(Redazione) - "Dove il vuoto prende forma" - nota di lettura alla raccolta di Elena Mearini "Eri neve e ti sei sciolta" (Re Nudo ed., 2025) - di Sergio Daniele Donati
Con Eri neve e ti sei sciolta (Re nudo ed , 2025) Elena Mearini compone un libro che attraversa il lutto (quel lutto) con una voce che non cerca riparo o consolazione, ma una forma di lucidità che sappia restare accanto alla perdita senza addomesticarla.
La silloge si apre con un’immagine che è già dichiarazione di poetica: «Qualcuno ha tirato i dadi / e dopo cinque passi / ti sei fermata» (p. 17).
Il caso, la caduta, la sospensione: sono i tre assi su cui si muove l’intero libro, come se la morte di Maya fosse il punto da cui si irradia una riflessione più ampia sul tempo, sul linguaggio e sulla materia fragile delle cose.
La scrittura di Elena Mearini lavora per sottrazione, ma non rinuncia mai alla precisione.
Le immagini sono nette, spesso minime, eppure capaci di aprire varchi cosmici.
La foglia fuori stagione (p. 18), la biglia che rotola sulla sabbia (p. 26), la formica che porta la briciola (p. 53): ogni figura diviene una sorta di dispositivo di risonanza, un modo per far dialogare l’intimo con l’universale.
La poeta affida all’immagine la densità emotiva del testo, evitando ogni deriva elegiaca.
Il dolore non viene dichiarato: si manifesta nella frattura delle cose, nella matematica impazzita dei giorni, nella fatica dell’aria che «si muove assieme alla polvere» (p. 29).
Uno dei nuclei più intensi della raccolta è la riflessione sulla lingua. Elena Mearini interroga la possibilità stessa di nominare ciò che non c’è più, e lo fa con una consapevolezza che attraversa l’intero libro. «Non può / la parola terrestre / chiamare il tuo nome» (p. 21) è una delle dichiarazioni più nette: la lingua umana non basta, non raggiunge, non contiene.
Da qui nasce la ricerca di una “lingua del vuoto”, di un alfabeto che precede la parola e continua a vibrare oltre di essa.
L’immagine dell’«alfabeto del vuoto» (p. 67) è una delle più potenti della silloge: non un enigma, ma un tentativo di avvicinare un territorio prelinguistico che l’animale abita con naturalezza.
In questo senso, Eri neve e ti sei sciolta dialoga idealmente con Dog Songs di Mary Oliver.
Entrambe le autrici riconoscono nell’animale una forma di conoscenza che non passa per la parola, ma per il gesto, per la postura, per il respiro.
Se Mary Oliver osserva che «everybody needs a safe place», Elena Mearini risponde con una visione più scabra, più terrestre: «Tu non scendi dal letto / e oggi il giorno non nasce» (p. 9).
Dove Oliver cerca un rifugio, Mearini registra una frattura.
Dove Oliver tende alla consolazione, Mearini mantiene la soglia aperta, senza attenuarne lo spigolo.
La comparazione non serve qui a stabilire affinità o differenze, ma a mettere in luce la specificità della voce di Elena Mearini: una voce che non cerca la pacificazione, ma una forma di verità che sappia stare nella discontinuità.
La poeta non costruisce un mito dell’animale; lo osserva come presenza che eccede il linguaggio e che, proprio per questo, diventa misura del mondo. «Scrivevi sul pavimento / camminando / tutto il taciuto dell’uomo» (p. 23): qui la poesia riconosce all’animale una competenza che l’umano ha smarrito, una capacità di attraversare lo spazio come scrittura vivente.
La struttura della silloge è compatta, senza dispersioni. Ogni testo è una variazione sul tema della soglia: tra corpo e cenere, tra gesto e parola, tra ciò che appare e ciò che continua a vivere come residuo. Maya diventa un prisma attraverso cui osservare la fragilità del mondo, la precarietà del tempo, la necessità di un contatto che sopravvive anche quando il corpo non c’è più. «Mi riporto a te / come neve all’acqua» (p. 50) è una delle immagini più riuscite: un ritorno che non è regressione, ma trasformazione.
Eri neve e ti sei sciolta è un libro che lavora sulla continuità: tra specie, tra forme di vita, tra ciò che si scioglie e ciò che rimane come traccia.
La poesia diventa un luogo di sospensione, un modo per tenere aperto il varco tra il visibile e il suo resto.
Elena Mearini compone una geografia del lutto che non cerca consolazione, ma lucidità. E in questa lucidità trova una forma di tenerezza che continua a respirare.
Per la Redazione de Le parole di Fedro
il caporedattore - Sergio Daniele Donati
NOTIZIE BIOBIBLIOGRAFICHE
dalla quarta di copertina
Elena Mearini è autrice di narrativa e poesia. Da diversi anni insegna scrittura creativa, ha lavorato sui percorsi di scrittura autobiografica nelle carceri e in istituti di riabilitazione psichiatrica. Fondatrice, direttrice e docente della Piccola Accademia di poesia a Milano ha pubblicato quattro raccolte di poesie e otto romanzi.


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