(Redazione) - A proposito di Stanza d’anima (Collettive edizioni indipendenti, 2022) di Maria Grazia Palazzo - nota critica di Carlo di Legge


Maria Grazia Palazzo
Stanza d’anima
Collettive edizioni indipendenti – Lecce, 2022
Nota di lettura di Carlo Di Legge

sono qui a preservare posti vuoti su
tavola imbandita, stanza d’anima… (20)

Anche qui come nelle precedenti pubblicazioni, l’autrice, avvocato e competente di teologia e filosofia, ha inserito alla fine una propria nota di commento ai versi, con cui intende offrire al lettore qualche indicazione, una linea di lettura su quel che ha voluto comunicare all’altro. Legittimo, perché con questo niente si toglie all’interpretazione che tocca a ciascuno e si potrebbe anche leggere prima i versi poi la nota-postfazione. Invece le tre pagine che, sempre in fondo, precedono la nota finale sono del poeta e docente Elio Coriano, un testo poetico di respiro, quindi, che a me sembra pertinente non solo alla poesia in generale, ma anche pertiene alla radicalità di certa poesia, iniziando “la poesia vera non fa sconti a nessuno”. Torna bene al libro: pubblicato nel maggio 2022, quindi in linea con le guerre e le tragedie di cui già si sapeva ma che sembravano lontane, ma soprattutto dopo l’inizio dell’attacco russo all’Ucraina, che è sembrato ci toccasse maggiormente e che avvenne in febbraio. Il libro dunque, pensato “(…) a partire da una percezione della condizione umana, non solo individuale ma collettiva, invita a guardare fuori dalle logiche di massificazione, a superare sbandamenti, cadute, a recuperare una bolla invisibile di energia vitale” (p. 77).
Mi sembra che queste linee corrispondano senz’altro a quel che si legge, ovviamente con una certa diversificazione in itinere di modalità e direzioni. Si potrebbe dire che è un libro di combattimento.
I requisiti formali dei testi ricalcano, almeno in parte, quelli del precedente “toto corde”: cesure spaziali all’interno della stessa linea – cfr. p. e. 54, “(io) sono l’arco e la freccia”, o 61 – , invitando l’occhio – e la voce – a prendere respiro.
La versificazione libera si serve talvolta della musicalità di certe rime baciate (pp. 43-4: zampilla/fibrilla, ragione/disposizione, certezza/spezza) o di rime sparse, come nascoste nel verso, con minore frequenza che in libri precedenti; tale uso del verso libero, a me sembra, viene condotto con sempre maggiore efficacia.
I testi poetici non sono titolati ma numerati e molto spesso dedicati. Ci sono, oltre ad altro genere di dediche, quelle dell’anima ad autori come Antonio Verri (iniziale: 11), a C. G. Jung (27; ma si veda anche la dedica “ai segni” a p. 63, in particolare i primi 8 versi) come saggio del valore del simbolismo anche in poesia; quelle ad Eraclito (31) al pittore Edward Hopper (42), a Gino Strada e Mario Luzi (66: “l’umiltà, la misura non si usa più…”). Le dediche al femminile, a Frida Kahlo (23) e Simona Atzori (24), a 33 “alle ave” donne, le “madri che non ho avuto” sconosciute e pure illustri perché devono esser “ci” state; come nel testo successivo a quest’ultimo, che principia “donne in cerchio cantavano scalze (…) in battere e in levare… si viveva come/in una stanza/d’anima” (35), – a Emily Dickinson (38), a Simone de Beauvoir (40) sull’individualità femminile, sul voler essere “Sancio Panza di nessuno”, a p. 58 ad Antonella Anedda.
Una lunga serie di dediche sensemaking, potrei definirla diretta a componenti dell’anima, da impressioni e colori (43 sgg.) alle passioni (47) – quest’ultima poesia, come si conviene al tema che non è sentimenti e nemmeno emozioni, mi pare diversamente intensa e incisiva nell’uso della lingua.
Il componimento di chiusura (71) è un proemio invertito di posizione:

la musica ci aiuti
nella stretta del cuore,
nel nodo scorsoio dell’amore
qui nell’ora feroce della sospensione di senso… (71).

Musica è uno dei riferimenti-base nella poesia di Maria Grazia Palazzo: espliciti, il riferimento al “battere e levare” (34) e il proposito di “cercare il ritmo trascurato” (70). Persino la morte o qualche sua rappresentazione in musica “… torna in onde/… bachianamente…” (15: cors. n. testo). Anche la morte, cioè, come ogni altra componente del nostro esserci al mondo, avviene di dirla/avvertirla qui nel libro, in relazione alla musica e alla sua storia (il testo alle pp. 16-17 è dedicato a Gustav Mahler e vi sono menzionati altri grandi nomi della storia della musica).
Musica, insieme a cosa? È già intuitivo in quanto ho detto: un libro sulla difficoltà del vivere.
Non si dimentichi che “dolore” compare come, spesso, dall’inizio del libro (11; in particolare a p. 13), e non per nulla è insieme ad “amore” e ricorrono “ferita/e” (numerose volte) e “tormenti” (52). Nel testo a p. 12 si tengono insieme “l’illusione d’essere altro che/ materia d’imperfezione” e la voce “corpo spirituale” il quale, dunque, non è mai altro da quel carattere, che è “imperfezione”.
Morte/morti” compare a p. 15 come “compagna” (anche dopo, almeno 8 volte) “sangue” compare a p. 19, dove tuttavia si dedica il testo “agli amanti” per signi-ficare la fatica che risiede nelle cose magnifiche dell’esistenza:

Devi andare per sogni se vuoi
pane, fragranza e lievitazione…
quel buon cibo che trabocca da sguardi,
da vene, il sapore elementare
che ci nutre di un incontro…
per chi ama come rabdomante
a cercare dalla cenere e dal sangue
l’acqua…”.

In particolare credo che, nella ricerca di lingua che ogni autentico testo di poesia dovrebbe essere, questo libro sia una tappa importante dove i temi menzionati e ricorrenti di pace, di attenzione alla realizzazione della giustizia nella pòlis, si colorano di modalità spesso intense e ben calibrate, con attenzione al rilievo che assumono le parole “cuore”/”amore” (cit.), senz’alcuna traccia di sentimentalismo, anzi conservando spesso crudezza e realismo nell’espressione di un animo reattivo, ben lontano dall’indifferenza.
Immediatamente o no, ogni libro di poesia credo rispecchi in qualche modo una personalità (c’è chi lo nega) e qui vedo ben rappresentato il vissuto personale e il sentire etico-socio-politico forte dell’autrice.
L’esergo di Maria Zambrano risulta piuttosto illuminante, per quanto icastico, sul destino della poesia; e anche questo esprime pólemos d’una mente impegnata nel mondo, pur nello spleen (28), stato in cui, sulla scorta di Baudelaire, si trova a volte “il poeta nauseato da sé stesso” tra “i tanti sé/che non riescono a volare”: ché quel che si vuole davvero è essere “l’arco e la sua freccia” (54) “che scocca da una corda tesa… ora/che l’aggressione è dismisura…” (55) con un invito poi reiterato in fin di libro:

dovremo tornare tutti
a produrre scintille di un’era azzurra…” (70).

Di contro al de profundis (28) e al miserere mei, Deus (48), dunque, un libro di poesia per “atti di coraggio” (21), per alzare le pareti di una stanza d’anima (24, 35) che è titolo-simbolo dell’impresa.

(Carlo Di Legge)

NOTE BIOBIBLIOGRAFICHE

Maria Grazia Palazzo vive a Monopoli (Ba). Ha esercitato la professione di avvocata per 23 anni e da 10 è nella scuola come docente. Di formazione umanistica, giuridica e teologica, anche nel campo dei saperi e pratiche di genere, ha pubblicato Azimuth (LietoColle, 2012); In punta di piedi (Terra d’Ulivi, 2017); Andromeda (Quadernid del Bardo, 2018); Toto Corde (La Vita Felice, 2020) e Stanza d’anima (Collettiva edizioni indipendenti, Lecce, 2022). 

Carlo Di Legge (Salerno 1948) ha pubblicato testi di filosofia (2000, 2003, 2008, 2024); un libro sul tango argentino (2011); libri di poesia (2002, 2008, 2018, 2024). Poesie e recensioni sono su riviste e blog. Titolo dell’ultima pubblicazione di poesia, Buenos Aires, Benares, Ed. Delta3, Grottaminarda (AV), 2024.
stampa la pagina

Commenti