(Redazione) - Una costante follia - 02 - Poesia è vita che accade
Non faccio analisi critiche, non ne
sono capace.
Non parlo di metrica, endecasillabi e altre cose che
gestisco male.
La sola cosa che riesco a fare è parlare del vivere,
perché è l’unica poesia che conosco.
Cerco quel punto in cui la
parola sbatte contro ciò che non si può controllare e si frantuma
in versi.
Parlo dell’essere vivi, pieni di piccoli gesti che creano
un senso apparente, perché ciò che anima l’ordinario ha radici
straordinarie. Sto sul filo della vita come accade a chi ascolta.
Starei volentieri zitta.
Ho imparato che tra parlare e tacere a volte
non c’è differenza. Si segue la parola che arriva e la si lascia
andare.
È un filo di vento, nulla davvero accade.
Ma c’è un’altra
parola che brucia e reimposta i programmi, non chiede permesso,
connette all’istante e dura per sempre, anche se poi la
dimentichiamo.
Ognuno di noi è filo di vita e parola che brucia:
coesistenza di presenza e dimenticanza.
Tornare da un viaggio è un
urto.
Casa diventa luogo sconosciuto, la parola si rompe, non ha
grammatica per rimettersi insieme.
L’India ti toglie l’identità.
E di cosa puoi parlare quando non hai un io a fare da direttore dei
lavori?
Cosa puoi dire che non sia scontato, balbettato, poco consono
all’immensità dello spazio che frattura il corpo e lo distribuisce
dentro e fuori le mura conosciute?
Tornare dall’India è come
passare da Newton a Einstein in un secondo.
Non è che Newton sia
sbagliato, ma ora sai che c’è altro. Il dolore, la miseria, la
morte, l’assoluta bellezza non reggono il confronto con le educate
emozioni di casa nostra che durano il tempo dell’efficienza.
Certi
giardini occidentali con l’erba perfettamente tagliata ora mi
paiono più inquietanti dei corpi addormentati sui marciapiedi. Il
falso misticismo, imbellettato dai fiori arancioni dei corpi cinerei
di sadhu severi, mi pare più innocuo della gente che parla del
programma televisivo come se fosse la normalità.
Non c’è niente
di normale, da nessuna parte del mondo.
Accorgersene permette quel
passo che interrompe la certezza dei discorsi che ci facciamo da
mattina a sera.
Viaggiare è un costante cambiamento di percezione,
una costante follia che non vuole essere addomesticata.
Viaggiare è
attraversare strati per trovare casa, mentre perdi tutto ciò che è
domestico.
Domus, era casa latina che mal si accorda con la
fatiscenza di plastica, vacche e muri scrostati.
Eppure, per chi sa
cercare, in certi angoli nascosti dell’India, c’è l’oro.
In
India ho capito che il rumore non è il contrario del silenzio.
È
un’altra forma di ascolto. Le strade vibrano di clacson, voci,
rumori, che non chiedono permesso.
Eppure, dentro questa
sovrabbondanza, qualcosa si ritrae, non per difesa ma per attenzione.
Come se la vita, lì, pretendesse di essere vissuta tutta insieme,
senza capitoli, senza margini.
Si cammina e si ha la sensazione che
nulla sia simbolico.
Tutto è reale fino a diventare insostenibile:
gli sguardi, la povertà, la devozione, la bellezza improvvisa.
In
India non si osserva, si viene coinvolti: questa è una costante
imprevedibile. Ho pensato spesso che viaggiare significhi imparare.
In India invece ho disimparato. Ho disimparato il controllo, la
misura, l’idea che il senso debba essere ordinato.
La vita non si
presenta come concetto, ma come esperienza nuda, così intensa da non
poter essere subito capita.
Ci sono stati momenti in cui avrei voluto
sottrarmi, altri in cui una pace perfetta rendeva casa la
folla da cui non ci si ripara.
Forse perché l’India, esattamente
come la vita, non chiede di essere decifrata. Richiede presenza. E la
presenza, quando è reale, ha qualcosa di poetico e brutale nello
stesso tempo.
Ho capito che la poesia non è una forma elevata del
linguaggio, ma un eccesso di esistenza.
Accade quando l’esperienza
supera le nostre categorie e ci costringe a restare, anche quando
vorremmo fuggire.
Mi sono esposta a ciò che non posso governare, al
credere che l’esperienza percepita fino in fondo possa diventare
parola.
E la parola, a volte, è una forma che rompe il rumore,
diventa silenzio che ha inglobato il caos. Continuo a non difendermi,
lascio che l’oro coli anche nel placido ordine della mia casa
italiana.
La mente si
distende e crea piccoli buchi nei quali può colare l’indicibile.
Tornare è
rientrare in superfici lisce. Porte che chiudono bene, vetri puliti,
voci basse.
Il corpo all’inizio rifiuta: cerca appigli, attrito e
non trova nulla in cui sporcarsi.
Poi succede altro.
Anche qui
la vita preme, ma sotto pelle: nei gesti ripetuti, nelle distanze
educate, nel freddo che tiene in piedi le forme.
L’India
non ha aggiunto intensità, ha tolto protezione.
Ora ogni
cosa espone: l’ordine, la misura, la calma.
Non c’è più riparo,
l’intensità scorre unendo esperienze e continenti.
Non si
comprende.
Si resta dentro.
Qui parla.
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