(Redazione) - Su "Christopher" (Interlinea ed., 2025) di Matteo Bianchi - nota critica di Rossella Pretto

Matteo Bianchi, Foto-di-Alessandro-Canzian

Si dovrebbe avere ali di farfalla, alla Blanche Dubois, per creare un’ora d’incanto e riuscire a pagarsi il rifugio di una notte. Con lo stesso disperato bisogno, si dovrebbe reggere lo strazio di quanto si perde per resistere a una vita ingorda (o accanita) che espone inesorabilmente chi si consegna - il faro che illumina per un breve istante e poi ti lascia il tempo di un rimpianto, la dissipazione dell’esserci. In passato, i teatrini/ del cuore non scritturavano ombre/ ma angeli e demoni in carne e ossa/ e da tutte le parti, nella fossa/ di chi rammenta, nelle quinte ingombre// di macerie, nei cessi, nel foyer/ annerito dagli incendi ferveva/ l’incauta vita, direbbe Giovanni Raboni. 
E Christopher risponde: Once perky red, the wall outside the “Chez Madame Arthur” theatre, now houses dead flies and faded photos behind cracked glass. Le sue farfalle sono morte, le foto sbiadite dietro vetri infranti. Si deve starci, in Kronos dissipatore, nel lutto che ti si installa nel cuore, nella mente, nel corpo. Disperava per le strade di Pigalle/ con i teatri chiusi e vacui,/ dietro gli spioncini in malora/ e gli artisti scomparsi. È un passato che non se ne va, the past is like that, it doesn’t go away, e infetta il presente. Quante maschere adese alla pelle bisogna indossare, quanta pelle bisogna togliere per illuminare la notte? Quanti lustrini farsi scivolare addosso per restare nudi di fronte all’amore? E non c’è specchio in cui trovarsi. Solo l’inappartenenza che conduce ad attraversare soglie. 
Una dietro l’altra. Quelle di un mestiere assoluto - che è quello di dirsi vivi, e per questo vulnerabili -, quello impossibile di collegarvi un gesto - artistico, nella sua accezione più ampia, creativo, dondolandosi sul buio. And go on. Ancora.
È un dono, Christopher di Matteo Bianchi (Interlinea ed., 2025, pp. 112, euro 16). Lo è perché restituisce l’urgenza e la testimonianza fedele del nostro tempo, un presente sofferto di sgretolamento dell’umano e di espansione infinita – a cui si è chiamati, obbligatoriamente. Dove finisce il riconoscimento, l’aderenza? Dove ci si può dire interi, e solidi nella dispersione di sé, nel gioco degli specchi e degli schermi? Bianchi dice: nell’ascolto e nella resa, nella comprensione che la scrittura, e la poesia, siano forme di fedeltà all’altro.
Quest’ultima sua opera, combinata col genio per l’attraversamento delle storie, consente una riflessione ad ampio raggio sull’identità, perché di storie, o brandelli, ne restituisce perlomeno tre. La prima è quella di Christopher Channing, «artista queer, attore teatrale, creatura notturna, in bilico tra il nudo e la maschera, tra la lingua inglese e la malinconia parisienne». 
La seconda è quella del maestro Roberto Pazzi, colto nella fase terminale della vita, quando dell’ospedale aveva addosso il delirio e andare da lui significava andare al suo fianco acuto e imbiancato,/ al suo lenzuolo di lino immutabile a strizzare gli stracci del suo quotidiano per tornare in sé e affermare le rispettive verità. Perché di verità da inseguire ce ne sono molte, essendo verità e finzione l’asse portante su cui si regge tutto, come nota Giancarlo Pontiggia nella presentazione. D’altronde, ciò che è reale/ lo è solo per un tempo/ e per un solo spazio. Quel tempo della memoria che sta nello spazio dell’acqua: l’acqua non cambia stato all’improvviso,/ allo scoccare inerme del pendolo in corridoio,/ ma si trasforma a poco a poco in vapore/ o solidifica incompresa nel congelatore. È l’attimo accasato da Matteo Bianchi. È la traccia che rimane dall’attraversamento delle soglie.
La terza storia (in brevi prose) è di un Napoleone anch’esso sul viale del tramonto, «il vinto dell’Elba, il nostalgico rifugiato nella propria disfatta»: Non sarebbe più tornato. Era il suo stato di quiete, il piacere impensato di ritrovarsi sull’isola dentro di sé. […] La verità fu sempre troppo distante, altera, non fu mai un suo affare
Napoleone è colui che permette a Bianchi l’emersione di una quarta figura, un padre che ha fatto della resa - seppur nell’oblio di sé - nuova occasione e continuazione invasata. Ho incontrato mio padre a spasso per il centro, ieri, in via della Vittoria. Non ha più voglia di farsi la barba e inizia a fare confusione; butta l’umido nell’indifferenziato, non si toglie mai la cravatta rossa sotto la vestaglia blu e crede di essere Napoleone. La nuova spaesante identità non toglie che resti al figlio la paura per lui, per chi non può cambiare rotta.
Ma la paura per chi è? Sempre per chi guarda e distingue. Il resto è andare avanti e decidere a cosa credere, chi credersi. Restare in quella personalissima verità.
Così fa il poeta, l’ultima figura che appare sotto traccia. 
Come scrive Tommaso Di Dio nella nota critica, «questo è un libro allusivo, sfuggente; eppure, in ogni punto, ci sentiamo immersi in un’intimità raggiunta».

NOTIZIE BIOBIBLIOGRAFICHE

Matteo Bianchi (Ferrara, 1987) si è specializzato in Filologia moderna a Ca’ Foscari sull’opera di Corrado Govoni. In versi ha pubblicato, tra gli altri, La metà del letto (Premio Metauro, Barbera 2015), Fortissimo (Premio Maconi Giovani, Minerva 2019) e la plaquette L’altro imperatore (l’Obliquo, 2024). Di critica, invece, i saggi Il lascito lirico di Corrado Govoni. Dai crepuscoli sul Po agli influssi letterari (Mimesis, 2023) e Contemporaneo. Alessandro Manzoni e la parola in controluce (Oligo, 2024). Giornalista, scrive tra le altre per “Il Sole 24 Ore” e per “Left”. 
Dirige il Centro Studi “Roberto Pazzi” e il semestrale “Laboratori critici” (Samuele Editore).
Rossella Pretto (Vicenza, 1978) poetessa, traduttrice e scrittrice, ha pubblicato il poemetto Nerotonia (Samuele Editore, 2020) e il diario di viaggio scozzese La vita incauta (Editoriale Scientifica, collana S-confini diretta da Fabrizio Coscia, 2023), entrambi ispirati al Macbeth shakespeariano. Di Alice Oswald ha curato e tradotto Memorial (Archinto, 2020) e Nessuno (ETS, 2024). Ha curato l’edizione delle traduzioni sofoclee di Seamus Heaney, Speranza e Storia (Il Convivio Editore, 2022), La Terra desolata di T.S. Eliot nella traduzione di Elio Chinol (Interno Poesia, 2022) e scritto il profilo biobibliografico dedicato a Karen Blixen, Il coraggio, l’amore e l’ironia (Ares Edizioni, 2024). Suoi articoli sono apparsi e appaiono su diverse riviste e quotidiani.

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