(Redazione) - Una costante follia - 04 - I rimasti
ma reinventare un luogo.
Vito
Teti
Dentro
ai muri di casa sono appese tanka tibetane e oggetti di chiara
provenienza asiatica, ma fuori, a due passi dall'entrata, c'è il
negozio di Antonia, l'unico del paese.
È una bottega di alimentari.
La schiacciata è buona e si può prendere anche il caffè. Si va da
Antonia per il pane, ma spesso ci si ferma a parlare.
A fianco c'è
spesso un gatto dal nome improbabile: si chiama Killer, ma è molto
poco assassino. Resta ore davanti alla porta di casa sperando che
qualcuno gli apra.
È un randagio obbligato, un casalingo negato. Nei
paesi delle aree interne i corrieri si comportano in modo
imprevedibile.
Telefonano chiedendoti di scendere agli incroci per
recuperare un pacco, trattano come commercianti per lasciare la merce
in posti comodi, oppure la consegnano nella casa sbagliata.
Poi
succede che, mentre cammini, qualcuno che non hai ancora conosciuto
ti chiami per nome per dirti che ha lui la tua scatola. Credevi di
dover iniziare una noiosissima trattativa online e invece interviene
il fattore umano. Nulla va perduto.
A
volte penso che la restanza
cominci proprio qui: nel punto in cui mondi lontanissimi smettono di
escludersi. Vito Teti scrive che «migrare, partire, fuggire,
restare, tornare abitano tutti dentro di noi». Forse è per questo
che certi paesi non sono mai davvero immobili. Anche quando sembrano
fermi, continuano a contenere attraversamenti. Le mura vecchie di
centinaia di anni assorbono il chai e l'altitudine d'alta quota, li
mescolano con l'odore del caffè e il passo lento di chi vive qui da
sempre.
Forse non si può restare se non si è mai davvero partiti.
Partire, tornare, restare. Si dice che restare sia l'opposto
dell'andarsene. Ma certi luoghi insegnano il contrario: l' altrove
continua a vivere nei gesti minimi, nelle parole che si usano, negli
oggetti che entrano nelle case senza più chiedersi da dove arrivino.
Restare non è fermarsi.
È lasciare che ciò che si è attraversato
continui a modificare il modo in cui si abita un luogo.
Il
paese in cui vivo si chiama Belforte e già il nome sembra un
destino. Pare quasi che vivere qui significhi proteggere il luogo e
la sua bellezza.
O forse è la bellezza a proteggere gli abitanti e
le loro danze di prosecchi e cene improvvisate in strada.
Quasi ogni
sera c'è qualcosa da brindare; i pensionati sono i più scatenati.
Ma questa è un'altra storia.
In
tutte le stagioni ciò che colpisce di questo luogo è il silenzio.
È
talmente pieno da trasfigurare la visione: le case risaltano nella
luce e ogni rumore diventa una presenza. In certe stagioni il
silenzio diventa un taglio, una lacerazione dell'abitudine. Una
taciturnità delle cose. Forse è per questo che nell'inverno appena
passato è arrivata la poesia. Abbiamo cominciato a scrivere nelle
case, una volta dall'uno, una volta dall'altro. La giornata corta fa
guardare dentro e lo scuro è affine alla parola. Forse un paese
comincia a scrivere quando sale la malinconia e non si vuole stare
soli. Oppure quando fuori tira vento ed è strano sentirlo fischiare
tra le case. O ancora perché il deserto delle strade rende più
nitide le voci. È così che si è formato un piccolo gruppo di
scrittori. La poesia non è arrivata come un progetto. È comparsa
lentamente, quasi come una conseguenza del restare.
Le
parole hanno iniziato ad aderire ai muri, alle cucine, ai silenzi
lunghi del paese. Alcune poesie sembravano nascere direttamente dalle
case, dal modo in cui il buio cade nei vicoli, dal ricordo delle
sedie lasciate fuori in primavera. A un certo punto abbiamo capito
che non stavamo semplicemente scrivendo in un paese. Era il paese
stesso a entrare nella lingua. Da allora le poesie sono rimaste.
Hanno continuato ad essere lette, a raccontare Belforte e, insieme, a
raccontare chi lo abita. Così nasce La
poesia è un paese.
L'inverno agisce dentro. L'estate espone.
Allora
siamo andati casa per casa a chiedere il permesso per appendere le
poesie sui muri. È stato un altro esercizio di relazioni. C'è chi
ha diffidato perché il muro poteva rovinarsi, chi ha accettato con
entusiasmo, chi non si è fatto trovare, chi invitava per un caffè e
raccontava la sua vita. Da Enrica dovevo fermarmi pochi minuti. Ci
sono rimasta un'ora. La sua solitudine ha riportato in vita il suo
intero albero genealogico: parenti, guerre, pavimenti da rifare,
piante che non crescono, nuore disgraziate. Quando sono uscita avevo
in testa una mappa diversa. Enrica non era più una figura intravista
dietro una finestra, una specie di fantasma, ma qualcuno di
riconoscibile. La solitudine rende invisibili. Ancora di più quando
si è anziani.
Forse
quest'esperienza mi ha insegnato soprattutto questo: abitare un luogo
significa diventare riconoscibili. Un paese ti sottrae all'anonimato.
Anche se scegli di restare in disparte, entri comunque nella vita
degli altri, e gli altri entrano nella tua. Ci si lascia modificare
dagli incontri, oppure dalla loro mancanza. Nelle città viviamo
spesso uno accanto all'altro protetti dall'anonimato. Nei paesi la
rete delle relazioni può essere soffocante, affettuosa, qualche
volta invadente, altre rassicurante. Piano piano diventa come l'aria
che respiri. Se poi allunghi lo sguardo verso il bosco che circonda
le mura, ti accorgi che anche gli alberi vivono nello stesso modo:
costantemente interconnessi. Se cade una quercia, la schiacciata di
Antonia ha un altro sapore.
Vivere in un
paese non è migliore né peggiore di altre forme dell'abitare. È
un'esperienza. Lo sa bene chi ci vive tutto l'anno e non lo considera
un luogo di villeggiatura. Nel nostro progetto abbiamo voluto
condividere l'altra stagione del paese, quella meno attraente, più
dura, ma che proprio grazie a questo ha fatto nascere un gruppo di
scrittori e le loro poesie. Le poesie appese ai vecchi muri
raccontano l'inverno dei rimasti. Raccontano anche il marrone degli
occhi di Enrica apparso tra le parole del paese.
La
poesia è un paese
6
settembre – Belforte (Siena)
Per un giorno le poesie scritte dagli abitanti durante l'inverno saranno affisse nei vicoli come manifesti, trasformando il paese in un percorso di letture a cielo aperto.
Parteciperanno
Massimiliano
Bardotti e Giulia
Novelli.
Giulia
è una violoncellista abituata alle intemperie e alle sedie fuori
dalle case. Massimiliano è un poeta che fa silenzio quando parla.
Manifesti
poetici a cura di:
Viola
Cagni, Lodovica Galli, Nicholas Moray Williams, Sofia Cagni, Anna
Polin, Laetitia Fauconnier, Lucia Lascialfari, Nadia Franceschini,
Rosalba Calò.
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