(Redazione) - "Un referto che esige fatica e restituisce enigma" - a proposito “Referti” di Fabrizio Bregoli, (Società Editrice Fiorentina, 2025) - nota critica di Sergio Daniele Donati

 

Il libro in oggetto si presenta come un trattato travestito da poesia o, al contrario, come poesia travestita da trattato, in altre parole come un dispositivo epistemologico che trasforma ogni lettura in un impegno attivo.
Già il prologo fissa subito il tono generale dell’opera: la parola deve espungere, sgrassare, sabotare per arrivare alla “cruda formula”, alla fabbrica ostinata della resa.
Il lettore entra così in un laboratorio dove la poesia coincide con il metodo scientifico più rigoroso, e ogni verso diventa referto di un’indagine che non concede scorciatoie, né permette voli pindarici eccessivi nell’immaginario.
Al centro dell’opera, poi, pulsa un’ironia latente, sottile eppure costante che potremmo definire come vera e propria ossatura della raccolta.
Fabrizio Bregoli mobilita il lessico più esatto della matematica, della fisica e dell’ingegneria proprio per mettere in scena la presunzione della conoscenza.
I numeri primi diventano creature nobili e spietate, il crivello di Eratostene una muta crudele, la funzione zeta un vangelo di menzogne.
La ricerca di un “idioma esatto: indecidibile” si rivela paradossalmente il luogo in cui la scienza onesta confessa i propri limiti.
Il “falso d’autore”, lo “sbaglio come ogni poesia”, la “presunzione indebita di esistere” trasformano il rigore estremo in una confessione poetica: la lama della ragione incide proprio i confini della ragione.
È l’ironia di chi usa la disciplina più ascetica per preservare l’enigma invece di dissolverlo.
Siamo di fronte all’incontro tr ala parola e i suoi limiti, anche nel rigore delle definizioni più strette.
Questa tensione tra precisione clinica e vertigine del pensiero collega Fabrizio Bregoli ad altre voci che hanno fatto del linguaggio medico e tecnico una materia viva.
Come Miroslav Holub, il poeta-immunologo ceco che portava nel verso la freddezza distaccata del laboratorio, Fabrizio Bregoli trasforma termini scientifici in strumenti di indagine esistenziale, senza mai perdere la capacità di stupore, a nostro avviso ironico.
In Italia il confronto più vicino arriva con Valerio Magrelli, che nella sua poesia impiega una precisione ottico-meccanica quasi da laboratorio per dissezionare il reale, o con voci come Sergio Gallo e Zairo Ferrante, che innestano microbiologia, farmacologia e radiologia nel tessuto lirico.
Fabrizio Bregoli tuttavia (si) spinge oltre: la sua ingegneria e la matematica pura diventano non ornamento ma struttura portante, e l’ironia emerge proprio dalla tensione tra questo armamentario iper-preciso e la consapevolezza che ogni misura resta provvisoria.
L’intero volume è costruito come un vero e proprio trattato epistemologico: dal Diario di Galileo, che apre con l’osservazione e l’abiura, si passa al Rettilario di Riemann, cuore matematico-biologico dell’opera, per giungere all’Apostasia del metodo, alle Aporie seriali basate sulla successione di Fibonacci, fino alle sezioni più tecniche dedicate alla fisica dei semiconduttori e alle tecniche di equalizzazione, per chiudersi con un congedo radicale.
In questo percorso rigoroso, Fabrizio Bregoli non dissolve mai il mistero: al contrario, lo custodisce. Come scrive esplicitamente nel Rettilario di Riemann a pagina 31: «E così, preservare l’enigma».
Addirittura, le formule matematiche, come la funzione zeta a pagina 28, non sono citate ma diventano carne viva del verso, creando un effetto straniante in cui scienza e poesia coincidono senza mediazioni.

Un esempio fulgido di questa tensione si trova già nel Diario di Galileo, a pagina 11, dove leggiamo: «Spesso penso che tutto si riduca / a indovinare quali le vivande / dalle briciole: alcuni / la chiamano scienza». Il ritmo breve e scandito, sorretto da una sequenza di liquide e sibilanti, crea un effetto di pensiero che si forma in laboratorio, quasi sussurrato; lessicalmente il campo semantico scientifico (“indovinare”, “vivande”, “briciole”) si accosta al registro quotidiano, ma il verbo “riduca” e il distacco di “alcuni la chiamano scienza” introducono un’ironia sottile: la scienza stessa viene ridimensionata a semplice interpretazione di avanzi.

Ancora più sorprendente è il Rettilario di Riemann, a pagina 26, con questi versi: «E gli altri – i pari, i dispari divisibili – / hanno natali spuri, ibridazioni atipiche, lignaggi compromessi / – sono plancton ancestrale, larve e krill – / Ed i numeri primi, cetacei – lì in agguato, / residuo di un miocene inesplorabile».
Qui la metrica si fa elencativa e sincopata grazie agli em-dashes, imitando il movimento ondulatorio di creature marine; il lessico biologico-evolutivo applicato alla matematica genera un contrasto ironico potentissimo tra numeri “minori” (plancton, larve) e numeri “nobili” (cetacei solitari).
La rete sonora di occlusive e fricative evoca sia il brulicare microscopico sia lo scatto predatorio, rendendo viva e quasi zoologica l’astrazione numerica.

Il terzo esempio, sempre dal Diario di Galileo (pagina 18), chiude il cerchio con asciutta potenza: «Dicevo: abiurare. Come dire acqua pane. / Non è questione di scienza né di fede, / ma di togliere l’uomo dall’imbarazzo / dalla troppa solitudine Dio».
Il ritmo prosastico si spezza nell’enjambement finale, simulando il crollo di un ragionamento che precipita nel vuoto; l’accostamento tra il verbo teologico “abiurare” e l’espressione quotidiana “acqua pane” produce un’ironia tagliente, mentre l’assenza dell’articolo davanti a “Dio” lo rende oggetto di un’operazione chirurgica.
Le vocali aperte lasciano spazio a un tono quasi colloquiale, subito troncato da consonanti sorde che tagliano netto, come un referto definitivo.

Questo rigore culmina nel Congedo in forma di criptosestina a invio condizionato (pagina 103), ultimo sabotaggio del libro: un gesto insieme informatico e mistico, in cui la poesia si consegna al lettore come un pacchetto di dati che potrebbe non arrivare mai.
Come scrive Mario Fresa nella sua stupenda postfazione, si tratta di un «lucido congedo dalla illusività di ciò che può essere detto vero», un felice combattimento della parola forte della poesia contro l’altissimo drago del visibile e dell’incompreso.
L’insieme di questi elementi – rigore, ironia sotterranea, lessico tecnico elevato a strumento di conoscenza – fa di Referti un’opera che richiede al lettore di impegnarsi attivamente.
Non si consuma: si studia, si suda, si merita.
E proprio in questo scambio di fatica emerge la bellezza austera di un libro che, usando la scienza come arma, finisce per restituirci l’enigma più intatto e più luminoso, quello attorno alla parola poetica e alla impossibilità di darne definizione.
Un referto, certo, ma un referto che resta perché chi lo attraversa non ne esce identico a prima.

Per la Redazione de Le parole di Fedro
il caporedattore - Sergio Daniele Donati


NOTIZIE BIOBIBLIOGRAFICHE
Fabrizio Bregoli, nato a Leno (BS) nel 1972, risiede da vent’anni in Brianza. Laureato con lode in Ingegneria Elettronica, lavora nel settore delle telecomunicazioni. Ha pubblicato le raccolte di poesia: Il senso della neve (puntoacapo, 2016 – Premio Rodolfo Valentino), Zero al quoto (puntoacapo, 2018 – Premio Guido Gozzano), Notizie da Patmos (La Vita Felice, 2019 – Premio Città di Umbertide). Collabora come redattore con i lit-blog “Laboratori Poesia” e “Poeti Oggi”.


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