(Redazione) - 56 - Lo spazio vuoto tra le lettere - Il monologo drammatico come arma politica: Carol Ann Duffy e la dissezione del presente


di Sergio Daniele Donati

La raccolta di Carol Ann Duffy, Politica, [con traduzione e cura di Floriana Marinzuli e Bernardino Nera (Crocetti Editore, 2026)], costituisce un’antologia di straordinaria densità militante e di acuminata forza corrosiva.

La poetessa scozzese si serve, con esiti davvero magistrali, della parola poetica come strumento di dissezione chirurgica del corpo sociale britannico, attraversando quasi mezzo secolo di storia nazionale, dagli anni Ottanta del thatcherismo fino alle contraddizioni del nuovo millennio.
La politica non viene qui dall'autrice intesa come astrazione ideologica, bensì come esperienza carnale, fisica, vissuta e patita nella carne di soggetti marginali, oppressi o irrimediabilmente alienati.

Il monologo drammatico in Duffy è centrale e presenta caratteri sia di eredità che d’innovazione.
Uno degli elementi più significativi e originali della poetica di Duffy risiede infatti nel suo impiego del forma monologica, magistralmente ereditata da Robert Browning e tuttavia profondamente rinnovata nella funzione e nella finalità.
Se in Browning (My Last Duchess, The Bishop Orders His Tomb at Saint Praxed’s Church), infatti, il monologo serviva a rivelare, attraverso l’ironia involontaria del locutore, le crepe morali e psicologiche dell’anima vittoriana, Duffy conserva la struttura di una voce singola che si rivolge a un interlocutore implicito o al lettore, ma la trasforma in uno strumento di denuncia politica esplicita e di testimonianza etica.
Non più maschere psicologiche appartenenti alla borghesia colta, pertanto, bensì voci subalterne – disoccupati, immigrati, prostitute, operai – che diventano potenti dispositivi accusatori contro il sistema economico e sociale dominante.
In Una cultura per svago (Education for Leisure, 1985) l’io lirico proclama con agghiacciante calma sociopatica: «Oggi ucciderò qualcosa. Qualsiasi».
Il monologo si sviluppa attraverso un accumulo progressivo di gesti sadici quotidiani, culminando nel sinistro contatto finale («Ti tocco il braccio»), che coinvolge il lettore in una complicità perturbante. Duffy rovescia così la tradizione browningenana: il parlante non è un raffinato aristocratico, bensì un prodotto diretto del thatcherismo, un individuo reso superfluo dal sistematico smantellamento del welfare state.
In Signorsì, Agente (Yes, Officer) il monologo drammatico raggiunge un vertice di straordinaria intensità drammaturgica. La voce dell’immigrato sottoposto a violenza poliziesca si frantuma progressivamente: dalle risposte articolate si scende a monosillabi, fino alle «vocali vuote» e alla firma di una confessione falsa. Il testo si configura come un vero e proprio interrogatorio poetico, in cui il linguaggio stesso subisce una forma di tortura parallela a quella fisica.
Possiamo, in forame stremamente chematuica e sintetica porporre al lettore alcuni raffronti con altri es ponenti dell’alta poesia e letteratura anglosassone. Ne lascio qui un brevissimo sunto, perché serva più che altro da stimolo al lettore per approfondire le sue indagini.
  • Con Robert Browning, Duffy conserva l’ironia drammatica ma la rende esplicita e militante, sostituendo l’ambiguità morale con una chiara presa di posizione di classe.
  • Con T.S. Eliot (The Love Song of J. Alfred Prufrock), i personaggi di Duffy condividono una condizione di paralisi, che però non è di natura esistenziale-metafisica bensì socio-economica e politica.
  • Con Tony Harrison e Tom Leonard, condivide l’uso del registro basso e l’attenzione alla voce dei ceti popolari.
  • Con Sylvia Plath e Adrienne Rich, emerge una forte componente femminista e corporea, declinata però con maggiore radicalità politica.
Quanto ad un cenno di analisi lessicale, timbrica, metrica e sonora, possimo dire, senza tema di smentita che Duffy predilige un lessico ibrido e democratico, in cui il registro alto e quello basso convivono senza gerarchia prestabilita, generando una tensione semantica potentissima.

In Nudo di donna in piedi (Standing Female Nude) il contrasto tra il vocabolario astratto-artistico («volume, space», «represented analytically») e quello brutalmente corporeo-proletario («Belly nipple arse», «next meal», «breasts hang slightly low») produce un effetto di stridente materialismo.

La metrica è prevalentemente libera, ma ritmicamente organica e funzionale al respiro emotivo del personaggio. In Debito le frasi brevi e sincopate creano un ritmo ansioso, quasi tachicardico, che mima l’agitazione paranoide del locutore. In Straniero l’imperativo anaforico «Immagina» assume la funzione di un martello etico brechtiano.

Sul piano sonoro e timbrico, Duffy dimostra una maestria notevole:

  • Le allitterazioni striscianti in Una cultura per svago (/s/ e /sh/: «squash a fly… Shakespeare… another language») generano un effetto sinuoso e velenoso.
  • In Debito le allitterazioni in /s/ e /w/ («sleepless… scenarios… sweat soured») evocano il fruscio ossessivo della mente notturna.
  • In Signorsì, Agente i suoni gutturali e occlusivi («fists, boots») rendono la violenza fisica, mentre le vocali aperte e svuotate («empty vowels») traducono l’annichilimento linguistico dell’individuo.
La traduzione dell’opera di Floriana Marinzuli e Bernardino Nera si rivela particolarmente efficace nel restituire questa complessa tessitura sonora, mantenendo il ritmo sincopato, le allitterazioni possibili in italiano e la forza denudante del lessico originale.
In conclusione, Politica conferma Carol Ann Duffy come una delle voci più autorevoli e necessarie della poesia contemporanea di lingua inglese: erede di Browning e Auden nella sofisticata gestione del monologo drammatico, di Larkin nella spietata radiografia della classe media, di Harrison nella militanza di classe e di Rich nella prospettiva di genere. 
L’antologia non concede consolazioni liriche: offre invece uno sguardo lucido, implacabile e profondamente etico sulle ferite ancora aperte della contemporaneità britannica e, per estensione, occidentale.

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