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(Redazione) - Benjamin/Baudelaire: storia di una cospirazione linguistica - saggio critico di Donato Di Poce

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Il rapporto tra Walter Benjamin e Charles Baudelaire rappresenta uno dei nodi centrali della modernità letteraria e filosofica e, forse, non solo.  Benjamin vede in Baudelaire il poeta che per primo ha espresso, in forma lirica, l’esperienza della vita moderna: la folla, la merce, la velocità, l’alienazione, la perdita dell’aura, la figura del flâneur che attraversa la città come un osservatore solitario. Per Benjamin, Baudelaire non è solo un poeta: è un diagnostico della modernità .   In alcuni suoi saggi – Il Parigi del Secondo Impero in Baudelaire , Parigi, capitale del XIX secolo , Di alcuni motivi in Baudelaire – Benjamin interpreta I fiori del male come un laboratorio in cui si formano, assieme e alternativamente idee quali: la merce come feticcio   la percezione shock tipica della metropoli   la solitudine nella folla   la trasformazione dell’esperienza nell’epoca industriale   la figura del poeta come allegorista, che ra...

(Redazione) - "Dove il vuoto prende forma" - nota di lettura alla raccolta di Elena Mearini "Eri neve e ti sei sciolta" (Re Nudo ed., 2025) - di Sergio Daniele Donati

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  Con  Eri neve e ti sei sciolta (Re nudo ed , 2025) Elena Mearini compone un libro che attraversa il lutto ( quel lutto) con una voce che non cerca riparo o consolazione, ma una forma di lucidità che sappia restare accanto alla perdita senza addomesticarla.  La silloge si apre con un’immagine che è già dichiarazione di poetica: « Qualcuno ha tirato i dadi / e dopo cinque passi / ti sei fermata » (p. 17).  Il caso, la caduta, la sospensione: sono i tre assi su cui si muove l’intero libro, come se la morte di Maya fosse il punto da cui si irradia una riflessione più ampia sul tempo, sul linguaggio e sulla materia fragile delle cose. La scrittura di Elena Mearini lavora per sottrazione, ma non rinuncia mai alla precisione.  Le immagini sono nette, spesso minime, eppure capaci di aprire varchi cosmici.  La foglia fuori stagione (p. 18), la biglia che rotola sulla sabbia (p. 26), la formica che porta la briciola (p. 53): ogni figura diviene una sorta di dispo...

(Redazione) - "La geologia della voce" - A proposito di "Voragini d’azzurro" (Interno Libri Edizioni 2025) di Adriana Tasin - nota di lettura di Sergio Daniele Donati

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  Ci sono libri che non si limitano a essere letti: vanno interiormente vissuti. Voragini d’azzurro ( Interno Libri Edizioni 2025 ) di Adriana Tasin appartiene a questa categoria rara, in cui la poesia non costruisce una raccolta, ma un corpo.  Un corpo verticale, stratificato, minerale, un corpo che sale e precipita, che si apre e si richiude, che si frattura e si ricompone: un corpo che respira come una montagna, che custodisce voci, che trattiene morti, che genera domande. La prima di queste domande è anche la più antica: « Che cosa c’è al di là? ».  È la domanda che pare attraversare il libro come una fenditura, come una crepa che non si rimargina.  È la domanda che la montagna stessa sembra pronunciare, come nell’epigrafe di Ritsos : « l’ah della montagna ».  È la domanda che i vivi rivolgono ai morti e che i morti restituiscono ai vivi. È la domanda che la poesia non risolve, ma amplifica. La voce di Adriana Tasin si muove dentro questa domanda con un...

(Redazione) - "Cartografia dell'estraneo" - a proposito della raccolta di Antonella Sica "Corpi estranei" (Arcipelago Itaca, 2025) - nota di lettura di Sergio Daniele Donati

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  Antonella Sica , con Corpi estranei (Arcipelago Itaca ed, 2025), costruisce un libro che attraversa la materia dell’esperienza con una precisione che non concede riparo.  La poesia nella raccolta diventa un luogo di esposizione, un territorio in cui il vissuto si deposita senza attenuarsi.  L’estraneità evocata dal titolo non è un concetto astratto: è una condizione che si manifesta nei corpi, nelle stanze, nei gesti più minuti.  È dunque una distanza che nasce dal familiare, da ciò che dovrebbe offrire continuità e invece vibra di una tensione che non trova soluzione o, se la trova, la tiene in parte celata. La raccolta si apre con una delle immagini più nette dell’intero libro: “madre impastata nel corpo / madre / che sei andata via / come si spegne la luce” (p. 13).  L’anafora non costruisce qui un lamento, ma un gesto di scavo, una insistenza.  Ogni ripetizione avvicina e allontana la figura materna, come se la parola tentasse di trattenere un corp...