide – fino a contemplare la grande foresta che lampeggia, il verde corpo disteso ben augurante, in cui la possibilità di tecno-morire coesiste con la corsa salvifica sulla grande pianura.

Quotidiano digitale e prossimità ferita
Nei testi il lato tragico di questo ticchettio quotidiano, il tempo della vita digitale si manifesta come ritmo inesorabile e ambiguo, eppure onnipresente. 
Il ticchettio quotidiano suona come operoso, quasi musicale, mentre sullo schermo cadono costellazioni e si verifica un problema di connessione. I link singhiozzano a monconi, la terra appare evanescente, la percezione si fa incerta e frammentaria. 
Di fronte alla voce poetica si ergono interfacce da periodo cubista sardoniche, che svelano una dilettante antica dei desideri.
In questo scenario di rarefazione, il miagolìo che si struscia alla caviglia introduce una presenza animale che vibra di vero, restituendo una prossimità tangibile e corporea. 
Il gesto felino si oppone alla rarefazione delle falangi che stordiscono d’assenza, e il testo registra con lucidità la frattura insanabile tra corporeità e interfaccia, tra desiderio autentico e simulacro digitale.

Conclusioni
Le poesie di Annamaria Ferramosca qui proposte delineano una poetica della connessione profonda, della metamorfosi incessante e dell’ascolto radicale. Il lemma poetico attraversa il testo ma anche cosmo, foresta, polis, schermo, soma e mito, erigendo una mappa complessa in cui ogni elemento concorre a un unico campo semantico esteso e interconnesso. 
La scrittura di Annamaria Ferramosca sollecita pertanto una lettura lenta, meditata e partecipativa, un’attenzione che segue le diramazioni del testo come si seguono le nervature di una foglia o le traiettorie di una costellazione. 
E la sua opera si offre come locus privilegiato per l’indagine sulle intersezioni tra poesia e scienza, ecologia e linguaggio, tecnosfera e affettività, mito e contemporaneità.

il caporedattore - Sergio Daniele Donati

Nota Biobibliografica

Annamaria Ferramosca ha pubblicato 11 libri di poesia, tra cui: Luoghi sospesi (Puntoacapo); Per segni accesi (Ladolfi); Curve di livello (Marsilio), il volume di percorso Other Signs, Other Circles – Selected Poems 1990-2009 (Chelsea Editions, N.Y., collana Poeti Italiani Contemporanei Tradotti), traduzione della poetessa Anamaria Crowe Serrano e dell’anglista Riccardo Duranti. 
Un volume monografico a lei dedicato è incluso nella collana Sud I Poeti delle edizioni Macabor. 
Altre due raccolte bilingui sono state pubblicate in Argentina con il volume Volver a escribir la vida (Abisinia Editorial, traduttore Antonio Nazzaro) e in Romania con Va veni oceanul (Editura Cosmopoli, traduttrice Eliza Macadan). Sue poesie sono state tradotte anche in greco, turco e arabo. Vincitrice dei Premi Guido Gozzano, Renato Giorgi, Astrolabio, Voci Città di Roma, è finalista per la poesia edita ai Premi Camaiore, Pascoli, LericiPea, Montano, Pagliarani, Europa in Versi, I Murazzi. Nel 2021 le viene assegnato il Premio Speciale Montano Una vita in poesia
Ampio materiale critico e audio-video è presente nel suo sito.
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Commenti

  1. Annamaria Ferramosca6/2/26 10:13

    Sono profondamente grata a Sergio Daniele Donati per questa sua straordinaria lettura critica, che dilata la mia scrittura verso spazi del desiderio pure celati, che spero possano essere raggiunti nel mondo da ogni poesia.

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