(Redazione) - A proposito di "Materiali per un respiro" (Il Convivio Editore, 2025) di Giuseppe Semeraro - nota critica di Sergio Daniele Donati



Nella sua raccolta Materiali per un respiro (Il Convivio Editore, 2025), Giuseppe Semeraro delinea un paesaggio poetico intriso di un lirismo materico, dove il respiro si erge a metafora cardinale dell'esistenza umana, una sorta di soffio effimero che intreccia le radici meridionali con l'universalità del dolore e della redenzione1.
Ben radicato in un Sud pugliese che riecheggia l'epigrafe bachmanniana del paese primogenito (p. 5), il volume si dispiega attraverso sezioni tematiche – "Frigole" (p. 9), "Terre" (p. 23), "Madri" (p. 43), "Morti" (p. 55) e "Preghiamo" (p. 69) – che, a nostro avviso, non rappresentano mere partizioni, bensì costituiscono un continuum organico in cui la poesia assume una dimensione performativa, ereditata evidentemente anche dall'esperienza teatrale dell'autore.
Qui, il verso libero si fa eco di un dramma interiore, dove la lotta quotidiana contro il peso dell'essere si distilla in un'essenza primordiale, come magistralmente enunciato nell'incipit: Siamo immersi nella lotta, | nel peso della coscienza, | spingiamo al limite il gioco. | Il prezzo del pane è aggiornato | traffichiamo ai margini del giorno | dove a sera si depongono le ombre, | servi di scena, | sentinelle della soglia, | l'unica traccia che lasciamo è il respiro. (p. 7)
Questo componimento, con il suo ritmo frammentato e anapestico2, punteggiato da enjambement che mimano l'affanno vitale, contrappone un lessico concreto – pane, prezzo, ombre – a un'astrazione esistenziale, dove allitterazioni in /s/ e /p/ (spingiamo, prezzo, servi, soglia) evocano un timbro sibilante e percussivo, quasi a incarnare la tensione marziale della sopravvivenza.
Tale approccio richiama l'esistenzialismo paveseano di Lavorare stanca, dove la fatica contadina si carica di un peso cosmico; Giuseppe Semeraro, tuttavia, infonde un accento meridionale più viscerale, affine a Rocco Scotellaro in È fatto giorno, trasformando la marginalità in un atto teatrale di resistenza, con assonanze cupe in /o/ che culminano in un rilascio sonoro nel "respiro" finale, eco di un'oralità che non è mera denuncia, bensì elevazione lirica.
Nella sezione "Frigole", che esplora le pieghe dell'infanzia e della memoria personale con un tono intimo e viscerale, emerge la poesia La memoria crea agguati | sposta nel tempo | nasconde i nomi | sulla punta della lingua | inventa, occulta, sbiadisce, cancella | spesso mente, ricatta l'orgoglio | a volte un dettaglio logora il sonno, | s'infila travestita nei sogni | e dopo anni ti mette le mani al collo, | il tempo è tutto suo, incustodito | e a volte ti apre il pozzo degli avi | la caverna del primo bacio | per un attimo ti fa sentire il mare | nel respiro | ti fa muto come un pesce | ti fa sentire l'infinito | tutto alle spalle. (p. 11).
Il metro irregolare, accelerato da elenchi asindetici che catturano una certa imprevedibilità mnemonica, si avvale di un lessico psicologico-sensoriale – agguati, ricatta, logora, mani al collo – che personifica la memoria come un'entità predatoria, ancorata a immagini concrete come il "pozzo degli avi" o il "mare nel respiro"3, culminante in un paradosso temporale dove l'infinito si proietta alle spalle.
Le allitterazioni nasali in /m/ e /n/ (memoria, nomi, mente, muto) creano un timbro quasi-ipnotico e introspettivo, interrotto da occlusive /k/ e /t/ che evocano violenza e silenzio, mentre assonanze aperte in /a/ espandono il suono, contrastando la chiusura emotiva.
Questo approccio evoca l'ossessività di Eugenio Montale in Ossi di seppia, dove il passato si insinua come un'aggressione; Giuseppe Semeraro, tuttavia, vira verso un meridione più carnale, prossimo a quello di Vittorio Bodini in La luna dei Borboni, con la memoria come caverna arcaica di tradizioni e avi, o di Pier Paolo Pasolini ne Le ceneri di Gramsci, dove il Sud diviene arena di una lotta intima contro un tempo deformante, una nostalgia che si fa eco immortale e redentrice.
Proseguendo con la sezione "Terre", sezione dedicata al paesaggio meridionale come simbolo di condanna e vitalità primordiale, la poesia Quando nasci dal sudore degli avi | da un'elegia rurale | guardi tutto dal basso | dalla prospettiva di un filo d'erba. | E così per tutta la vita | anche volando, scenderai all'occhio delle erbacce | allo specchio delle pozzanghere | alla luce del tufo | seguirai il passo notturno della volpe | ed è questa la condanna | guardare il mondo dal punto più basso | per non perdere l'ago nascosto nel cielo. (p. 14) esemplifica un ritmo quasi-giambico con accenti su preposizioni spaziali che enfatizzano l'ascesa verticale dal concreto all'astratto.
Il lessico rurale – sudore, erba, erbacce, tufo, volpe – contrappone umiltà a trascendenza, con "condanna" che si ribalta in via redentrice, elevando la marginalità a prospettiva cosmica.
Le allitterazioni liquide in /l/ e /p/ evocano radicamento e fluidità, mentre assonanze profonde in /o/ (basso, volando, notturno) si aprono a vocali luminose in /a/ nel finale, mimando un suono terroso che ascende verso l'infinito.
Questo riecheggia la visuale "dal basso" di Rocco Scotellaro in Uva puttanella, dove il contadino scruta il mondo dalle erbacce con un'elegia rurale, tuttavia Giuseppe Semeraro infonde un paradosso metafisico affine forse più a quello di Giuseppe Ungaretti in Sentimento del tempo, o a quello di Cesare Pavese ne La terra e la morte, dove la terra meridionale è prigione e salvezza, un ago celeste nascosto nel fango che redime l'esistenza attraverso un lirismo che celebra la resilienza umana.
La sezione "Madri" approfondisce il tema della generazione e del nutrimento, con un tono elegiaco che eleva la figura materna a archetipo divino e terreno, come in Busso alle divine madri | alle gravide truppe di papaveri | alle muse di luce che aprono i fiori, | scoperchio le tane delle farfalle, | raccolgo all'alba la rugiada | che scivola dal petalo | sveglio le lucertole addormentate | affilo le spine che difendono il frutto, | io sono un ramo che scavalca il senso, | sono un germoglio sonnambulo | incùbo germi di speranza | porto per mano la primavera | avanzo col mio filo d'erba | faccio giardino, scasso case e cemento | abbraccio nottetempo radici sconosciute | faccio ancora un inno al primo seno | al fiore che solleva la cenere. (p. 48).
Il metro libero, con versi allungati che mimano un accumulo vitalistico, si nutre di un lessico naturale e mitico – papaveri, farfalle, rugiada, spine, germoglio – che personifica la maternità come forza creatrice, culminante in un inno che ribalta la cenere in rinascita.
Le allitterazioni in /s/ e /f/ (busso, scoperchio, sveglio, affilo, scavalca, solleva) producono un timbro sussurrante e affilato, evocando un risveglio dinamico, mentre assonanze in /a/ e /o/ (alba, rugiada, addormentate, abbraccio) creano un suono aperto e nutriente.
Questo richiama la maternità tellurica di Salvatore Quasimodo in Ed è subito sera, peraltro Giuseppe Semeraro la infonde di un vitalismo meridionale affine a Alfonso Gatto, trasformando la madre in musa che scavalca il cemento moderno per riaffermare un ciclo eterno di speranza e rigenerazione.
Nella sezione "Morti", Giuseppe Semeraro affronta la finitezza con un lirismo crudo e contemplativo, come in I fantasmi preludiano le lacrime | fanno lo sgambetto, ci portano lo spavento | ci accompagnano al lenzuolo | ci convocano allo specchio | mettono negli occhi la loro ombra. | I fantasmi non vogliono essere chiamati | riposano nel calcare del nostro volto | spesso ci vuotano il bicchiere | ci fanno sbattere il mignolo sullo spigolo. | I fantasmi tramandano il silenzio | ci portano indietro, tra i morti | c'insegnano a guardare nel vuoto | loro, dicono, hanno paura solo quando un figlio non torna. (p. 57).
Il ritmo cadenzato, con enjambement che sospingono verso l'abisso, impiega un lessico domestico e spettrale – sgambetto, lenzuolo, bicchiere, mignolo – per umanizzare la morte, culminante in un paradosso emotivo dove i defunti temono l'assenza dei vivi.
Le allitterazioni in /p/ e /s/ (preludiano, portano, spavento, silenzio, sguardo) generano un timbro percussivo e sibilante, evocando inquietudine, mentre assonanze in /o/ (ombra, volto, vuoto) creano un suono cupo e riecheggiante.
Questo evoca la meditazione sulla morte di Ungaretti in L'allegria, ma con un accento familiare e meridionale vicino a Bodini, dove i fantasmi divengono custodi di un silenzio che insegna la profondità del vuoto, trasformando il lutto in lezione di continuità.
Infine, la sezione "Preghiamo" eleva il discorso a una spiritualità laica, culminante in invocazioni che fondono sacro e profano, come in Prego te sempre più vanamente | dissociando dalla voce la parola, | prego d'urgenza l'angelo facchino | alle sue ali m'aggrappo sperando. | Prego l'acqua che scioglie e diluisce | e che l'atomo torni alle sue collisioni | agli albori di una pulsione astrale. | Prego il fuoco di sollevarmi dal tribolo | dai bulloni, dalle misure universali | perché questa miseria di dolore | sia santa senza nessun fioretto. | Prego te aria di spalancare pensieri | e d'azzurro abbracciarmi in volo, | tutto sia letizia di nuvole e vento, | fammi vuoto il cuore, leggero. | Prego te madre pesante di terra | dammi coraggio nell'ora della veglia | lo vedi come sono puniti gli entusiasmi | i miei picari intenti le mie berline. | Io prego la volta di ogni gioia | i fantasmi che vengono nel sogno | la luce che lega al primo sguardo | l'intuito della pagliuzza schiacciata | prego il cuore del toro, gli occhi dell'agnello | prego i semi dormienti, la vita latente | prego disperatamente questo me che non spera. (p. 85).
Il metro anafórico, con la ripetizione di "prego" che struttura un litania ascendente, attinge a un lessico elementale – acqua, fuoco, aria, terra – per invocare una redenzione cosmica, culminante in un io disperato che prega se stesso.
Le allitterazioni in /p/ e /r/ (prego, parola, pulsione, prego, pensieri) creano un timbro ritmico e implorante, mentre assonanze in /a/ e /e/ (urgenza, angelo, acqua, aria, abbracciarmi) evocano apertura e leggerezza.
Questo richiama le preghiere laiche di Erri De Luca, Giuseppe Semeraro, peraltro, le radicalizza in un contesto meridionale affine a Scotellaro, trasformando la preghiera in atto di ribellione contro il dolore, un inno alla vita latente che redime la disperazione.
In sintesi, Materiali per un respiro si configura come un'opera in cui Giuseppe Semeraro, attingendo alla sua duplice vocazione teatrale e lirica, tesse un discorso unitario sull'umano, dove il Sud diviene paradigma di una lotta primordiale, la memoria un'aggressione redentrice, la terra una prospettiva che dal basso aspira all'infinito, la maternità un ciclo rigenerante, la morte un silenzio insegnante e la preghiera un'invocazione disperata ma luminosa.
Con erudizione profonda e un linguaggio che fonde concretezza e metafisica, Giuseppe Semeraro rinnova la tradizione poetica del Sud italiano, focalizzandosi sul respiro come atto di resistenza e distillazione esistenziale.

Per la Redazione de Le parole di Fedro
il caporedattore - Sergio Daniele Donati

NOTE
1- un vero e proprio flatus nei confronti del quale i richiami sono plurimi e spesso di elevazione non irrilevante.
2- ci è parso nella lettura di sentir riecheggiare i ritmi versi dei grandi maestri anglosassoni della scrittura anapestica, specie lo Shelley di the Cloud o altre di Alla Poe (Annabel Lee, ad esempio)
3- Sono queste evidentemente metafore forti in cui riecheggia senza ombra di dubbio Seferis (pozzo come emblema della tradizione di pensiero greca), ma anche Corrado Govoni, Dino Campana (entrambi parlano di un pozzo oscuro in cui discendere e da cui emergere rinnovati o definitivamente persi) e Emily Dickinson (il pozzo della conoscenza), per non parlare del richiamo biblico alla storia di Ruth e anche a quella di Giuseppe. In entrambe l’alterità è connessa all’idea del pozzo. Quanto alla relazione mare/respiro, non si può non ensare al mare di Eugenio Montale (abisso di vita e di morte dove il respiro si perde, un nulla d’inessauribile segreto), o a Giacomo Leopardi e a Baudelaire o a Borges.

stampa la pagina

Commenti